martedì 31 marzo 2015

I HOPE

La giustizia non è divina, almeno non quella che regola la nostra società. A volte, per una serie di coincidenze al limite del credibile, vengono incarcerate persone innocenti e spesso vengono trattenute per anni prima che le loro volatili parole siano seriamente prese in considerazione e il caso venga riaperto. Alcune esempi illustri sono il pugile Hurricane Carter, accusato di triplice omicidio, condannato a due ergastoli e scarcerato solamente diciannove anni dopo, o Gerry Conlon, arrestato nel ’74 con l’accusa di attentato ad un pub inglese e rilasciato quindici anni più tardi con annessa lettera di scuse di Tony Blair, allora Premier britannico.


Ma cosa succederebbe se un uomo notoriamente rispettabile, un direttore di banca, venisse ritenuto ingiustamente colpevole di aver ucciso la moglie e l’amante di questa? E se venisse mandato in un carcere di massima sicurezza, tra i più violenti e duri al mondo? Questa è la storia de “Le Ali della Libertà”, titolo originale “The Shawshank Redemption”. Il film in questione è la trasposizione cinematografica del racconto “Rita Hayworth e la Redenzione di Shawshank” di Stephen King, contenuto nella meravigliosa raccolta “Stagioni diverse”. Un must per ogni amante del maestro della suspance, forse la sua migliore opera. La pellicola del ’94, diretta da Daranbont, vede protagonista Tim Robbins che, accusato ingiustamente di doppio omicidio, viene rinchiuso nel penitenziario di Shawshank dove stringe un legame molto profondo con Morgan Red Freeman e si trova a fare i conti con stupri, guardie violente e direttori tirannici. Film perfetto: riprende ogni evento chiave del racconto originale e lo riadatta in un’atmosfera più poetica, profonda. I protagonisti ripentono spesso che a Shawshank “sono tutti innocenti ”, e dopo poco ci si convince di ciò. I detenuti hanno sicuramente (o quasi, in questo caso) commesso un grave crimine, ma nel penitenziario più duro al mondo sono le vittime, vittime di loro stessi, del sistema, delle guardie, dell’”istituzionalizzazione”, del tempo, della vita. Il regista mostra, con una maestria incredibile, tutte le debolezze, le paure di chi ha perso tutto e tutti, di chi non ha più un domani.


L’empatia con i protagonisti è notevole fin dalle prime battute e cresce con il prosieguo della storia attraverso frasi profonde e veritiere riprese del racconto e scene indimenticabili come quelle legate a Brooks (critica perfettamente riuscita al sistema penitenziario americano), quella lirica del grammofono, la birra sul tetto e la scena finale. Appunto, il finale. A volte alcuni film racchiudono tutta la loro poesia, il loro significato più profondo nella scena finale. È il caso di questo capolavoro. Dagli ultimi venti minuti della pellicola si evince che il tema centrale non è la vita nelle carceri, né la violenza, né tantomeno la corruzione degli organi federali, ma la Speranza; tutto ruota intorno ad essa. Quando un uomo viene privato della dignità, della forza, del sorriso, del futuro, la Speranza è l’unica cosa che lo tiene ancora attaccato alla vita. A quel punto quindi è una scelta: “o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire”; e la prima è decisamente la strada più difficile, ma la Speranza dà forza, dà vita. Quando si spengono le luci, e fuori è buio, quando il gelo circonda l’uomo, quando questo barcolla senza una meta, la Speranza può riaccendere una flebile fiammella in lontananza; una guida per uscire dall’oscurità della morte spirituale.


Un film che rasenta la perfezione. La forza dei dialoghi toccanti, le grandi interpretazioni degli attori e una colonna sonora da oscar tengono in piedi un capolavoro istruttivo e meravigliosamente profondo. Uno dei pochi casi in cui la trasposizione cinematografica supera il testo originale. Una storia che cambia il modo di guardare la vita, un film che riaccende la Speranza nell’uomo, nel futuro.



 “La Speranza è una cosa buona. Forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai”. Se perdete la bussola chiudete gli occhi e puntate Zihuatanejo, la vita, puntate la speranza. "Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero.

1 commento:

Francesco Biancullo ha detto...

Sono d'accordo con te, il tema del film va oltre la violenza delle carceri. Questo film è un capolavoro che tutti dovrebbero vedere. Complimenti Mattia, continua così!