domenica 27 novembre 2016

DAREDEVIL, SALVINI E LA PISTOLA DI BUONANNO

Mesi fa si è fatto un gran parlare della legittima difesa, della possibilità di scaricare un intero caricatore nella schiena di un presunto rapinatore per poi essere completamente assolti. Il dibattito di un momento, che aveva risvegliato l’opinione pubblica in difesa dei soliti pensionati, dei soliti braccati da Equitalia, dei soliti ultimi incappati nella medesima situazione tipo. Una serie di sfortunati eventi aveva aperto le porte ad un confronto tra diverse fazioni: chi voleva una revisione della legislazione in merito, chi cercava di avere una visione più ampia degli eventi e chi invece aveva approfittato ancora della situazione per carezzare con sguardo avido, bramante di potere, la pancia ignara dell’elettorato più reazionario, quello che non è né di destra né di sinistra, ma genuinamente fascista nell’animo.


Noi di InsideMAD siamo sempre sul Pezzo, sulla cresta dell’onda, come avrete intuito, ma talvolta ci prendiamo dei tempi per riflettere e per cercare di capire le cause e gli effetti collegati ad una complessa situazione e riuscire ad avere un’opinione quantomeno coerente, quantomeno non determinata in toto dalla somma del momento e di ruggini ammuffite nel profondo. Quegli scheletri che ci abitano e aspettano le piccole porte della realtà per mostrare i denti digrignati alla luce della luna. Ma facciamo un passo indietro: Daredevil, seconda stagione.
Personalmente ho apprezzato maggiormente la prima stagione di Daredevil, serie Netflix che ha ristabilito la giusta posizione per i supereroi sul piccolo schermo, per una coerenza narrativa maggiore, per la tangibilità della minaccia corrente e per lo sviluppo controllato e incentrato soprattutto sulla vita da avvocato cieco di Matt Murdock. Ma anche la seconda, pur vivendo di alti e bassi, raggiunge dei picchi notevoli, che presi singolarmente magari potrebbero apparire finanche più intensi rispetto alle sequenze più cariche di pathos della prima stagione. Uno di questi picchi è indubbiamente il duello verbale (e a tratti fisico) tra Daredevil e The Punisher sui tetti in buio e mattoni rossi di Hell’s Kitchen. I due personaggi, contrapposti seppur schierati sostanzialmente dalla medesima parte, si scontrano sul valore della giustizia e sul rapporto che essa instaura con la vita privata del cittadino; come si coniuga la legge scritta rispetto alla realtà che da essa dipende negli effetti. Ci troviamo di fronte a due paradigmi differenti alla base, che propongo due concezioni diverse di giustizia inevitabilmente condizionate dagli sviluppi personali dei due vigilanti della notte. Daredevil, alias Matt Murdock, si rifiuta, nei suoi agguati notturni, di colpire per uccidere, perché ritiene ancora sacro il valore della giustizia come elemento super partes riconosciuto da una comunità che si rifà ad uno stemma,una bandiera un segno comune. Questa scelta di vita lo porta a collaborare con le autorità e a legare indissolubilmente il suo lavoro notturno con quello diurno di avvocato presso la Nelson and Murdock. Dall’altra parte invece, The Punisher, all’anagrafe Frank Castle, segnato profondamente dall’esperienza personale tra la Guerra del Golfo e la morte violenta dei familiari, sceglie di farsi giustizia da sé, seminando il terrore per le strade di New York alla ricerca dei mandanti del massacro che ha coinvolto la moglie e il piccolo figlio. La sua terribile ira sanguinolenta non sarà placata finché la causa del suo inferno in vita non avrà un volto e un nome.
Ci si para dinanzi uno scontro gerarchico tra due modelli societari: uno, quello dell’eroe, pone in cima la legge e da essa fa derivare il comportamento dei cittadini, anche quando questi scelgono di vestire i panni dei vigilantes, l’altro invece, quello dell’antieroe, inverte l’ordine appena descritto ponendo il singolo uomo al di sopra della convenzione comune perché l’unico in grado di esercitare realmente una forma consona di giustizia, quanto più vicina a quella divina.

Giustizia è anche avere le mani legate

Con le dovute proporzioni, senza vigilanti, palazzi insanguinati e avvocati ciechi che combattono orde di ninja, credo possa reggere un paragone tra lo scontro ideologico proposto nella serie tv e il dibattito diffusosi in Italia pochi mesi fa, e mai realmente sedatosi, in attesa di altra legna per alimentare il fuoco dello slogan politico. Abbiamo visto uomini di legge indignarsi davanti alle telecamere perché agli uomini fosse riconosciuta la possibilità di oltrepassare quel limite della giustizia penale in casi particolari, perché fosse invertito l’ordine del reale, per finire in un immaginario in cui la legge non è assoluta, ma muta nel rapporto con l’individuo di situazione in situazione. Abbiamo visto orde di cittadini, non più accomunati dalla bandiera della legalità, ma neanche da quella dell’anarchia, accogliere a braccia aperte queste proposte superficiali perché il momento non ci offriva nient’altro che la rabbia di morti ingiuste.

Non voglio in nessun modo giustificare un individuo che, magari armato, si introduce a casa di altri con l’intento di sottrarre beni materiali che magari hanno avuto bisogno di giornate di fatica e sudore per essere acquistati, anzi. Non voglio neanche colpevolizzare coloro che, in presenza di una presenza estranea in casa loro, hanno ceduto alla paura del momento e hanno fatto fuoco ferendo, uccidendo un altro essere umano. Esiste però una precisa legislazione e, che voi possiate considerarla giusta o sbagliata, modificabile o migliorabile, essa deve sempre essere al di sopra della situazione corrente, per permettere l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto di ogni parte coinvolta, anche quando sembra che la ragione sia sbilanciata in maniera assoluta. Perché questa è la società che abbiamo e questo il modello scelto. E se non ci piace, la via è un’altra, quella dell’uomo con la pistola in TV che propone ai suoi concittadini di armarsi per poter essere un giorno in grado di vestirsi di divinità e giustizia per scacciare l’invasore. La vecchia favola, polvere e mandirani del defunto West.

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