martedì 6 marzo 2018

OSCAR 2018 - PERCHÉ IL CINEMA HA PERSO ANCORA


La cerimonia politica più cinematografica dell’anno ha chiuso i battenti rimandandoci alla prossima edizione. È arrivato il momento di tirare le somme per la notte degli Oscar 2018, tra vincitori e vinti, esclusi e sorprese, nel segno del politically correct. Il 2017 è stato un anno pieno di spunti interessanti per connotare in chiave politica la premiazione dell’Academy, ma tra i tanti, a discapito delle premesse più strettamente legate al mondo di Hollywood, ha probabilmente prevalso la questione messicana, in linea con le candidature. Ma, in pieno regime democratico, questa prevalenza non ha annullato altre battaglie civili fondamentali: dallo scandalo molestie alla questione afroamericana; trasformando rapidamente la serata in una caccia alla battaglia sociale dietro il premio. Quest’anno donne e ispanici sulla cresta dell’onda, al ribasso asiatici e omosessuali. La borsa dell’Oscar.


La cerimonia si è aperta con un monologo compassato di Kimmel che ha introdotto e liquidato in pochi minuti il caso Weinstein, aprendo la strada ad una serata costruttiva e non distruttiva. Il resto della conduzione si è trascinato dall’ombra di questo primo momento e - ad eccezione di un paio di momenti d’ilarità in cui il paradigma delle star è stato capovolto - l’opera di collegamento di Kimmel si è attestata sul livello scadente delle ultime edizioni. Non vedo più presentatori in grado di dare un’impronta indelebile alla cerimonia, e forse ciò andrebbe contro gli interessi dell’Academy, ma questo format mette su un piano marginale la conduzione e tutto ciò che un autore televisivo o un comico può portare di suo dai programmi che struttura parallelamente agli Oscar. Anche il presentatore, negli ultimi anni è stato sacrificato sull’altare del buon gusto.

"Questo lo poggio qui. Che nessuno lo tocchi"
E invece...

E quindi le premiazioni. Dividerei gli Oscar in due categorie: i premi tecnici o minori e i premi maggiori. La distinzione sta nella visibilità e nell’eco che un premio ha e mantiene nel tempo. Da una parte momenti secondari che saranno presto tradotti in numeri dall’industria cinematografica, dall’altra momenti di visibilità assoluta da strumentalizzare all’occorrenza. Le categorie minori hanno visto quindi trionfare film meno inseriti nel dibattito politico e quindi l’assegnazione potrebbe essere stata meno influenzata dal momento storico, le categorie maggiori hanno invece subito il peso del contrasto contro il governo Trump a cui era chiamata la serata delle stelle. Allora alcuni premi hanno intrinsecamente in loro un valore che travalica l’ordine della settima arte. E il cinema passa troppo rapidamente da essere veicolo di messaggi sociali a strumento di propaganda. Perché a questo punto la competizione prettamente tecnica ha da tempo perso la sua ragion d’essere.


Il muro ai muratori. Tema cardine: il muro che il presidente ha ordinato di completare nella sua legislatura a difesa del confine col Messico. Quindi prima alcuni accenni sul red carpet, Salma Hayek che accentua l’accento ispanico e altri siparietti preparati, poi Coco, che vince con merito il premio per il miglior film d’animazione e sul palco si presenta una squadra di Messicani tra cui un bambino che ha il solo compito di concludere il discorso con un “Viva Mexico”; infine il vincitore morale e materiale della serata: The Shape of water di Guillermo del Toro. Miglior regia, miglior colonna sonora, miglior scenografia e soprattutto la statuetta delle statuette per il miglior film. Era effettivamente il miglior film? Probabilmente no. Moonlight - se qualcuno ancora ricorda questo titolo - era effettivamente il miglior film dell’edizione 2017? Assolutamente no. Allora cosa stiamo premiando? Cosa stiamo guardando? Eppure c’è stato un peggioramento evidente nella scelta dell’Academy che ha inficiato ancor di più la competizione: se la motivazione per la premiazione di Moonlight era legata sì alla troupe totalmente afroamericana, ma anche e soprattutto al fatto che questo spirito fosse trasposto su pellicola attraverso le tre età del protagonista, per The shape of water non si può dire lo stesso e il grande supporto alla vittoria del film di del Toro è stato il regista stesso e la posizione del trio messicano (del Toro, Iñarritu, Cuaron) rispetto all’Academy. Nell’ottica della premiazione dello scorso, il premio per il miglior film quest’anno sarebbe dovuto ansare a Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, che incarna un pensiero politico nel linguaggio cinematografico - oltretutto un messaggio forte e ben strutturato contro il regno di violenza di Trump - ma con il condizionamento esterno di tutto ciò che ha prodotto un film come The shape of water, il cinema è finito alle ultime posizioni nella decisione finale; e forse questo premio è andato anche contro del Toro stesso, mettendo in secondo piano l’amore incondizionato per la settima arte che l’autore ha infuso nella sua opera.
E allora assumiamo gli Oscar per quello che resta di una competizione sociale: un manifesto di solidarietà, uno spettacolare passatempo per il cinema.

domenica 4 marzo 2018

OSCAR 2018: I MIEI PRONOSTICI


A poche ore dalla cerimonia più attesa del mondo del cinema ci ritroviamo a fare lo stesso gioco degli anni precedenti. E proprio come un gioco vano presi anche gli Oscar, che sono celebrazione e autocelebrazione del cinema americano in tutto il suo sfarzo. I premi dell’Academy poggiano sulla settima arte, ma non si muovono nella materia della settima arte; e quindi entrano in gioco altre componenti, politiche, sociali. Premi alla carriera sotto mentite spoglie e altri decisi a tavolino per i favori dei produttori. Ma la facciata di tutta questa finzione resta un grande spettacolo per appassionati e non. E cercare di azzeccare qualche pronostico aumenta il divertimento.



Miglior film
Chiamami col tuo nome
Dunkirk
Get Out
Il filo nascosto
Lady Bird
La forma dell’acqua
L’ora più buia
The Post
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Diversi titoli di pari livello, ma il premio va sempre contestualizzato nel momento presente e il miglior film di questo 2018 confuso e infelice deve essere il rabbioso Tre manifesti ad Ebbing, Missouri. Con il beneplacito di Guillermo del Toro.



Miglior regia
Christopher Nolan, Dunkirk
Greta Gerwig, Lady Bird
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, La forma dell’acqua
Jordan Peele, Get Out

La miglior regia che ho avuto modo di ammirare in sala quest’anno è senza dubbio quella di Nolan, in grado di riformare i canoni del war movie. Ma le congiunzioni astrali dicono che quello a del Toro sia il premio più scontato della serata; chi sono io per andare contro il volere degli dei (del cinema)?



Miglior attore protagonista
Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman, L’ora più buia
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

Gary Gordon Oldman aveva già vinto dopo il primo trailer de L’ora più buia. Facile.

Miglior attrice protagonista
Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, Io, Tonya
Meryl Streep, The Post
Sally Hawkins, La forma dell’acqua
Saoirse Ronan, Lady Bird

Grandi performance, molto più che per la controparte maschile. Sfida più agguerrita, ma a vincere sarà Frances McDormand in Coen, che oltre ad aver interpretato magistralmente un personaggio violento e meraviglioso, è anche la miglior attrice in concorso in senso assoluto. Meglio di Meryl Streep, ecco, l’ho detto.

Miglior attore non protagonista
Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Richard Jenkins, La forma dell’acqua
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Non ho avuto modo di vedere The Florida Project, ma Plummer ha salvato in extremis una sceneggiatura scricchiolante subentrando a pochi mesi dall’uscita nelle sale di Tutti i soldi del mondo, Jenkins ha riscritto il ruolo della spalla comica nei film simil-Disney e Harrelson è riuscito a trovare il punto d’incontro di ironia e dramma ad altissimi livelli. Ma l’agente bigotto e violento di Sam Rockwell non ha eguali e Tre manifesti ad Ebbing, Missouri sarebbe stato tutt’altro film senza il ragazzo dalla luna.



Miglior attrice non protagonista
Allison Janney, Io, Tonya
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Il filo nascosto
Mary J. Blige, Mudbound
Octavia Spencer, La forma dell’acqua

In questo caso invece i ruoli si invertono e, per quanto riguarda il ruolo da non protagonista, sono stati gli uomini ad offrire le prove attoriali più eccellenti. nel livello medio spicca Allison Janney, madre odiosa e di stazzata di I, Tonya.

Miglior film d’animazione
Baby Boss
Coco
Loving Vincent
Ferdinand
The Breadwinner

Loving Vincent è il più poetico, ma la Pixar continua a viaggiare ad altri livelli qualitativi. Quando poi ci sono anche i lacrimoni…

Miglior sceneggiatura originale
Get Out
Lady Bird
La forma dell’acqua
The Big Sick
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Sfida a tre tra Lady Bird, la forma dell’acqua e Tre manifesti ad Ebbing, Missouri. Quello alla miglior sceneggiatura originale sarà tra i premi decisi a tavolino per bilanciare la serata o decretare il successo assoluto di una pellicola. Credo che una buona scelta sia il film di Martin McDonagh



Miglior canzone
“Mighty River”, Mudbound
“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome
“Remember me”, Coco
“Stand Up for Something”, Marshall
“This is me”, The Greatest Showman

“Remember me” contro “This is me”. Con “Remember me” però si piange pure. Io voto Coco.

Miglior sceneggiatura non originale
Chiamami col tuo nome
Logan
Molly’s Game
Mudbound
The Disaster Artist

Competizione particolare, con un fumetto e un altro film a competere per la statuetta. Dopo le lodi al film di Guadagnino, la produzione internazionale di Chiamami col tuo nome non tornerà certo a casa a mani vuote.

Migliori costumi
Il filo nascosto
La bella e la bestia
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Victoria & Abdul

Film ambientato nel mondo della moda, l’Oscar ai migliori costumi è d’obbligo.

Miglior trucco e acconciature
L’ora più buia
Victoria & Abdul
Wonder

Due parole: Winston Churchill



Migliore scenografia
Blade Runner 2049
La Bella e la Bestia
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia

Entriamo nel merito dei premi più tecnici, quelli di cui nessuno ha memoria ma che sono indispensabili per gonfiare i numeri dei film più acclamati. Lo meriterebbe Blade Runner 2049, mi accontenterei se a vincerlo fosse Dunkirk. Il premio andrà a La forma dell’acqua.

Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

Non c’è gioco di potere che tenga. Il montaggio sonoro è una storia tra Dunkirke e Baby Driver. A trionfare sarà il primo.

Miglior effetti speciali (“visual effects”)
Blade Runner 2049
Guardiani della Galassia: Vol. 2.
Kong: Skull Island
Star Wars: Gli ultimi Jedi
The War – Il pianeta delle scimmie

Qualche titolo più fresco e spensierato per un premio quasi scontato.

Miglior fotografia
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Mudbound

Altri titoli meriterebbero la statuetta, ma quest’anno vedo l’accoppiata regia-fotografia.



Miglior sonoro (“sound editing”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

Mi pare che nello statuto dell’Academia ci sia una voce che vuole il miglior sonoro ad un film di guerra, ma non sono sicuro.

Miglior colonna sonora originale
Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Star Wars sarebbe sa premiare tutti gli anni, anche quando non esce un film di Star Wars. Ma tra Zimmer e Desplat credo abbia più chance il secondo.

Miglior montaggio
Baby Driver
Dunkirk
Io, Tonya
La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Abbiamo fatto finta di nulla, ma Baby Driver non può essere ignorato in eterno. Questa categoria DEVE essere sua. Punto.

Miglior documentario

Abacus: Small Enough to Jail
Faces Places
Icarus
Strong Island
Last man in Aleppo

Miglior film straniero
A Fantastic Woman
Loveless
The Insult
On body and soul
The Square

Miglior cortometraggio documentario
Edith+Eddie
Heaven is a Traffic Jam on the 405
Heroin(e)
Knife Skills
Traffic Stop

Miglior cortometraggio
DeKalb Elementary
My Nephew Emmett
The Eleven O’Clock
The Silent Child
Watu Wote/All of Us

Miglior cortometraggio animato
Dear Basketball
Garden Party
Lou
Negative Space
Revolting Rhymes


Lo scorso anno feci un rispettabile 16/25. Quest’anno punto all’en plain. Avete il coraggio di sfidarmi? Fuori la vostra lista.

giovedì 1 marzo 2018

MUTE - CHE FINE HA FATTO DUNCAN JONES?

Dopo aver monopolizzato il mondo delle serie tv, Netflix ha deciso di investire cifre importanti anche sui lungometraggi originali distribuiti direttamente attraverso la piattaforma streaming. La riprova del cambio di scelta produttiva è stata la distribuzione del trailer di The Cloverfield paradox a livello internazionale attraverso la vetrina offerta dal superbowl dello scorso 5 febbraio.


Tra i vari prodotti originali Netflix di questo inizio 2018 spicca Mute, thriller sci-fi ad alto budget diretto da Duncan Jones. Il vero motivo d’interesse verso questo film, dal mio punto di vista, non stava tanto nello sviluppo del paradigma Netflix in ambito cinematografico, ma proprio nella figura del regista, primogenito di David Bowie, già autore di due instant classic come Moon e Source code, prima di dedicarsi al fallimentare progetto Warcraft. Il nome di Duncan Jones racchiudeva in se le enormi premesse di Mute: in primo luogo certamente il ritorno del regista alla fantascienza più pura dopo la parentesi fantasy; proprio in questo genere Jones aveva saputo dare prova delle sue indiscusse capacità cinematografiche. Il film si presentava inoltre come il seguito spirituale di Moon. In secondo luogo l’omaggio al padre defunto, omaggio voluto proprio in occasione di questo film, ambientato nella Berlino che aveva saputo ridare a David Bowie lo stimolo per rilanciare ancora una volta la sua figura musicale con la celebre trilogia. Inevitabile infine il confronto con Blade Runner, e di conseguenza con il suo seguito Blade Runner 2049: quando scegli una certa colorazione, quando la metropoli fa da sfondo al dramma di un giustiziere solitario, quando la macchina da pesa scende in quel modo nella prima scena cittadina, non puoi esimerti dal confronto con la leggenda, e uscirne con le ossa frantumate è molto più facile di quanto sembri.


Nonostante le ottime premesse, Mute appare fin da subito scadente sotto molti punti di vista, a partire dalla messa in scena clamorosamente mancata: il futuro ricreato del regista è artificioso e non rispecchia l’evoluzione del nostro presente, ma un 2052 alternativo, parallelo, in cui il gusto estetico e pratico ha seguito una linea totalmente differente. Dopo un incipit efficace in cui vediamo il protagonista perdere l’uso della parola in seguito ad un incidente in barca, il film smarrisce la rotta e naufraga presto verso una sequela di eventi macchinosi e senza ritmo. L’indagine alla ricerca di Naadirah, la ragazza di capelli blu, è sconclusionata e la costruzione del sistema di enigmi, ricompense e indizi risulta abbozzato, talvolta campato per aria da un punto di vista logico. I pochi momenti potenzialmente carichi di patos vengono rovinati da una scrittura scialba o dai personaggi fuori luogo. I personaggi rappresentano infatti uno dei problemi maggiori della pellicola: salvo rare sequenze, gli attori sono perennemente fuori parte e - di conseguenza - i personaggi che interpretano sembrano non essere realmente presenti  sulla scena. In tutto ciò la regia, la fotografia e gli aspetti tecnici della pellicola non intervengono a salvare il salvabile, ma lasciano che la barca vada a fondo con tutto l’equipaggio.


In linea generale nulla va per il verso giusto e uno dei prodotti di punta di Netflix per questo 2018 si è rivelato essere un clamoroso buco nell’acqua che non rende giustizia alle capacità del regista e fallisce anche nell’intrattenimento più basilare. Ma facciamo un passo oltre e lasciamo per un attimo da parte la piattaforma streaming  per concentrarci su Duncan Jones. Il regista aveva stupito critica e pubblico con i primi due film dimostrando una mano dotata, la giusta ambizione per emergere con un cinema spesso considerato di nicchia e un sincero amore per il genere fantascientifico. caratteristiche che gli hanno aperto diverse porte e l’hanno spinto al di là della sua comfort zone, la situazione artistica e lavorativa in cui riusciva a infondere il suo spirito nelle pellicole. Guardando agli ultimi due lavori possiamo dire che l’autore appare non più in grado di dare senso e ritmo a immagini riciclate, sbiadite nonostante i colori forti, momenti che tendono sempre più verso un trash non ricercato ma occorso. Mute manca di troppa qualità per poter competere con la nuova fantascienza di Denis Villeneuve, da Arrival a Blade Runner 2049. Tra Mute e il seguito di Blade Runner passano idealmente appena 3 anni, ma il primo è anni luce dietro rispetto alla storia dell’agente K e i due futuri descritti non sono minimamente paragonabili.


Perché credere ancora in Duncan Jones? Il cinema come arte, espressione di un’idea non s’improvvisa, ma arriva dal profondo ed emerge con lo studio e la pratica. Jones ha dimostrato di avere un’attitudine artistica - questo è innegabile. L’autore non ha ancora sviluppato la capacità di individuare i progetti più adatti alle sue peculiarità. Mute non è solo un’opera manchevole, ma un prodotto sbagliato nella costruzione e nelle intenzioni. Ripartire dalla passione più sincera, ragionare sul concetto prima della realizzazione. E io, dopo il secondo flop consecutivo, aspetto ancora il ritorno di un grande regista.

mercoledì 21 febbraio 2018

LA FORMA DELL’ACQUA - SOLO UN CLASSICO DISNEY?

Guillermo del Toro è un autore famoso per il gusto particolare che ha costruito in anni di produzioni ambiziose. La forma dell’acqua - opera ultima del regista -, fresca delle tredici candidature agli Oscar, si propone come la summa di un certo ideale visivo e narrativo che da sempre accompagna le produzioni del cineasta messicano.


Il processo creativo di del Toro si è sempre focalizzato sulla creazione di uno stile composito estremamente cinematografico che desse sostanza e sostegno a trame lineari. La forma dell’acqua rappresenta, insieme a Il labirinto del fauno, la miglior espressione del connubio tra forma e contenuto, tra la ricerca di fondamenta artistiche e lo svolgimento della narrazione. Il film è, sì, la storia d’amore improbabile tra uno donna resa muta in età infantile da un atto barbaro e un anfibio umanoide catturato dai servizi segreti, ma a fare il film è tutto ciò che ruota attorno ai due protagonisti, dalle ambientazioni ai colori, dalle musiche alle atmosfere da Guerra Fredda. Ogni elemento, ogni scelta nel film concorre a ricreare un mondo originale e fantastico; ogni aspetto cinematografico è funzione di una visione d’insieme. 


Nonostante queste premesse possano sembrare assunti di qualità assoluta, per apprezzare il film è però necessario entrare in empatia con il mood della pellicola e accettare alcune peculiarità lontane dalla moderna concezione di dramma romantico. Bisogna aprirsi incondizionatamente a quel qualcosa di molto più giocoso e bambinesco che anima il senso di meraviglia di cui l’opera è permeata. Un senso che tende più verso i classici del rinascimento Disney che verso film volutamente complessi nel loro sviluppo, rivolti evidentemente ad un pubblico adulto. Ne La forma dell’acqua sono presenti alcuni elementi che richiamano direttamente il mondo fiabesco di casa Disney, proprio a partire dai due protagonisti: la principessa senza voce (“La Sirenetta”) e il mostro scontroso e bistrattato dalla comunità (“La bella e la bestia”). Il loro rapporto ripercorre linee già tracciate dalla cinematografia statunitense e anche lo sviluppo delle apparenze riguardanti la creatura che vengono ribaltate nel corso della pellicola non fanno eccezione. I personaggi secondari seguono una struttura familiare ai bambini di un tempo: Giles, vicino di casa e amico della protagonista, è lo stereotipo della classica spalla comica che porta una ventata di spensieratezza per spezzare i momenti più tesi. E proprio come i migliori personaggi secondari di casa Disney, anche Giles non sembra avere una conclusione all’altezza, ma vive in funzione del percorso di Elisa. In generale tutti i personaggi presentati nel corso della narrazione tendono ad essere stereotipati secondo una morale assoluta, per cui i buoni sono fin troppo candidi e innocenti, mentre i cattivi tendono ad essere spregevoli e violenti, senza mezze misure. Le musiche poi hanno proprio l’obiettivo che dare alla pellicola quel tocco di spensieratezza infantile, a dispetto di alcuni momenti topici. Il main theme era così vicino alle scelte musicali della Pixar che sono uscito dalla sala canticchiando la colonna sonora di Up.


Ma questo gusto fiabesco classico che rivive nelle scelte del regista passa anche dalla violenza, dalle scene di nudo, dalla tensione palpabile e da una toccante e sublime scena in bianco e nero che spezza il ritmo della pellicola per mostrare, senza dire, il senso di un amore impossibile.

La forma dell’acqua è un film raffinato e grottesco allo stesso tempo; è in grado di dare alla luce una nuova creatura mischiando a dovere la storia di diversi generi cinematografici. Ipnotico, ironico, intenso. Per apprezzarlo appieno dovrete però essere disposti ad accoglierlo con la mente di cui disponete ora e il cuore di quando, da bambini, avete conosciuto il mondo fuori attraverso i film Disney.

domenica 18 febbraio 2018

IL RITORNO DI LETTERMAN E LA POLEMICA CON FALLON

Due anni di assenza dalle scene a seguito di un addio mai davvero chiarito. La grandezza dei personaggi che hanno fatto la televisione e l’intrattenimento mondiale emerge nella profondità d’intento del lavoro che li anima. Netflix ha concesso a David Letterman la possibilità di rientrare direttamente nella rete d’influenza del grande pubblico con uno show differente, pacato, chiacchierato e assolutamente orientato verso uno scopo preciso. Il primo episodio di Non c’è bisogno di presentazioni ha presentato le dinamiche e i tempi del nuovo progetto, ma la discussione con Barack Obama si è sviluppata naturalmente a partire dalla figura politica dell’ex presidente degli Stati Uniti. Un dialogo trasparente che ha tenuto celato il nome del principale antagonista dei Democratici per tutta la durata della puntata. Con il secondo episodio - che vede come ospite il divo George Clooney - abbiamo potuto scorgere di più sui propositi di Letterman per questa sua nuova avventura. Il taglio dato all’intervista con Clooney è a metà tra l’intrattenimento e l’informazione, è un faro elegante e preciso sul momento presente. Letterman non è tornato per far divertire un pubblico occasionale, ma conosce bene il suo potere mediatico e non ci ha messo molto a rilanciarsi come guida di un certo pensiero d’apertura mondiale.


Lo show prodotto da Netflix si compone di un’intervista frontale su un modesto palco di New York e di un reportage che vede lo stesso Letterman uscire dalla sua comfort zone per penetrare e comprendere le difficoltà di una nazione socialmente in ginocchio. In principio le domande all’ospite e le immagini in esterna sembrano viaggiare su due binari differenti, ma, man mano che l’intervista scalfisce la superficie del personaggio pubblico e cerca di approcciare le anime, le credenze più profonde che muovono gli ospiti, le linee prima distanti si avvicinano e si avvinghiano per produrre un senso più profondo dello show. Nella prima puntata Letterman incontra il deputato John Lewis e percorre con lui proprio il ponte di Selma, Alabama, attraverso il quale la popolazione afroamericana della città aveva marciato in segno di protesta nel 1965. Confrontarsi attraverso le parole del presentatore con l’esperienza del deputato e attivista è commovente, affrontare la violenta realtà sulla quale si è eretta una società sfavillante e contraddittoria è necessario.  Il discorso poi procede attraverso le parole di Obama e termina con una dichiarazione d’amore di Letterman al primo presidente afroamericano che suona molto come una drammatica presa di coscienza sull’attuale classe dirigente americana.


L’episodio incentrato su George Clooney invece si costruisce a partire dalle origini artistiche del personaggio per sottolineare la filantropia della famiglia Clooney e mostrare la realtà di Lexington, Kentucky: quanto la città natale dell’attore sia vicina all’Iraq, quanto quegli 8000 chilometri non riducano minimamente il rumore assordante di un conflitto mondiale. Letterman ci mostra la morte, la sofferenza, la solitudine e poi lancia un messaggio di unità e fratellanza dalla comunità repubblicana di Lexington. Perché il discorso che l’autore vuole portare avanti va oltre le divisioni di partito e le idee specifiche sulle questioni politiche; si tratta di un messaggio d’umanità che vive dei fatti, delle immagini e non può essere ignorato anche dai più conservatori.


Ma perché David Letterman ha deciso di tornare a settant’anni? Perché proprio attraverso una piattaforma libera come Netflix? Per rispondere a queste domande dobbiamo rifarci alle dichiarazioni rilasciate da Letterman sui suoi colleghi intrattenitori durante il periodo di assenza dalle scene. Egli ha preso di mira soprattutto gli show di Jimmy Fallon e di Jay Leno per il modo in cui hanno interpretato il loro ruolo durante la campagna elettorale. In particolar modo Fallon avrebbe concesso al candidato repubblicano di uscire dal suo late show con un’immagine accattivante e certamente più salda. La presa di posizione di Letterman rimette in discussione la figura dell’intrattenitore nel sistema occidentale: se da una parte la stampa ha il compito di raccontare i fatti e di informare, l’intellettuale del 2000 ha il dovere morale di imporsi e di far valere per la giusta causa la sua influenza. E la giusta causa, in questo caso, è il senso di solidarietà di una nazione disumanizzata. E questo compito non può essere comprato con lo share e le pubblicità tra una domanda e l'altra. David Letterman è sceso dal suo scranno per ricordare a tutti il ruolo dell’intelletto quando questo coincide con un grande potere mediatico, è tornato per riportare una certa parte dell’intrattenimento americano sulla retta via. E non è un caso che abbia scelto Netflix per lanciare il suo messaggio, slegandosi così dai network classici e dalla televisione del voto di scambio. Un messaggio che in Italia faticherebbe ad attecchire per mancanza di una classe intellettuale consapevole del suo ruolo, vicina alla questione sociale. Un ruolo che i giornali non potranno ricoprire a lungo.

Era stato licenziato, ha scelto di viaggiare per due anni in giro per il mondo e ha sviluppato un pensiero tanto intelligente quanto è folta la sua barba, ma non potevamo sopperire più alla sua assenza.

martedì 6 febbraio 2018

THE POST E IL RUOLO DELLA STAMPA

Nel 1971 il New York Times prima e il Washington Post dopo entrarono in possesso dei famosi “quaderni del pentagono” e decisero di rendere pubblici decenni di menzogne perpetrate dal governo americano sulle guerre in Corea e in Vietnam. La ricostruzione storica degli eventi, per quanto accurata e convincente, è un pretesto per entrare nelle falle del nostro presente. Il fulcro del film è attuale: Spielberg tratta due temi sociali che oggi sono quanto mai vivi e scottanti. I due protagonisti si spartiscono il compito di portare avanti tali problematiche: da una parte Kay Graham, proprietaria del Post, tocca il tema della posizione delle donne in ambito lavorativo, mentre il direttore del giornale, Ben Bradley, entra a fondo della questione sul ruolo della stampa nel sistema mediatico. La storia della rivincita sul maschilismo e sulla misoginia della società americana sarebbe certamente interessante da narrare e rielaborare, ma è sull’altra storia - quella sviluppata attraverso il personaggio interpretato da Tom Hanks - che vorrei soffermarmi.


The Post liquida rapidamente le ragioni ovvie di una parte della società rispetto al conflitto vietnamita, perché il film è il racconto di una notte e di una scelta che cambia il corso della storia del giornalismo. La questione non si pone rispetto al comportamento del governo, ma in relazione ai rapporti tra due organi fondamentali del modello liberale. Il problema si manifesta su schermo quando l’amicizia tra Kay, interpretata da Meryl Streep, e il capo di gabinetto della Casa Bianca all’epoca dei fatti svelati dai “quaderni del pentagono” si scontra con i doveri del giornalismo. Il film sottolinea la distanza necessaria tra la politica e il racconto del reale perché la stampa possa assolvere la sua funzione sociale.


La stampa è il Quarto potere e una democrazia che tende ad accentrarsi nelle mani di pochi, che sopravvive grazie alle conoscenze e alle amicizie, che chiude la verità nel cerchio dei soliti noti ha fallito il compito più puro della democrazia, la partecipazione. La stampa - come ribadisce il film in chiusura - è lo strumento attraverso cui il popolo controlla l’operato dei politici. È una funzione dal basso per la sua provenienza e dall’alto per il suo scopo ultimo; è sporca e trasparente, osteggiata e vitale.
La rivolta del Post e degli altri giornali americani contro lo strapotere mediatico di un governo ostruzionista aprì una stagione di slancio ideologico, sulla spinta del ’68. Accessibilità della verità, cooperazione a bilanciare il potere, mutamento sociale. Grande trasporto per una democrazia tangibile in cui ognuno compartecipa della cosa pubblica. Oggi più che mai è necessario riscoprire il valore della parola e la posizione che si deve alla stampa nella scala che va dal primo all’ultimo cittadino.



Una stampa asservita, sensazionalista, rivolta alla parte istintuale dell’uomo, alla ricerca del guadagno più facile, una stampa che rifugge sempre più la sua funzione sociale ha contribuito a generare una democrazia frammentata. La verità è in crisi dietro i proclami di partito nascosti tra le colonne più autorevoli; le fondamenta della ricostruzione civile devono essere i fatti. Una base di fatti su cui non possiamo avere un’opinione che rompa la struttura logica delle cose stesse. L’innovazione tecnologica non ha giovato all’incremento della funzione politica che la stampa ha in grembo fin dal suo concepimento, fin dalla nascita della parola. La stampa è sì propaganda, è anche doxa, ma mantiene sempre saldo un fil rouge con i fatti e proprio attraverso la parola scritta è possibile ritrovare la verità sul reale, sulla politica, sui rapporti sociali. Gli uomini hanno prima abusato del Quarto potere per poi finire a cacciare la verità più sistematicamente efficace. Le ultime scene di The Post toccano l’animo dello spettatore perché sono in grado di mostrare attimi di un mondo ideale in cui la gente coopera per la verità, prima della democrazia del televoto.

lunedì 5 febbraio 2018

COSMOTRONIC PER PERDERSI

L’ultima festa era il cuore di Cosmo finora. Un momento d’estasi in cui tutti erano protagonisti, tutti sul palco a saltare senza sosta. Ma quella festa non era l’ultima, anzi, proprio su quel modello nasce e si sviluppa Cosmotronic, che è sì una festa, ma assolutamente diversa rispetto al passato. Cosmotronic nasce dall’esperienza dell’Ivreatronic, festival di musica elettronica organizzato dallo stesso Cosmo nella sua città natale. Uno spazio di libertà in cui far rivivere un sound passato e mai vecchio.


Il doppio album nasconde un doppio target d’ascolto, che non necessariamente va a pescare da due contesti differenti, ma può benissimo trattarsi degli stessi individui presi in momenti diversi della giornata, o addirittura della stessa “festa”. Nella scrittura, Cosmo si allontana da Battisti e dal cantautorato italiano classico, specialmente per i temi toccate nei suoi testi. Se L’ultima festa si basava principalmente su un forte sentimento di nostalgia che guardava al passato e su una certa critica sociale che non può fare a meno di puntare al futuro, Cosmotronic non è “nient’altro che questo, sempre questo”. È un lavoro che parla di presente.

Non è il vomito sul passato
Rinnegato
Dimenticato
Piuttosto è che 2018, 19, 20…

Non è un caso che il brano più sentimentale, più attaccato alla radici anche storiche dell’autore - Sei la mia città - sia stato pubblicato come primo singolo ormai nel maggio dello scorso anno; e che appaia quasi come un corpo estraneo all’interno dell’ultimo album. Il presente di Cosmo è quel meraviglioso istante in cui non c’è nient’altro che la musica, il ritmo primordiale, il sentimento, il movimento, e tutto il resto non conta più nulla. Cosmotronic si presenta quindi come un album da ballare senza pause, ad occhi chiusi, sentendo il contatto con la terra e con i corpi che ci stanno attorno.

Ho voglia di ballare, solo di ballare

Con l’intento di abbandonare ogni pretesa di verità assoluta resta la realtà che si dà appieno e nella quale viviamo senza esitazione le nostre emozioni. Passato e futuro sono l’eco e l’ombra di questo istante senza freni. Così facendo, Cosmo riporta alla luce una musica italiana frivola, fine a se stessa ed estremamente divertente, da Turbo - nella quale lo stesso autore ride con noi - a Tristan Zarra, manifesto della semplice elettronica italiana. Con il lato B poi l’autore rincara la dose entrando nell’elettronica più pura, alla ricerca di “una hit senza il ritornello”.



Cosmotronic è musica di qualità con premesse ideali spicciole. Avanti anni luce rispetto alla media del panorama indie italiano, Cosmo ha saputo ritagliarsi il suo spazio nel suo genere, portando avanti un’idea musicale e maturando lavoro dopo lavoro. Il terzo album è un salto nel buio del gradimento di un pubblico mediocre e contemporaneamente un passo verso la definitiva consacrazione. Cosmotronic per ballare, divertirsi e cancellare la paura, per perdersi.

giovedì 1 febbraio 2018

TRE MANIFETSI A EBBING, MISSURI

Nelle sue produzioni, Martin Mcdonagh ha sempre approfondito il tema della violenza nel tessuto sociale attraverso una macabra ironia, molto vicina a quella coeniana. Dopo un interessante esordio e una conferma ad alti livelli, con Tre manifesti ad Ebbing, Missouri arriva la consacrazione mondiale di uno stile fresco e intelligente. I tre film finora diretti da Mcdonagh sono diversi tra loro per la capacità di intrattenere un rapporto verosimile con la realtà, e proprio su questa linea possiamo notare la definitiva maturazione del pensiero cinematografico dell’autore.


La violenza di Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è reale, tangibile, calata perfettamente nella quotidianità dell’America contemporanea. Non si tratta più di sette psicopatici o di due criminali sui generis, ma di una donna matura e disillusa la cui figlia è stata prima stuprata, poi brutalmente uccisa e infine arsa. Il film non si risparmia alcun tipo di immagine, e la realtà della finzione non viene mai edulcorata né filtrata. Attraverso il dramma interiore della protagonista, l’autore mostra uno spaccato dell’animosità americana. La stessa premessa è radicata in una comunità scossa dall’azione brutale e razzista della polizia locale. Vendetta, dissenso e odio sono all’ordine del giorno. 

Raped while dying

And still no arrests?

How come, chief Willoughby?

La campagna mediatica di Mildred si scaglia quindi contro la polizia, contro le istituzioni incapaci di garantire anche una parvenza di giustizia.


L’altro pilastro su cui si regge Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è l’ironia: tutto il quadro realistico precedentemente descritto è presentato attraverso un sottile velo di profonda e soprattutto contestualizzata ironia, legata alla caratterizzazione dei personaggi. Questa particolare scrittura, che arriva a compimento di un’evoluzione ben precisa dell’autore, ha la doppia funzione di alleggerire il peso concettuale di alcuni eventi e contemporaneamente di esaltarne per contrasto la drammaticità. Il modo in cui il regista ha scelto di trattare il tema della violenza, unito al gusto dell’opera, rappresenta la peculiarità più significativa della produzione. In molti, nel corso degli anni, hanno tentato di accendere il dramma con l’ilarità e viceversa, Martin Mcdonagh ci è riuscito appieno. Raramente Hollywood aveva visto un dramma agrodolce con momenti d’ilarità così irresistibili a cui corrispondono picchi di tragicità talmente bui. Tre manifesti ad Ebbing, Missouri lascia senza fiato in ogni situazione, per l’uno o l’altro aspetto. Sorprende, gioca con lo spettatore e non perde mai la bussola morale.


Il finale appeso arriva a conclusione di un’epopea di emozioni, una valanga che lentamente termina la sua corsa nella silenziosa vallata. La violenza iniziale è ormai esplosa in scatti d’ira che hanno drasticamente modificato la situazione di partenza. Nel corso dell’opera la rabbia si è costantemente consumata, convertendosi in dolore da interiorizzare e portare con sé. Ferite del corpo e dell’anima. E dopo la manifestazione della violenza più assurda, incontrollabile e per questo spaventosa, resta un dolore comune che riavvicina e riunifica.

Distrutta l’America dell’odio di Trump c’è ancora lo spazio e il modo per costruire una nuova società. Insieme.