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lunedì 17 settembre 2018

UNA CARTOLINA MIA E DI UN MIO AMICO

Questa storia è un po’ mia e un po’ di un mio amico che a ripensarci c’ha perso quasi tutti i capelli.


Era l’estate del 2009 e avevo da poco finito gli esami di terza media e mi sentivo con una ragazza (sentirsi è un po’ d'ingenuità e un po’ di vergogna. Che le cose poi le sai le sa anche lei ma fate finta di non saperlo). E quindi estate del 2009. Come ogni estate prima dei diciotto ero in procinto di partire per le vacanze con la mia famiglia. Un impossibile viaggio in camper fino in Normandia e ritorno. Ora, nel 2009 sentirsi era più complicato ma anche più esaltante, aveva qualcosa di magico. Di sicuro più costoso e la tariffa Vodafone summer non contemplava coppie di tredicenni sparpagliati per l’Europa. Io e lei avevamo deciso di mandarci un solo messaggio al giorno, ma quando c’è trasporto un messaggio al giorno è una parola sbiascicata detta sovrappensiero

partimmo e giorno dopo giorno cresceva in me la voglia di parlarle per dirle tutto. Per rispettare il patto del messaggio quindi il quinto giorno decisi di comprare una cartolina della scogliera per colpirla a lei che piacevano i viaggi e i paesaggi e per scriverle quello che avevo provato in quei giorni e mettere le parole sul non-detto e i silenzi. Presi quattro cartoline: tre per gli amici e una per lei. Anche se a dirla tutta degli amici mi interessava niente in quel momento. Ero preso. Ma mi vergognavo anche di mostrarmi così ai miei genitori e quattro e si nasconde bene e via

la sera stessa presi per mano la sua cartolina e cominciai a scrivere. La mano andava che era una bellezza e più scrivevo e più tornavo sui miei passi a correggere e cancellare. E cercavo le parole con qualche disegnino abbozzato, era arte astratta. La differenza con i messaggi è questa: oggi il ricordo di un messaggio mai arrivato resta in uno sta scrivendo mancato, sulle cartoline invece gli errori restano e rovinano il bianco

mezzo soddisfatto del risultato, la mattina dopo mi recai alla buca delle lettere della stazione di posta più vicina. Imbucai le cartoline degli amici e poi rimasi a fissare i miei scarabocchi per lei. Pensavo e ripensavo a quello che avevo scritto se fossero le parole giuste se lei avrebbe capito i miei sentimenti o avrebbe frainteso se lei stesse ancora pensando a me. E mentre riflettevo mi lasciai prendere dalle paure. Accanto alla buca delle lettere c’era un cestino. Partì convinto di imbucare la cartolina ma qualcosa di magnetico non so la gettai nel cestino tirando anche un sospiro di sollievo.

Inutile dire che quella ragazza non l'ho più rivista

oggi sono passati nove anni e vorrei anche aver imparato qualche lezione. Ogni giorno ci ripetiamo che quell'errore non lo ripeteremo più ma ogni giorno è il MIO errore e di nessun altro. Vorrei smetterla di cancellare i messaggi prima di inviarli e domandarmi se lei ha visto il mio sta scrivendo e cosa ha pensato se ci è rimasta male se voleva scrivermi lei se le manco. E lei mi manca (?)
Vorrei trovare il coraggio di comprare una cartolina e imbucarla.

Grazie anche al mio amico che mi ha dato la storia e qualche buona parola.

mercoledì 16 agosto 2017

IL CAMPO DI GRANO NERO - SECONDA PARTE

Clicca qui per la prima parte

Passarono alcuni giorni prima che potei tornare alla mia attività di esploratore. Mia madre mi mise in punizione e fui costretto a passare eterni pomeriggi a leggere libri sgualciti e sfogliare giornali ammuffiti sul vecchio divano che avevamo in salotto. Mark era riuscito a scampare alla sua punizione per aver nascosto il mio coltellino oltre la linea dei covoni e lo vedevo scorrazzare fuori dalla finestra con altri ragazzi più grandi, che abitavano verso il centro del paese. Ero invidioso e arrabbiato, ma morivo anche dalla voglia di raccontagli per filo e per segno la mia avventura nel campo di grano nero.


Una settimana dopo l’accaduto fui libero di tornare alla libertà. Mio fratello era già uscito coni suoi nuovi amici. Andai quindi a cercarlo per riprendere da dove eravamo stati interrotti. Uscì di casa dalla porta principale e mi incamminai verso il municipio. Passai appena la vecchia locanda quando un bracciò mi tirò per un vicolo lercio, umido.
Mark mi mise la mano davanti alla bocca perché non stillassi e la tolse solo quando mi fui calmato.
“Ti sei divertito con i vecchi giornali di papà, eh Kev?”
Non risposi. Sapeva perfettamente come farmi irritare.
“Mentre eri impegnato non sono rimasto con le mani in mano. Avevi balbettato qualcosa su un campo di grano nero, giusto?”
Annuì.
“Ecco, i ragazzi che ho conosciuto in città sapevano qualcosa. Ero sicuro che lo sapessero, ma prima che mi raccontassero qualcosa mi sono dovuto guadagnare il loro rispetto. Da quello che mi hanno detto, in passato questa città ha vissuto momenti bui. Molti anni fa vi fu un periodo di carestia e i contadini si spinsero oltre i loro confini. Arrivarono a coltivare anche i campi verso nord, quelli aridi dove ho nascosto il coltellino di papà”.
Imbronciato lo corressi: “Il mio coltellino”.
“Sì sì, il “tuo” coltellino, come vuoi. Inizialmente, dicevo, il grano crebbe alto e la carestia fu superata, ma contemporaneamente si verificarono alcuni incidenti: un bambino finì in fondo ad un pozzo senz’acqua e lì morì pochi giorni dopo, un altro inciampò in un attrezzo e morì di tetano. Una bambina invece fu trovata senza vita nel suo letto, strangolata dal suo stesso foulard. E a questi si aggiunsero molti altri casi, di cui i ragazzi neanche ricordano i dettagli. Si sa solo che in un anno morirono in circostanze misteriose diciotto bambini, tutti figli di contadini che avevano contribuito a coltivare la nuova terra”.
Mentre ero così preso dal racconto di mio fratello, non mi ero accorto di avere una scarpa quasi completamente immersa nel fango putrido del retro della locanda, che emanava un odore acre. Mark mi tirò per la maglia e ci spostammo verso la strada principale.
“Cominciò a diffondersi l’idea di una maledizione legata ai campi a nord. Alcuni bambini parlarono ai loro genitori di una casa dalle finestre nere, ma nessuno fu in grado di trovare un luogo del genere, finché un giorno, superata la carestia, gli stessi contadini che si erano spinti a nord non decisero di dare tutto alle fiamme. Bruciarono ettari ed ettari di terreno per evitare che la maledizione della casa nera colpisse altre bambini innocenti. Alcune versioni della storia affermano anche che, durante l’incendio, si potessero udire chiaramente grida femminili provenire dalle fiamme più lontane.”
“Io ho sentito una voce” dissi senza pensarci.
Mio fratello mi squadrò per alcuni secondi, poi riprese.
“Da quel giorno in molti, soprattutto ragazzi, hanno cercato invano la casa con le finestre nere. Poi con il tempo l’interesse è scemato e la gente ha smesso di addentrarsi nei campi a nord, fermandosi alla linea dei covoni”.
“Ma io l’ho vista!”
“Io ti credo. Gli altri ragazzi invece hanno riso di me quando ho cercato di spiegargli cosa ti era accaduto. Mi hanno dato del bugiardo, dicendo che mi ero inventato tutto per far colpo su di loro. Ma io ti credo”.
Non avevo mai visto Mark così convinto. Nei suoi occhi ardeva uno spirito d’avventura travolgente.
“Non puoi esserti inventato tutto - continuò - la casa nera, il grano bruciato, la voce. Deve esserci davvero qualcosa oltre quei covoni.”

La mattina seguente andammo alla ricerca di ulteriori informazioni che potessero svelarci il mistero che aleggiava sulla città. Qualcosa di cui tutti sapevano, ma di cui nessuno osava mettere bocca. Chiedemmo prima alla locanda, ma fummo malamente cacciati dal proprietario, poi decidemmo di percorrere la strada sterrata verso i covoni per intervistare gli abitanti più vicini ai campi aridi. Dopo circa dieci minuti di cammino ci fermammo davanti al cancello della signora Lathimer. Mark mi disse di aspettarlo lì, poi scavalcò la staccionata secca e arrivo fino alla porta di casa. Busso prima piano, poi con più veemenza, ma non ci fu risposta. Passammo quindi alla fattoria degli Smith, che non vollero sapere più nulla dopo che Mark ebbe nominato la casa dalle finestre nere. Sconsolati e senza uno stralcio di informazione, ci stavamo incamminando verso caso, quando scorgemmo la signora Lathimer in lontananza, che sembrava in attesa di qualcosa o di qualcuno.
“Aspettavo voi”.

Entrammo nella casa in legno e lamiera. Ogni oggetto, custodito come il più prezioso cimelio di un museo, emanava l’odore tipico delle case vissute da generazioni. La signora, una piccola donnina ricurva, ci fece accomodare nel salotto, su delle poltrone stranamente immacolate, preservate da vari strati di cellophan.
“Vedo nei vostri occhi la ricerca” esordì cripticamente.
Io e Mark ci guardammo in faccia, non sicuri di aver capito. E lei, senza scrutarci, incalzò:
“So che siete alla ricerca della casa. Avrete sicuramente sentito molte storie su quel luogo maledetto. Sui pargoli scomparsi”. Fece una pausa.
La signora Lathimer era dotata di una flemma ipnotica; io e Mark eravamo affascinati dalle sue parole, sia per la musicalità del suo racconto, sia perché potevamo essere vicini alla verità tanto agognata.

“Ebbene potrei esservi d’aiuto, nonostante la mia età e la vista. Avrete sentito parlare dei bambini che denunciarono per primi la casa nera in mezzo ai campi a nord. Devo confessarvi che fui io, ormai molti anni fa, la bambina sopravvissuta alla casa, la prima che parlò ai contadini del mistero dietro le diciotto morti”. 

Continua

venerdì 28 luglio 2017

IL CAMPO DI GRANO NERO - PRIMA PARTE

Era il 1987. Avevo appena compiuto otto anni, Mark frequentava già le scuole medie. Ci eravamo da poco trasferiti nella casa in fondo a Pilgrim street, la maleodorante casa di campagna in cui avremmo trascorso pochi mesi, prima che papà ottenesse il trasferimento in città. Era una casa decadente, con la carta da parati ammuffita e ingrigita alle pareti. Un bagno di fortuna e appena due letti matrimoniali dalle lenzuola ingiallite, probabilmente rosicchiate dai topi nel periodo in cui il luogo era stato disabitato. All’epoca potevamo permetterci solo quello, eppure conservo ancora un ricordo meraviglioso di quel posto. Appena fuori dall’uscio secondario di casa, si apriva a noi una vasta pianura, che non si poteva misurare con gli occhi. Non eravamo mai stati in un posto del genere, abituati come eravamo alla periferia di Columbus. Mai avevamo avuto a disposizione spazi così sconfinati per le nostre scorribande, e questo ci aveva fatto presto dimenticare il degrado della casa in fondo a Pilgrim street. Passavamo le nostre giornate a rincorrerci, a fingere di essere soldati su un campo di battaglia. Spesso Mark si divertiva a nascondermi degli oggetti nei campi dietro casa, per poi disegnare una mappa alla bell'e meglio, che mi avrebbe - almeno secondo i suoi piani - guidato al ritrovamento del mio prezioso oggetto, che talvolta era un tappo colorato, altre volte un ritaglio di giornale. Era per me una gioia riuscire a ritrovare i miei preziosi tesori nella sconfinata campagna, mi faceva sentire davvero come quegli eroi archeologi della televisione. Capitava però che ci mettessimo più del previsto, io e Mark, a ritrovare un oggetto nascosto, e dovevamo rientrare in casa prima che facesse buio. Immagino che a volte neanche mio fratello sapesse ritrovare gli oggetti da lui stesso seppelliti, tanto erano ampi quegli spazi.


Un giorno mi prese a mia insaputa il coltellino svizzero che papà mi aveva regalato per il mio settimo compleanno, quello che il nonno gli aveva regalato quando lui era un bambino. Scavò una buca e lo nascose molto lontano da casa. Schiaccio poi il grano attorno alla buca per lasciare un segno del suo passaggio e, come al solito, disegno uno schizzo della mappa del posto sul retro di un foglio scarabocchiato. Tornò quindi a casa e mi diede il foglio, aspettando di seguirmi come un dottore segue il suo fido detective. Ricordo che quella volta mi arrabbiai molto, gli avevo espressamente detto che avrebbe potuto nascondermi tutto, tranne il coltellino di papà, al quale ero molto legato. Lo usavo per intagliare gli arbusti, credendomi un grande artista. Ci sminuzzavo gli avanzi si cibo per lasciarli agli animali notturni. Non me ne separavo mai.
Superata l’arrabbiatura, partì alla scoperta, convinto di riuscire a ritrovare il mio amato coltellino. Non volli che mio fratello mi seguisse perché non avrei sopportato le sue risatine ad ogni svolta sbagliata. Non questa volta, che l’aveva fatta troppo grossa. Partì e capì subito che ritrovare il coltello sarebbe stato un’impresa più ardua del solito. Mark all’epoca era molto bravo a disegnare, e soprattutto a creare queste mappe del tesoro. Riusciva sempre a riprodurre a grandi linee le proporzioni della realtà, rendendo possibile il ritrovamento di oggetti anche molto piccoli, anche nascosti meticolosamente. Notai che l’albero più imponente, quello secco inclinato verso est, era raffigurato attaccato alla nostra casa. Se non si fosse tratto di un errore, allora la X sarebbe potuta essere anche a due chilometri dal punto di partenza. Il sole cominciava già ad essere meno aggressivo quando mi incamminai verso nord. Superai la casa della signora Lathimer, scavalcai la recinzione per le volpi degli Smith, e arrivai alla linea dei covoni. Io e Mark non ci eravamo mai spinti oltre, nostra madre aveva posto quella linea come il limite delle nostre avventure, ma se la mappa indicava oltre la linea dei covoni, allora anche Mark l’aveva oltrepassata. Mi feci coraggio, pronto ad inventare una scusa poco credibile nel caso in cui mia madre avesse scoperto il fatto, e proseguì il mio viaggio. Il sole stava cominciando a calare quando vidi in lontananza un vuoto nel grano rigoglioso, un cerchio mancante. Nel rosso del tramonto, presi a correre verso la meta. Scostai le ultime spighe e scoprì un cerchio perfetto di grano bruciato, grano nero. Del mio coltellino neanche l’ombra. Il sole era ormai tramontato e l’imbrunire galoppava, quando sentì una brezza fredda sferzarmi il volto da destra. Quando mi voltai, mi accorsi di essere molto vicino ad un’abitazione particolare. Bassa, con le finestre sbarrate, un buco nel tetto e grano bruciato tutto intorno. Tutta la casa, dalla maniglia della porta alla finestra circolare del piano della mansarda, era di un nero pece profondo come il buio.
Impaurito e con le mani remanti, udì una voce bisbigliare qualcosa, prima indistintamente, poi riconobbi il mio nome.
“Kevin”
Con gli occhi carichi di paura cominciai a scappare verso casa, senza voltarmi indietro. Inciampai nella recinzione degli Smith, caddi, ma mi rialzai rapidamente e ricominciai a correre. In pochi minuti tornai a vedere casa mia. Il cielo era ormai scuro. Scavalcai la staccionata. Mia madre mi aspettava sulla soglia di casa con sguardo severo. La scostai con forza.
“Ehi, giovanotto! Dove scappi?”
 “Mark! Mark! Ho visto una casa abbandonata, era in un campo di grano nero”.


Continua

lunedì 3 aprile 2017

LA CANZONE DELL’EREMITA

Tolse le scarpe e scordò il suo nome. Con il nome lasciava anche un passato di anni di vita costruiti tra falsi miti e immagini prestate. Prese la strada meno battuta della collina animata dal vento e avanzò carezzando i fili d’erba con i nudi piedi. Giunse stanco alle pendici di un monte ripido, dove scelse di fermarsi per la notte, e per i giorni, e per gli anni. Visse in quell’anfratto per anni, senza sentire il bisogno di ricongiungersi con la civiltà, senza provare nostalgia per il tempo smarrito a ricercare la solitudine.


Un giorno smise di parlare, sentiva di essere ormai parte di quel luogo e non trovava un motivo per non dimenticare anche il suo linguaggio umano. Passavano le stagioni, ma non riusciva a scordare una canzone. Un motivetto allegro che aveva imparato da bambino. Talvolta cercava di seminarlo durante una battuta di caccia, una sessione di raccolta. Scattava improvvisamente col pensiero e la sua ombra con lui. Ma alla fine della corsa sentiva ancora avvicinarsi dalla valle l’eco di quella musica, che tornava a stare nel luogo a cui apparteneva. Un giorno ci riuscì e la scordò. Era impegnato ad esplorare l’altro versante del monte e, calato il sole, crollo su un tappeto di foglie e rugiada fresca. Quando si svegliò sentì la natura, sentì il suo respiro e quello della brezza silenziosa, ma nessuna traccia di una canzone. E poté finalmente fondersi con la terra morbida.

Gli anni sfiorirono e con loro le forze della vita. Una lunga ruga segnava la fronte serena dell’uomo attempato, intento ad inspirare le ultime boccate. Una lunga barba segnava il tempo che l’uomo aveva trascorso fuori dal mondo, dentro la vita. Una lunga e fredda notte coincise con il suo silenzioso congedo. Stanco si copriva di pelli scuoiate e foglie secche, cercando di limitare il pungente vento senza sentenza. Brividi lo tenevano semicosciente, al valico della vita, quando sentì nella notte dei passi gentili. Cercò di aprire gli occhi, me le assenti forze glielo impedirono. Sentì una presenza candida avvicinarsi al suo riposo, tentò di voltarsi, ma fallì. Percepì un calore amorevole colorargli la guancia, imbrattata di un rosa perduto, e una bocca sinuosa avvicinarsi all’orecchio. Udì docili le note del motivetto allegro che aveva imparato da bambino e che non era mai riuscito a cancellare dall’orecchio del cuore. I muscoli del viso si tirarono un’ultima volta in un sereno sorriso. Non era mai stato solo.

martedì 29 novembre 2016

LE CARTE SBAGLIATE

Il sette di cuori

Il re di picche

Il tre di bastoni

Un disegno imbrobabile

Un cavallo svogliato

In assenza di altro giocai la mia carta




Avevo un pensiero e solo quello in mano, un pensiero mio era quello che restava. Giocavamo da molto, il fumo invadeva la stanza e sbiadiva i colori. Il grigiore unificava il tavolo lercio. Giocai la mia mano, sollecitato da destra, poi da sinistra. Giocai impaurito, poggiai con cautela per non infastidire il signore sulla carta di sotto, ma il pensiero mi tornò in mano. Ancora un invito. Ripresi il pensiero, lo fissai e lo scagliai con forza, convinto di averlo ben impresso al centro dell’attenzione, ma come un boomerang il pensiero mi tornò in mano. Una voce si alzò spazientita. Imbarazzato e colla fronte corrucciata presi deciso il pensiero mio e lo sbattei con forza sulla cima di carte usurate,e lì rimase. Alzai lo sguardo nella nebbia per cercare qualcuno, ma ognuno si guardava bene dal mostrare gli occhi sotto i copricapi sgualciti. Abbassai allora lo sguardo sul tavolo e non trovai più la mia carta; era scomparsa, resasi invisibile sulla pila delle altre. Il gioco continuò. La mia carta si era persa nel fumo di sigaretta e alcool, unificata col tavolo lercio di giocatori perduti.

venerdì 4 novembre 2016

FINALE

Siamo giunti finalmente alla fine di questa storia. Abbiamo incontrato alcune persone, qualche personalità e molti personaggi.  Facciamo così: avete presente quei film in cui alla fine una voce narrante tira le fila del discorso e racconta ciò che è venuto dopo? Le mie lettere la parola, le immagini la vostra fantasia.

Marco ha lasciato l’università per cercare lavoro, ma questo si era nascosto bene. Non l’ha trovato ed è tornato a studiare.

Luca continua a tornare tardi la notte. La madre lo rimprovera, il padre non si vede. Ormai il ragazzo è diventato un essere mitologico: metà uomo e metà buio.

Marika ama ancora Luca, ma sempre di nascosto. Ha detto che un giorno gli parlerà, forse non si vedranno più. Orari diversi.



Giulia si è trasferita nella vecchia casa della nonna. L’ha riarredata all’Ikea e ora ci vive con due gatti e un pesciolino rosso. Adesso la boccia è più grande. Ogni tanto guarda la carta da parati alle pareti, una carta un po’ chic, ma le ricorda la saggia donna che si dondolava in soggiorno, e questo la fa sorridere, anche quando sente il peggio.

Matteo non parla più a Marco da quel giorno dai toni accesi, ma spera che le cose possano sistemarsi. Intanto continua a studiare, a scrivere canzoni per il gruppo di Laura, a credere che il mondo potrebbe essere migliore. Intanto fa la raccolta differenziata.

Greta e Tommaso si sono lasciati dopo poco tempo. Quello che era un amore travolgente si è consumato in meno di un’estate. Ma forse è meglio così, lui votava a destra, lei aveva il poster di Togliatti in camera.

Laura sapeva della partenza di Riccardo. Ha cercato in tutti i modi di trattenerlo, di fargli cambiare idea, di convincerlo che la libertà è anche qui, ma il vento soffiava verso est. Ora ha tappezzato la città di volantini alla ricerca di un bassista.

Monica ed Enrico si sono sposati, contro tutti e tutti. Una cerimonia sobria, tranne forse che per la cover riarrangiata da Laura di One dei Metallica dopo l’eucarestia. Oggi dovrebbero tornare dalla luna di miele. Spero che il loro fuoco arda per sempre.

Jacopo fotografa ancora quella ragazza con i capelli rossi che abita di fronte. La ammira quando si scioglie i lunghi capelli e li pettina leggera. Un po’ arte, un po’ poesia. Un po’ passibile di denuncia.

Giacomo ci ha lasciati, alla fine non ha vinto, ma non ha neanche perso. Chi può rimproverarti dopo una prestazione del genere? Dopo una vita del genere?

Anna ha in grembo un frutto e uno lo mangia. La chiamano fame da gravidanza, altri “Comincio da lunedì”. Pochi giorni fa ha trovato il coraggio di dirlo ai genitori mentre passeggiava per le colorate vie del centro, ma nessuno ancora conosce l’identità del padre. Qualcuno giura sia Luca, Luca giura sia la Forza. Quando la passione prende il sopravvento.

Francesca è fissa. Ha un lavoro fisso, anche se modesto, un posto fisso al cinema ogni settimana, il CD degli Of Monster and Man fisso in macchina. Quello che le manca è solo un po’ d’amore. Fisso.

Ettore ha lasciato il locale che aveva preso con Giulia, forse non era il suo sogno. Ha riallacciato i rapporti con Matteo dopo tanto tempo, ora vorrebbe tornare a scrivere a quattro mani come facevano un tempo, che sia questo il suo sogno?

Margherita, la ragazza con i capelli rossi della finestra sul cortile di Jacopo, sogna e continua a sognare. Un giorno si sveglierà, senza molti fronzoli sparsi per il mondo, ma avrà sognato bene.

Qualche sera fa si sono ritrovati da Giulia. C'erano tutti o quasi. Mancavano gli sposini, Marco (per evitare di incontrare Matteo) e ovviamente Riccardo.

Riccardo ha lasciato tutto ed è partito all’avventura, senza neanche salutare. Tommaso e Giulia sono andati a casa sua e hanno trovato un biglietto attaccato alla porta “Vado, forse torno”. Forse tornerà, forse no. Forse rimarrà per sempre perso in questo intreccio di sguardi che chiamiamo vita. Questo luogo in cui restare per sentire ancora il sangue correre e trepidare. Quel percorso che ha condiviso con gli altri personaggi di questa storia e oggi sta condividendo su qualcun altro. Sempre sotto lo stesso cielo.
Ma la storia non finisce qui. Lo spirito che ha animato loro continuerà a fluire di racconto in racconto, di pioggia in pioggia, e ciò renderà immortali tutti noi che ogni giorno balliamo insieme, in cerchio.

sabato 22 ottobre 2016

IO VADO, TU SEGUIMI

Poggiò i libri sgualciti sul tavolo e si sedette cercando l’invisibilità. Come ogni tardo pomeriggio, si ritrovava a studiare nell’affollata biblioteca, aspettando la sera e la laurea. Placando la fame con gli avanzi della dispensa. Aprì il libro, cercò la pagina giusta e cominciò a leggere distrattamente di ciò che non gli interessava e non l’avrebbe interessato. La giornata stava volgendo alla solita occlusiva conclusione, quando alzò distrattamente lo sguardo tra un nome altisonante e una definizione presuntuosa e li vide. Vide i suoi occhi splendenti tra gli occhi degli altri che non splendevano mai come i suoi. Vide i suoi capelli accesi, rossi e distinti, divisi da una dea e ramati uno ad uno con grazia. Vide le sue guance, arrossate dal calore dell’aula, riempite da una costellazione di lentiggini che la coloravano in modo singolare, unico. Vide la sua espressione corrucciata, intenta com’era a comprendere chissà quale pensiero proibitivo, avvolta com’era nel suo studio, nei suoi pensieri, nella chioma che le incoronava dolcemente l’anima docile. La vide e un’espressione si fermò sulle labbra e sugli occhi del ragazzo, a metà tra lo stupore e la magia del tempo che scorre al contrario.
La ragazza distolse lo sguardo dagli studi e i due si incrociarono per qualche attimo, uno scambio impercettibile. Le guance di lei si colorarono di un rosso più accesso, l’espressione di lui sfociò definitivamente in un sorriso, e il tempo si fermò.


Si sarebbero incontrati, conosciuti e amati. Avrebbero trovato nell’altra persona ciò che da sempre avevano atteso invano. Si sarebbero rivisti qualche sera dopo al cinema, a vedere quel film complesso; ma del film non sarebbe interessato a nessuno. Si sarebbero baciati una notte, sotto le stelle e il freddo mite di autunno leggero. Sarebbero andati a mangiare fuori, in un locale modesto ma caldo, e lui l’avrebbe fatta accomodare, e lei sarebbe arrossita, imbarazzata e lusingata. Avrebbero riso, pianto insieme, sofferto. Insieme. avrebbero visitato luoghi già visti con altri occhi, avrebbero visitato nuovi luoghi, con l’amore per la scoperta negli occhi e il futuro nella borsa. Avrebbero nuotato per ore, cercando di risalire il fiume e raggiungere le cascate. Avrebbero messo da parte i bui delle loro anime per risplendere insieme. sarebbero andati avanti nonostante tutto puntasse a sud, avrebbero resistito alle intemperie. Lui avrebbe regalato a lei infiniti sorrisi, lei gli avrebbe dato in cambio la gioia di vivere il mondo, che prima era stato con loro, ora era solo loro. Avrebbero piantato le radici di un albero imponente ed elegante, come un padre che accoglie a braccia aperte le difficoltà del figlio. Sarebbero rimasti insieme per sempre. O forse no.
Si sarebbero potuti incontrare, conoscere ed amare. Avrebbero potuto trovare nell’altra persona ciò che da sempre avevano atteso invano. Avrebbero potuto rinascere a vita nuova. Avrebbero potuto passare interi pomeriggi ad ammirare il matrimonio delle nuvole e il vento, le forme in movimento di una vita immobile. Avrebbero potuto condividere una parte del loro cuore per resistere alla morte. Avrebbero potuto terminare una giornata con i piedi nell’acqua salata e la testa nel loro nuovo mondo, nato per restare. Avrebbero potuto passare anniversari ad amarsi nella loro nuova casa, senza molte parole. Si sarebbero potuti aprire l’un l’altro per scoprire di essere simili nella storia di due vite dissimili. Sarebbero potuti rimanere insieme per sempre, ma così non è stato. O forse si.
Il tempo riprese a scorre quasi come prima e l’espressione di stupore fanciullesco del ragazzo si tramutò in sconforto quando vide il posto dove era seduta la ragazza vuoto. La cercò con gli occhi, non poteva essere sfuggita in un così breve lasso di tempo. La cerco tra le sagome che popolavano quella vuota biblioteca. La cercò con la speranza e la trovò, coperta da una giacca solitaria, mentre si allontanava verso l’uscita. Sul volto del ragazzo scese una goccia di sudore che pareva una lacrima, e la schiena gli si rizzò per poi incurvarsi nell’anonimato. Tornò nel nido sicuro. Nel suo guscio spesso rivide le immagini del momento dell’amore e se ne innamorò. Sul suo viso scese una lacrima, non una goccia di sudore, perché era arrivato il momento.
La sua mano timida le sfiorò la spalla proprio alle soglie dell’uscio. Fuori cominciava a scendere una foschia umida insieme alla sera buia, ma le luci si rinvigorivano nel pallore del crepuscolo della mezza stagione. I rumori si estraniarono e comparve una scintilla nello sguardo nascosto di lei, lei di spalle.

“Ciao”.

domenica 2 ottobre 2016

DOWN - SECONDO GIORNO - PARTE 1

SECONDO GIORNO

Rinvengo. Il Sole è tornato a farmi compagnia. La gamba mi duole di meno ma vene e arterie continuano a pulsare incessantemente. La macchia viola si espande. Non so se recupererò mai la gamba, ora l’unico pensiero è uscire da qui, ma sapere come sono finito quaggiù aiuterebbe. Come? Chi?
Mantengo la calma e mi trascino verso una zona d’ombra poco distante data dall’inclinazione solare. Ogni spostamento in queste condizioni sembra un’agonizzante fine. Stringo i denti, sento una brezza. L’aria è più fresca, respirabile. Ne prendo a pieni polmoni. Deve essere mattina.
Con la testa finalmente all’ombra riesco a ritrovare una sorta di lucidità e mi fermo a pensare. Ricordo l’ufficio a serata inoltrata, la porta d’uscita, il saluto sfuggente di un passante, delle voci confuse, una ragazza si agita nel tipico fumo dei tombini nei vicoli newyorkesi, una musica orecchiabile permea l’area, ma è soffusa. Probabilmente viene da un locale vicino. La scala antincendio scende e comincia a vibrare rumorosamente, due uomini. Vedo distintamente due uomini e due maschere. Comincio a ricordare quelle maschere di terrore. Un fumo si addensa per prendere sembianze canine, antropomorfo con un sinistro sorriso maligno, il naso largo, le narici spaziose, gli occhi. Occhi malvagi, occhi rossi, il diavolo sembra possederlo.
Qualcosa mi distrae dai miei pensieri. È un insetto, si sente in lontananza. Un grillo, credo. Un suono familiare mi smuove qualcosa dentro e una lacrima scende involontariamente e dopo aver segnato il mio viso precipita seguendo la gravità fino a toccare terra. Quella terra che mi circonda, mi rinchiude e mi asfissia; quella terra sotto la quale un giorno tornerò o forse già sto tornando. Tutti muoiono, tutti hanno i giorni contati, ma sento che i miei si possono contare sulle dita di una mano. Sento freddo, un brivido lungo la schiena. Una goccia di sudore gelido ricalca il percorso della lacrima. È vicina.


Mi porto la mano al volto per asciugare il sudore ma l’allontano immediatamente. È sporca, lercia. Il pungente odore acre del vomito è ancora presente. Mi calmo e respiro. Il cuore torna a fare il suo senza esagerare. Continuo a ricordare.
Ricordo una seconda maschera, meno minacciosa ma non meno inquietante. Un clown con i denti aguzzi mi fissa. La mia mente si riempie di palloncini fino a diventarne satura. Ci sono tutti i colori del creato che coprono il buio della paura. Cominciano poi a scoppiare uno dopo l’altro, sempre con maggior frequenza, finché non ne rimane uno, uno soltanto. Un palloncino rosso svolazza libero. È rosso. Vedo tutto rosso. Rosso sangue, vedo solo sangue. Sembra che però il sangue non sia mio. È vecchio, raggrumito, viene da un passato più remoto. Non c’era sangue in quel vicolo che io ricordi, solo violenza. E il sangue? Di chi è quel sangue? Mi sforzo di ricordare. Non so. Non riesco a capire. La mia mente mi supera e divaga. Associazioni mentali autonome che non Capisco. Vedo una pala. Questa è reale. Vedo davvero una pala, si trova appena fuori la buca, piantata nel terreno. Vedo in realtà solo il manico, potrebbe essere un palo, una mazza, ma voglio credere che sia una pala. Voglio convincermi. Se quello strumento fosse qui al mio fianco sarei un uomo libero, libero di riversare le mie paure in un movimento meccanico volto a creare una via d’uscita da questo mondo oppressivo, da questo dannato inferno. Spero che sia una pala. La speranza è ancora con me. Non sono più solo come credevo. In questa situazione mi rallegro di poco. Un pezzo di legno di natura sconosciuta mi ricorda il vento, l’estate sui covoni. I baci innocenti. Un sorriso nasce e cresce sul mio viso. Mi stupisco. All’inferno sorrido. Poi il sorriso muore. Qualcuno muore prima di me quindi.

La lucidità ormai riacquistata mi porta a guardarmi attorno. Mi accorgo solo ora di essere completamente nudo. Il mio corpo a contatto con la Madre. Mi accorgo solo ora che non urino da giorni. Lo stimolo sopito sotto strati di angoscia e terrore esce allo scoperto in un attimo di tranquillità e mi conferma che non mi svuoto da molto, troppo. Mi ruoto leggermente sulla gamba dolorate e mi libero. Il dolore aumenta, ma la soddisfazione di una vescica libera è maggiore. Sospiro e chiudo gli occhi. Vorrei provare ad alzarmi ma la botta alla testa, lo scombussolamento e forse un po’ di temperatura mi trattengono dal farlo. Poggio la testa sulla parete rocciosa e umida. Una formica rossa esce e sembra salutarmi. Ricambio. La solitudine in un mondo saturo di volti è dura da sopportare. Mi fermo a fissare il cielo. Non è mai stato così azzurro. Sembra il Pacifico nei miei sogni. Forse non ho mai guardato il cielo davvero, o almeno non l’ho mai fatto in questo modo. Quel colore infinito, puro e misterioso per me rappresenta ora la libertà. Anelo all’azzurro del cielo. Intanto il sole si è spostato. L’ombra sta diminuendo. Devono essere le undici, credo. Mi assopisco.

lunedì 19 settembre 2016

NESSUNO BUSSÒ ALLA PORTA

Igor non aspettava nessuno, aspettava qualcuno. Ma quel giorno si presentò nessuno.
Era una casupola accogliente, quella in cui Igor aveva passato gli ultimi anni della sua vita. Prima era stata la casa dei genitori dell’uomo, e prima ancora una rimessa per gli attrezzi appartenuta ad un lontano parente. La famiglia di Igor aveva ereditato un locale dismesso e l’aveva trasformato in una sorta di abitazione vivibile. I lavori erano costati tempo e denaro per l’anziana coppia; tempo prezioso, visto il tempo rimasto. Avevano associato a quell’abitazione un complesso di sentimenti e sacrifici al punto da considerare quelle mura come loro progenie. Curavano le rifiniture con amore. Non lasciavano passare dieci minuti prima di sostituire una lampadina fulminata. Credevano, complice anche la vecchiaia galoppante, che quella casa avesse un’anima, e che spettasse a loro curarsi della materialità per curarsi della spiritualità.


Igor aveva vissuto con i genitori fino ai trent’anni circa, e quel pomeriggio aspettava qualcuno. Era nato in casa, un appartamento poco luminoso in viale Samsa, poi la famiglia si era trasferita in città per trovare un impiego stabile e il piccolo Igor aveva dovuto lasciare i suoi giocattoli in quell’appartamento poco luminoso. Fu difficile ritrovare l’equilibrio, ma i Kums ci riuscirono: Il padre di Igor, Victor, fu subitamente assunto in un ufficio contabile. Non era certamente il lavoro della sua vita, ma per garantire la sicurezza economica al figlio e alla moglie questo ed altro. La porta dell’ufficio di Victor Kums cambiava ogni giorno. Un giorno era troppo bassa, un giorno sembrava essere stata ruotata di novanta gradi. Ogni giorno Victor entrava con una posa differente e rimaneva in quella posizione per molte ore. Come lui, anche gli altri dipendenti dell’ufficio erano costretti ad entrare in modo alternativo, ma tutti nella stessa maniera. E ogni sera le mogli dei dipendenti dello studio cercavano di lenire le pene delle schiene dei loro mariti con massaggi, oli e pomate profumate. Avevano tanti odori differenti questi prodotti, ma nessuno riusciva a togliere quella cattiva postura, sempre diversa, ma sempre la stessa.
Così i Kums ritrovarono una stabilità economica e la tranquillità di un alloggio duraturo. Poi scoppiò la guerra tra fazioni: da una parte i rossi Kumachi, dall’altra i seguaci del Santo col Fioretto. I Kums ripartirono alla ricerca di fortuna. Stavolta Igor dovette lasciare i ricordi, quelli che aveva avidamente custodito e nei quali vivevano ancora i giocattoli abbandonati nel primo appartamento poco luminoso. Passarono gli anni e le abitazioni. In ogni luogo Igor lasciava qualcosa di sé: una volta la bicicletta, una volta il sorriso. Aveva però sempre in mente l’idea di ripercorrere un giorno a ritroso quel percorso per riacciuffare gli averi perduti e tornare in sé.
Un giorno lasciò il nido familiare, perché sentiva di poter continuare da solo. E anche in quell’occasione lasciò qualcosa di sé ai genitori, così che lo ricordassero anche quando fosse stato lontano. Si trasferì a diverse centinaia di miglia da casa, in un condominio buio, con la muffa nera alle pareti e le pareti scricchiolanti. Qui cominciò a vivere, lontano dalle perdite che aveva seminato nel tempo. Si costruì una famiglia, rattoppò le tende alle finestre, tinteggiò le pareti e riempì di luci il suo appartamento nel condominio pensando di allontanare le ombre. Ma un giorno una tempesta estiva spazzò via le tende, allagò la casa e l’umidità riaffiorò dal bianco sporco. Così i genitori si spensero a breve distanza l’uno dall’altro e Igor non fece in tempo a tornare nell’appartamento buio che dovette assistere ad un altro funerale. Il matrimonio finì, senza figli a farne le spese, senza animali domestici, senza sfuriate violente, ma non senza rimpianti cocenti. E Igor tornò a casa, quella casupola accogliente dove la storia ha avuto inizio, per cominciare quel giro a ritroso verso se stesso, ma si fermò alla prima tappa. Non cambiò le lampadine e rimase al buio, ad aspettare qualcuno. Ma nessuno era alla porta. Nessuno bussò e Igor non si stupì. Nessuno entrò, nessuno si sedette con Igor al freddo di una casa spenta. Nessuno portò ciò che Igor stava aspettando da troppo tempo, ma non chi lui davvero attendeva da sempre. Ricordò dove aveva lasciato i giochi, sorrise un’altra volta, nessuno lo vide sorridere. Ricordò ancora quella casa con la muffa alle pareti e la bici, le giornate interminabili seduto dietro la porta ad aspettare il padre che tornava dal lavoro malconcio e acciaccato, piegato per lui. Ricordò l’appartamento poco luminoso da cui scopriva il mondo. Stanco si versò l’ultimo goccio di whiskey e andò alla finestra. Nel riflesso Igor vedeva una lacrima solcare il suo viso e un sorriso arginare la lacrima. Nessuno era entrato, nessuno era uscito. Nessuno andava con passo lento per la deserta campagna d'inverno.

venerdì 5 agosto 2016

DOWN - PRIMO GIORNO

Anf.. anf… La gamba è il mio primo pensiero. Mi duole terribilmente; un dolore lancinante, un migliaio di insetti famelici che divorano avidamente l’osso e il muscolo che lo circonda. Fa male, deve essere rotta, credo. La luce è accecante. Il caldo umido si sente sulla pelle e sulle labbra: in che mese siamo? Luglio, ma non ne sono sicuro. Non sono sicuro di nulla. Provo a ricordare, la testa mi fa male, forse una botta, un gonfiore, smetto di pensare. Svengo.



Mi risveglio. Devono essere passate delle ore perché il sole è fuggito, ora una luce biancastra mitiga il buio di una notte senza stelle. Poggio le mani, è friabile. Terra, tocco la terra nuda, calda, tocco la terra arida. Il solo tocco del terreno mi riporta alla mente un’estate che non fu più, quelle emozioni mai riprovate. Torno in me, il mal di testa si è affievolito. Apro gli occhi.
Ciò che mi si para davanti dopo un primo momento di cecità passeggera è una parete di terra. Sono circondato dalla terra. Uno spazio circolare, uno spazio circolare mi circonda. Un cerchio perfetto rinchiude la mia anima tre o quattro metri sotto terra. Sono in una buca, sono in trappola. Mi agito, un senso di claustrofobia mi impedisce di prendere aria, smetto di respirare per qualche secondo, mi sento venire meno, la testa torna a pulsare violentemente, il cuore mi scoppia in petto. Poi un dolore improvviso mi distrae e impedisce al mio cervello di controllare il mio corpo e l’ansia cala leggermente. Respiro. Il dolore era la gamba, devo averla mossa inavvertitamente. La guardo. Le mie paure trovano terribile conferma. Circa dieci centimetri sotto la rotula la gamba ha assunto una colorazione violastra, una piega strana. Sembra che possa compiere lo stesso movimento del ginocchio anche in quel punto. Tibia e perone mi hanno salutato da un pezzo. È uno spettacolo orribile, raccapricciante, rivoltante. Sale un conato di vomito, non riesco a trattenerlo. Mi pulisco come posso, le mani si sporcano.
Raccolgo le idee. Mi trovo in una buca circolare scavata a diversi metri di profondità. La precisione con cui è definito il perimetro dell’angusto cerchio nel quale sono costretto suggerisce una mano umana dietro tale progetto. Qualcuno ha scavato questa fossa, ho paura. Comincio a tremare senza un preciso motivo, la paura irrazionale mi assale. Non voglio assolutamente cedere alla mia stessa paura, ma una parte di me mi dice che morirò qui. La paura mi travolge. Chiudo gli occhi. Raccolgo tutto me stesso, tutta la mia paura e la scarico in un grido. Un grido lungo, spontaneo. Lo sento, è il mio grido. Un grido di paura. La paura echeggia nel cielo della notte. TumTum. TumTum. TumTum
Scaricata la tensione provo a concentrarmi. Ho appena gridato alla Luna, se c’è qualcuno in questo posto sconosciuto mi avrà certamente udito. Cerco di rallentare il battito del mio cuore che mi impedisce di sentire al di fuori di me. Ci riesco. Rimango in ascolto di qualcuno o qualcosa che possa avermi sentito e che sta giungendo in prossimità della buca in mio soccorso. Passano i minuti, non sento altro che uno scorrere lento. Probabilmente un fiume. Non sento altro. Devo essere lontano dalla civiltà, lontano dal mondo. Il cuore riparte, il dolore mi assale.

Come sono finito qui? Chi mi ha portato qui? Non riesco a ricordare, non riesco a pensare ad altro se non alla gamba martoriata e alla paura. Sento una mano fredda sfiorare la mia spalla. È scheletrica, trasmette tristezza. La mano della morte mi sfiora, la fine non è mai stata così vicina. Un moto di sopravvivenza mi allontana della falce. Ricordo una macchina. Una macchina scura. Non faccio in tempo a creare un’immagine definita nella mia testa che il sonno mi assale, Morfeo vuole le mie spoglie. Sudato e sfinito cado in un sonno profondo.