giovedì 1 marzo 2018

MUTE - CHE FINE HA FATTO DUNCAN JONES?

Dopo aver monopolizzato il mondo delle serie tv, Netflix ha deciso di investire cifre importanti anche sui lungometraggi originali distribuiti direttamente attraverso la piattaforma streaming. La riprova del cambio di scelta produttiva è stata la distribuzione del trailer di The Cloverfield paradox a livello internazionale attraverso la vetrina offerta dal superbowl dello scorso 5 febbraio.


Tra i vari prodotti originali Netflix di questo inizio 2018 spicca Mute, thriller sci-fi ad alto budget diretto da Duncan Jones. Il vero motivo d’interesse verso questo film, dal mio punto di vista, non stava tanto nello sviluppo del paradigma Netflix in ambito cinematografico, ma proprio nella figura del regista, primogenito di David Bowie, già autore di due instant classic come Moon e Source code, prima di dedicarsi al fallimentare progetto Warcraft. Il nome di Duncan Jones racchiudeva in se le enormi premesse di Mute: in primo luogo certamente il ritorno del regista alla fantascienza più pura dopo la parentesi fantasy; proprio in questo genere Jones aveva saputo dare prova delle sue indiscusse capacità cinematografiche. Il film si presentava inoltre come il seguito spirituale di Moon. In secondo luogo l’omaggio al padre defunto, omaggio voluto proprio in occasione di questo film, ambientato nella Berlino che aveva saputo ridare a David Bowie lo stimolo per rilanciare ancora una volta la sua figura musicale con la celebre trilogia. Inevitabile infine il confronto con Blade Runner, e di conseguenza con il suo seguito Blade Runner 2049: quando scegli una certa colorazione, quando la metropoli fa da sfondo al dramma di un giustiziere solitario, quando la macchina da pesa scende in quel modo nella prima scena cittadina, non puoi esimerti dal confronto con la leggenda, e uscirne con le ossa frantumate è molto più facile di quanto sembri.


Nonostante le ottime premesse, Mute appare fin da subito scadente sotto molti punti di vista, a partire dalla messa in scena clamorosamente mancata: il futuro ricreato del regista è artificioso e non rispecchia l’evoluzione del nostro presente, ma un 2052 alternativo, parallelo, in cui il gusto estetico e pratico ha seguito una linea totalmente differente. Dopo un incipit efficace in cui vediamo il protagonista perdere l’uso della parola in seguito ad un incidente in barca, il film smarrisce la rotta e naufraga presto verso una sequela di eventi macchinosi e senza ritmo. L’indagine alla ricerca di Naadirah, la ragazza di capelli blu, è sconclusionata e la costruzione del sistema di enigmi, ricompense e indizi risulta abbozzato, talvolta campato per aria da un punto di vista logico. I pochi momenti potenzialmente carichi di patos vengono rovinati da una scrittura scialba o dai personaggi fuori luogo. I personaggi rappresentano infatti uno dei problemi maggiori della pellicola: salvo rare sequenze, gli attori sono perennemente fuori parte e - di conseguenza - i personaggi che interpretano sembrano non essere realmente presenti  sulla scena. In tutto ciò la regia, la fotografia e gli aspetti tecnici della pellicola non intervengono a salvare il salvabile, ma lasciano che la barca vada a fondo con tutto l’equipaggio.


In linea generale nulla va per il verso giusto e uno dei prodotti di punta di Netflix per questo 2018 si è rivelato essere un clamoroso buco nell’acqua che non rende giustizia alle capacità del regista e fallisce anche nell’intrattenimento più basilare. Ma facciamo un passo oltre e lasciamo per un attimo da parte la piattaforma streaming  per concentrarci su Duncan Jones. Il regista aveva stupito critica e pubblico con i primi due film dimostrando una mano dotata, la giusta ambizione per emergere con un cinema spesso considerato di nicchia e un sincero amore per il genere fantascientifico. caratteristiche che gli hanno aperto diverse porte e l’hanno spinto al di là della sua comfort zone, la situazione artistica e lavorativa in cui riusciva a infondere il suo spirito nelle pellicole. Guardando agli ultimi due lavori possiamo dire che l’autore appare non più in grado di dare senso e ritmo a immagini riciclate, sbiadite nonostante i colori forti, momenti che tendono sempre più verso un trash non ricercato ma occorso. Mute manca di troppa qualità per poter competere con la nuova fantascienza di Denis Villeneuve, da Arrival a Blade Runner 2049. Tra Mute e il seguito di Blade Runner passano idealmente appena 3 anni, ma il primo è anni luce dietro rispetto alla storia dell’agente K e i due futuri descritti non sono minimamente paragonabili.


Perché credere ancora in Duncan Jones? Il cinema come arte, espressione di un’idea non s’improvvisa, ma arriva dal profondo ed emerge con lo studio e la pratica. Jones ha dimostrato di avere un’attitudine artistica - questo è innegabile. L’autore non ha ancora sviluppato la capacità di individuare i progetti più adatti alle sue peculiarità. Mute non è solo un’opera manchevole, ma un prodotto sbagliato nella costruzione e nelle intenzioni. Ripartire dalla passione più sincera, ragionare sul concetto prima della realizzazione. E io, dopo il secondo flop consecutivo, aspetto ancora il ritorno di un grande regista.

mercoledì 21 febbraio 2018

LA FORMA DELL’ACQUA - SOLO UN CLASSICO DISNEY?

Guillermo del Toro è un autore famoso per il gusto particolare che ha costruito in anni di produzioni ambiziose. La forma dell’acqua - opera ultima del regista -, fresca delle tredici candidature agli Oscar, si propone come la summa di un certo ideale visivo e narrativo che da sempre accompagna le produzioni del cineasta messicano.


Il processo creativo di del Toro si è sempre focalizzato sulla creazione di uno stile composito estremamente cinematografico che desse sostanza e sostegno a trame lineari. La forma dell’acqua rappresenta, insieme a Il labirinto del fauno, la miglior espressione del connubio tra forma e contenuto, tra la ricerca di fondamenta artistiche e lo svolgimento della narrazione. Il film è, sì, la storia d’amore improbabile tra uno donna resa muta in età infantile da un atto barbaro e un anfibio umanoide catturato dai servizi segreti, ma a fare il film è tutto ciò che ruota attorno ai due protagonisti, dalle ambientazioni ai colori, dalle musiche alle atmosfere da Guerra Fredda. Ogni elemento, ogni scelta nel film concorre a ricreare un mondo originale e fantastico; ogni aspetto cinematografico è funzione di una visione d’insieme. 


Nonostante queste premesse possano sembrare assunti di qualità assoluta, per apprezzare il film è però necessario entrare in empatia con il mood della pellicola e accettare alcune peculiarità lontane dalla moderna concezione di dramma romantico. Bisogna aprirsi incondizionatamente a quel qualcosa di molto più giocoso e bambinesco che anima il senso di meraviglia di cui l’opera è permeata. Un senso che tende più verso i classici del rinascimento Disney che verso film volutamente complessi nel loro sviluppo, rivolti evidentemente ad un pubblico adulto. Ne La forma dell’acqua sono presenti alcuni elementi che richiamano direttamente il mondo fiabesco di casa Disney, proprio a partire dai due protagonisti: la principessa senza voce (“La Sirenetta”) e il mostro scontroso e bistrattato dalla comunità (“La bella e la bestia”). Il loro rapporto ripercorre linee già tracciate dalla cinematografia statunitense e anche lo sviluppo delle apparenze riguardanti la creatura che vengono ribaltate nel corso della pellicola non fanno eccezione. I personaggi secondari seguono una struttura familiare ai bambini di un tempo: Giles, vicino di casa e amico della protagonista, è lo stereotipo della classica spalla comica che porta una ventata di spensieratezza per spezzare i momenti più tesi. E proprio come i migliori personaggi secondari di casa Disney, anche Giles non sembra avere una conclusione all’altezza, ma vive in funzione del percorso di Elisa. In generale tutti i personaggi presentati nel corso della narrazione tendono ad essere stereotipati secondo una morale assoluta, per cui i buoni sono fin troppo candidi e innocenti, mentre i cattivi tendono ad essere spregevoli e violenti, senza mezze misure. Le musiche poi hanno proprio l’obiettivo che dare alla pellicola quel tocco di spensieratezza infantile, a dispetto di alcuni momenti topici. Il main theme era così vicino alle scelte musicali della Pixar che sono uscito dalla sala canticchiando la colonna sonora di Up.


Ma questo gusto fiabesco classico che rivive nelle scelte del regista passa anche dalla violenza, dalle scene di nudo, dalla tensione palpabile e da una toccante e sublime scena in bianco e nero che spezza il ritmo della pellicola per mostrare, senza dire, il senso di un amore impossibile.

La forma dell’acqua è un film raffinato e grottesco allo stesso tempo; è in grado di dare alla luce una nuova creatura mischiando a dovere la storia di diversi generi cinematografici. Ipnotico, ironico, intenso. Per apprezzarlo appieno dovrete però essere disposti ad accoglierlo con la mente di cui disponete ora e il cuore di quando, da bambini, avete conosciuto il mondo fuori attraverso i film Disney.

domenica 18 febbraio 2018

IL RITORNO DI LETTERMAN E LA POLEMICA CON FALLON

Due anni di assenza dalle scene a seguito di un addio mai davvero chiarito. La grandezza dei personaggi che hanno fatto la televisione e l’intrattenimento mondiale emerge nella profondità d’intento del lavoro che li anima. Netflix ha concesso a David Letterman la possibilità di rientrare direttamente nella rete d’influenza del grande pubblico con uno show differente, pacato, chiacchierato e assolutamente orientato verso uno scopo preciso. Il primo episodio di Non c’è bisogno di presentazioni ha presentato le dinamiche e i tempi del nuovo progetto, ma la discussione con Barack Obama si è sviluppata naturalmente a partire dalla figura politica dell’ex presidente degli Stati Uniti. Un dialogo trasparente che ha tenuto celato il nome del principale antagonista dei Democratici per tutta la durata della puntata. Con il secondo episodio - che vede come ospite il divo George Clooney - abbiamo potuto scorgere di più sui propositi di Letterman per questa sua nuova avventura. Il taglio dato all’intervista con Clooney è a metà tra l’intrattenimento e l’informazione, è un faro elegante e preciso sul momento presente. Letterman non è tornato per far divertire un pubblico occasionale, ma conosce bene il suo potere mediatico e non ci ha messo molto a rilanciarsi come guida di un certo pensiero d’apertura mondiale.


Lo show prodotto da Netflix si compone di un’intervista frontale su un modesto palco di New York e di un reportage che vede lo stesso Letterman uscire dalla sua comfort zone per penetrare e comprendere le difficoltà di una nazione socialmente in ginocchio. In principio le domande all’ospite e le immagini in esterna sembrano viaggiare su due binari differenti, ma, man mano che l’intervista scalfisce la superficie del personaggio pubblico e cerca di approcciare le anime, le credenze più profonde che muovono gli ospiti, le linee prima distanti si avvicinano e si avvinghiano per produrre un senso più profondo dello show. Nella prima puntata Letterman incontra il deputato John Lewis e percorre con lui proprio il ponte di Selma, Alabama, attraverso il quale la popolazione afroamericana della città aveva marciato in segno di protesta nel 1965. Confrontarsi attraverso le parole del presentatore con l’esperienza del deputato e attivista è commovente, affrontare la violenta realtà sulla quale si è eretta una società sfavillante e contraddittoria è necessario.  Il discorso poi procede attraverso le parole di Obama e termina con una dichiarazione d’amore di Letterman al primo presidente afroamericano che suona molto come una drammatica presa di coscienza sull’attuale classe dirigente americana.


L’episodio incentrato su George Clooney invece si costruisce a partire dalle origini artistiche del personaggio per sottolineare la filantropia della famiglia Clooney e mostrare la realtà di Lexington, Kentucky: quanto la città natale dell’attore sia vicina all’Iraq, quanto quegli 8000 chilometri non riducano minimamente il rumore assordante di un conflitto mondiale. Letterman ci mostra la morte, la sofferenza, la solitudine e poi lancia un messaggio di unità e fratellanza dalla comunità repubblicana di Lexington. Perché il discorso che l’autore vuole portare avanti va oltre le divisioni di partito e le idee specifiche sulle questioni politiche; si tratta di un messaggio d’umanità che vive dei fatti, delle immagini e non può essere ignorato anche dai più conservatori.


Ma perché David Letterman ha deciso di tornare a settant’anni? Perché proprio attraverso una piattaforma libera come Netflix? Per rispondere a queste domande dobbiamo rifarci alle dichiarazioni rilasciate da Letterman sui suoi colleghi intrattenitori durante il periodo di assenza dalle scene. Egli ha preso di mira soprattutto gli show di Jimmy Fallon e di Jay Leno per il modo in cui hanno interpretato il loro ruolo durante la campagna elettorale. In particolar modo Fallon avrebbe concesso al candidato repubblicano di uscire dal suo late show con un’immagine accattivante e certamente più salda. La presa di posizione di Letterman rimette in discussione la figura dell’intrattenitore nel sistema occidentale: se da una parte la stampa ha il compito di raccontare i fatti e di informare, l’intellettuale del 2000 ha il dovere morale di imporsi e di far valere per la giusta causa la sua influenza. E la giusta causa, in questo caso, è il senso di solidarietà di una nazione disumanizzata. E questo compito non può essere comprato con lo share e le pubblicità tra una domanda e l'altra. David Letterman è sceso dal suo scranno per ricordare a tutti il ruolo dell’intelletto quando questo coincide con un grande potere mediatico, è tornato per riportare una certa parte dell’intrattenimento americano sulla retta via. E non è un caso che abbia scelto Netflix per lanciare il suo messaggio, slegandosi così dai network classici e dalla televisione del voto di scambio. Un messaggio che in Italia faticherebbe ad attecchire per mancanza di una classe intellettuale consapevole del suo ruolo, vicina alla questione sociale. Un ruolo che i giornali non potranno ricoprire a lungo.

Era stato licenziato, ha scelto di viaggiare per due anni in giro per il mondo e ha sviluppato un pensiero tanto intelligente quanto è folta la sua barba, ma non potevamo sopperire più alla sua assenza.

martedì 6 febbraio 2018

THE POST E IL RUOLO DELLA STAMPA

Nel 1971 il New York Times prima e il Washington Post dopo entrarono in possesso dei famosi “quaderni del pentagono” e decisero di rendere pubblici decenni di menzogne perpetrate dal governo americano sulle guerre in Corea e in Vietnam. La ricostruzione storica degli eventi, per quanto accurata e convincente, è un pretesto per entrare nelle falle del nostro presente. Il fulcro del film è attuale: Spielberg tratta due temi sociali che oggi sono quanto mai vivi e scottanti. I due protagonisti si spartiscono il compito di portare avanti tali problematiche: da una parte Kay Graham, proprietaria del Post, tocca il tema della posizione delle donne in ambito lavorativo, mentre il direttore del giornale, Ben Bradley, entra a fondo della questione sul ruolo della stampa nel sistema mediatico. La storia della rivincita sul maschilismo e sulla misoginia della società americana sarebbe certamente interessante da narrare e rielaborare, ma è sull’altra storia - quella sviluppata attraverso il personaggio interpretato da Tom Hanks - che vorrei soffermarmi.


The Post liquida rapidamente le ragioni ovvie di una parte della società rispetto al conflitto vietnamita, perché il film è il racconto di una notte e di una scelta che cambia il corso della storia del giornalismo. La questione non si pone rispetto al comportamento del governo, ma in relazione ai rapporti tra due organi fondamentali del modello liberale. Il problema si manifesta su schermo quando l’amicizia tra Kay, interpretata da Meryl Streep, e il capo di gabinetto della Casa Bianca all’epoca dei fatti svelati dai “quaderni del pentagono” si scontra con i doveri del giornalismo. Il film sottolinea la distanza necessaria tra la politica e il racconto del reale perché la stampa possa assolvere la sua funzione sociale.


La stampa è il Quarto potere e una democrazia che tende ad accentrarsi nelle mani di pochi, che sopravvive grazie alle conoscenze e alle amicizie, che chiude la verità nel cerchio dei soliti noti ha fallito il compito più puro della democrazia, la partecipazione. La stampa - come ribadisce il film in chiusura - è lo strumento attraverso cui il popolo controlla l’operato dei politici. È una funzione dal basso per la sua provenienza e dall’alto per il suo scopo ultimo; è sporca e trasparente, osteggiata e vitale.
La rivolta del Post e degli altri giornali americani contro lo strapotere mediatico di un governo ostruzionista aprì una stagione di slancio ideologico, sulla spinta del ’68. Accessibilità della verità, cooperazione a bilanciare il potere, mutamento sociale. Grande trasporto per una democrazia tangibile in cui ognuno compartecipa della cosa pubblica. Oggi più che mai è necessario riscoprire il valore della parola e la posizione che si deve alla stampa nella scala che va dal primo all’ultimo cittadino.



Una stampa asservita, sensazionalista, rivolta alla parte istintuale dell’uomo, alla ricerca del guadagno più facile, una stampa che rifugge sempre più la sua funzione sociale ha contribuito a generare una democrazia frammentata. La verità è in crisi dietro i proclami di partito nascosti tra le colonne più autorevoli; le fondamenta della ricostruzione civile devono essere i fatti. Una base di fatti su cui non possiamo avere un’opinione che rompa la struttura logica delle cose stesse. L’innovazione tecnologica non ha giovato all’incremento della funzione politica che la stampa ha in grembo fin dal suo concepimento, fin dalla nascita della parola. La stampa è sì propaganda, è anche doxa, ma mantiene sempre saldo un fil rouge con i fatti e proprio attraverso la parola scritta è possibile ritrovare la verità sul reale, sulla politica, sui rapporti sociali. Gli uomini hanno prima abusato del Quarto potere per poi finire a cacciare la verità più sistematicamente efficace. Le ultime scene di The Post toccano l’animo dello spettatore perché sono in grado di mostrare attimi di un mondo ideale in cui la gente coopera per la verità, prima della democrazia del televoto.

lunedì 5 febbraio 2018

COSMOTRONIC PER PERDERSI

L’ultima festa era il cuore di Cosmo finora. Un momento d’estasi in cui tutti erano protagonisti, tutti sul palco a saltare senza sosta. Ma quella festa non era l’ultima, anzi, proprio su quel modello nasce e si sviluppa Cosmotronic, che è sì una festa, ma assolutamente diversa rispetto al passato. Cosmotronic nasce dall’esperienza dell’Ivreatronic, festival di musica elettronica organizzato dallo stesso Cosmo nella sua città natale. Uno spazio di libertà in cui far rivivere un sound passato e mai vecchio.


Il doppio album nasconde un doppio target d’ascolto, che non necessariamente va a pescare da due contesti differenti, ma può benissimo trattarsi degli stessi individui presi in momenti diversi della giornata, o addirittura della stessa “festa”. Nella scrittura, Cosmo si allontana da Battisti e dal cantautorato italiano classico, specialmente per i temi toccate nei suoi testi. Se L’ultima festa si basava principalmente su un forte sentimento di nostalgia che guardava al passato e su una certa critica sociale che non può fare a meno di puntare al futuro, Cosmotronic non è “nient’altro che questo, sempre questo”. È un lavoro che parla di presente.

Non è il vomito sul passato
Rinnegato
Dimenticato
Piuttosto è che 2018, 19, 20…

Non è un caso che il brano più sentimentale, più attaccato alla radici anche storiche dell’autore - Sei la mia città - sia stato pubblicato come primo singolo ormai nel maggio dello scorso anno; e che appaia quasi come un corpo estraneo all’interno dell’ultimo album. Il presente di Cosmo è quel meraviglioso istante in cui non c’è nient’altro che la musica, il ritmo primordiale, il sentimento, il movimento, e tutto il resto non conta più nulla. Cosmotronic si presenta quindi come un album da ballare senza pause, ad occhi chiusi, sentendo il contatto con la terra e con i corpi che ci stanno attorno.

Ho voglia di ballare, solo di ballare

Con l’intento di abbandonare ogni pretesa di verità assoluta resta la realtà che si dà appieno e nella quale viviamo senza esitazione le nostre emozioni. Passato e futuro sono l’eco e l’ombra di questo istante senza freni. Così facendo, Cosmo riporta alla luce una musica italiana frivola, fine a se stessa ed estremamente divertente, da Turbo - nella quale lo stesso autore ride con noi - a Tristan Zarra, manifesto della semplice elettronica italiana. Con il lato B poi l’autore rincara la dose entrando nell’elettronica più pura, alla ricerca di “una hit senza il ritornello”.



Cosmotronic è musica di qualità con premesse ideali spicciole. Avanti anni luce rispetto alla media del panorama indie italiano, Cosmo ha saputo ritagliarsi il suo spazio nel suo genere, portando avanti un’idea musicale e maturando lavoro dopo lavoro. Il terzo album è un salto nel buio del gradimento di un pubblico mediocre e contemporaneamente un passo verso la definitiva consacrazione. Cosmotronic per ballare, divertirsi e cancellare la paura, per perdersi.

giovedì 1 febbraio 2018

TRE MANIFETSI A EBBING, MISSURI

Nelle sue produzioni, Martin Mcdonagh ha sempre approfondito il tema della violenza nel tessuto sociale attraverso una macabra ironia, molto vicina a quella coeniana. Dopo un interessante esordio e una conferma ad alti livelli, con Tre manifesti ad Ebbing, Missouri arriva la consacrazione mondiale di uno stile fresco e intelligente. I tre film finora diretti da Mcdonagh sono diversi tra loro per la capacità di intrattenere un rapporto verosimile con la realtà, e proprio su questa linea possiamo notare la definitiva maturazione del pensiero cinematografico dell’autore.


La violenza di Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è reale, tangibile, calata perfettamente nella quotidianità dell’America contemporanea. Non si tratta più di sette psicopatici o di due criminali sui generis, ma di una donna matura e disillusa la cui figlia è stata prima stuprata, poi brutalmente uccisa e infine arsa. Il film non si risparmia alcun tipo di immagine, e la realtà della finzione non viene mai edulcorata né filtrata. Attraverso il dramma interiore della protagonista, l’autore mostra uno spaccato dell’animosità americana. La stessa premessa è radicata in una comunità scossa dall’azione brutale e razzista della polizia locale. Vendetta, dissenso e odio sono all’ordine del giorno. 

Raped while dying

And still no arrests?

How come, chief Willoughby?

La campagna mediatica di Mildred si scaglia quindi contro la polizia, contro le istituzioni incapaci di garantire anche una parvenza di giustizia.


L’altro pilastro su cui si regge Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è l’ironia: tutto il quadro realistico precedentemente descritto è presentato attraverso un sottile velo di profonda e soprattutto contestualizzata ironia, legata alla caratterizzazione dei personaggi. Questa particolare scrittura, che arriva a compimento di un’evoluzione ben precisa dell’autore, ha la doppia funzione di alleggerire il peso concettuale di alcuni eventi e contemporaneamente di esaltarne per contrasto la drammaticità. Il modo in cui il regista ha scelto di trattare il tema della violenza, unito al gusto dell’opera, rappresenta la peculiarità più significativa della produzione. In molti, nel corso degli anni, hanno tentato di accendere il dramma con l’ilarità e viceversa, Martin Mcdonagh ci è riuscito appieno. Raramente Hollywood aveva visto un dramma agrodolce con momenti d’ilarità così irresistibili a cui corrispondono picchi di tragicità talmente bui. Tre manifesti ad Ebbing, Missouri lascia senza fiato in ogni situazione, per l’uno o l’altro aspetto. Sorprende, gioca con lo spettatore e non perde mai la bussola morale.


Il finale appeso arriva a conclusione di un’epopea di emozioni, una valanga che lentamente termina la sua corsa nella silenziosa vallata. La violenza iniziale è ormai esplosa in scatti d’ira che hanno drasticamente modificato la situazione di partenza. Nel corso dell’opera la rabbia si è costantemente consumata, convertendosi in dolore da interiorizzare e portare con sé. Ferite del corpo e dell’anima. E dopo la manifestazione della violenza più assurda, incontrollabile e per questo spaventosa, resta un dolore comune che riavvicina e riunifica.

Distrutta l’America dell’odio di Trump c’è ancora lo spazio e il modo per costruire una nuova società. Insieme.

sabato 27 gennaio 2018

GHESS HUS BECK

Stavate parlando di me? So di esservi mancato, ma l’ultimo mese è stato particolarmente impegnativo: prima Natale in Islanda con Massimo Boldi e Christian De Sica, poi il capodanno coi parenti e - per finire - “l’esame più difficile della triennale”. Che è tre anni che ogni esame dico a casa che è il più difficile della triennale e ogni volta torno trionfante che manco l’Italia al Circo Massimo dopo il mondiale 2006.
Detto questo però ho anche vissuto in questi giorni saturi. Ho visto, ascoltato, letto, ho fatto cose, visto gente. Riprendiamo da dove avevamo lascito con due parole per ogni argomento perduto in questo casalingo gennaio.


Malgioglio
Il 2016 è stato l’anno delle morti illustri. Arte, spettacolo, cinema, musica. Abbiamo pianto tutti.
Il 2017 è stato l’anno del revisionismo storico su Malgioglio.
Sai che un 2018 come il 2016 non sarebbe male.


La fine di Woody Allen
Parliamo chiaro: qui si tratta di avere fiducia nel sistema giudiziario. La cosa va ad un grado più profondo rispetto al polverone social-mediatico alzato dallo scandalo molestie ad Hollywoo. Dylan Allen, figlia di Woody e Mia Farrow, torna sul caso delle presunte molestie subite da arte del padre. Colin Firth dichiara che non lavorerà più con il regista, e a lui si accoda una serie di interpreti vicini al movimento di sostegno alle vittime di abusi in ambito cinematografico. L’ondata di indignazione si allarga e viene diffusa una voce per la quale il prossimo film di Allen, A rainy day in New York, sarebbe a rischio e Amazon Studios, produttore dell’opera, potrebbe decidere in extremis di distribuire la pellicola solamente attraverso la sua piattaforma streaming. La fine di Woody Allen.
Ora, cancellata completamente la presunzione d’innocenza, la grande differenza tra Spacey e Allen è che il primo ha ammesso alcuni atti compiuti e si appresta ad affrontare le conseguenza anche penali dei suoi comportamenti, Allen invece ha già subìto un processo per le accuse di molestie sulla figlia  nel ’92, ed è stato scagionato da ogni accusa. La faccenda è certamente più complessa e andrebbe approfondita in altra sede, ma dobbiamo accettare il giudizio della corte, quando eccezionalmente queste vicende da salotto televisivo riescono ad avere giustizia. Che poi Allen sia una persona con dei disturbi, che poi egli abbia sposato la figlia adottiva di Mia Farrow, questo è innegabile. Ma è anche vero che Allen, il genio complesso, è questo e quello, nel bene e nel male. E la totalità della sua persona che, filtrata da una lente psicanalitica, contribuisce a produrre l’arte. Non possiamo fingere che alcune controversie fossero mute fino alla scorsa settimana, non possiamo porci al di sopra della giustizia, dall’alto della nostra pagina facebook.


Tutti i soldi del mondo
Oh, tutto bellissimo. Però ti fanno appassionare ad una storia che termina in una maniera differente. Jean Paul Getty non muore nel momento in cui ritrovano il nipote e soprattutto il nipote, otto anni dopo il rilascio, è rimasto cieco e paralizzato per un mix letale di alcool e stupefacenti.
La storia mantiene ancora il suo appeal, ma il fatto che non si tratti della trattativa per il salvataggio di Nelson Mandela riduce un po’ la portata della storia. Cioè, dai.


Quando sono andato a vedere Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Sono arrivato 5 minuti in ritardo e la cassiera non mi ha fatto entrare a film iniziato. Alla fine abbiamo visto Ella e John, di Paolo Compagno Virzì. Vedibile, qualche lacrimuccia facile, ma non imperdibile.


Quando ho visto Tre manifesti a Ebbing, Missuri
Poi “sono andato finalmente a vedere” sti Tre manifesti. Che dire? Parliamone presto. Appena capisco se il finale mi è piaciuto o mi abbia rovinato il film.


Labadessa e l'app per lo stupro
A proposito di scandali sessuali, non potevamo farci mancare la polemica montata in pochi minuti su un post imbarazzante di Mattia Labadessa - quello degli uccelli - che si è prontamente scusato e ha cercato di rimediare al suo errore, probabilmente rendendo la situazione ancora più pesante.
Il post in questione voleva ironizzare sulla tecnologia che invade il quotidiano ed è passato per una normalizzazione dello stupro. Bene così. Il fumettista ha sbagliato? Sì e si è anche scusato. Ma si è assunto la responsabilità delle sue parole dopo che esse sono uscite vertiginosamente dal contesto della pagina facebook? Nì. Questo è il punto meno chiaro: da una parte l’autore ammette l’errore, dall’altra la rimette sul piano dell’ironia incompresa. In questo modo toglie il sottotesto di una battuta uscita malissimo per lasciare il personaggio, che non ammette responsabilità.


Gene Gnocchi, un signore
Un signore che invece si assume la responsabilità delle sue parole è Gene Gnocchi. Signore della comicità e dello spettacolo. Personaggio necessario nel panorama italiano.
Stavolta lo scandalo è scoppiato per una battuta sul maiale di Roma che tirava in ballo Claretta Petacci. FN, Casapound, Giorgia Meloni. Discussioni da salotto per una pizzicata satirica non indifferente. Un colpo che a parti invertite mi avrebbe comunque divertito, perché è pungente, è intelligente, non ha paura di sporcarsi. Questa è la satira. Quella dei vignettisti di Charlie Hebdo che avete difeso a spada tratta.
Non è satira quella di Maurizio Battista, che dal basso della sua dissacrante comicità di pancia accusa Gene Gnocchi di essere alla frutta, di doversi scusare. Parole molte gentili e non richieste. Quella di Battista non è satira, è cattivo gusto.


Piton
Per dire, no, che anche Piton dava del maiale al padre di Harry. Morto male pure lui. Porello.
Però a Piton non gli date addosso. Codardi.


Cosmo
L’ultima festa non era l’ultima e Cosmo ci invita ad un’altra festa, meno chic, meno sofisticata, meno introspettiva e più vitale. Coinvolgimento puro. Il live quest’anno è d’obbligo.


Calcutta in Arena
Riuscirà l’artista indie per eccellenza a portare il disagio nell’Arena o si lascerà imborghesire?


Parliamo di noi
Siamo arrivati a quasi tre anni di articoli. 350 articoli. Recensioni, pareri non richiesti, attualità, cinema, musica, satira, poesie, racconti, classifiche. Abbiamo fatto tanto e ancora tanto c’è da fare. InsideMAD era nato come un’esigenza personale e nel tempo si è evoluto verso un progetto tra amici, ma la vita a volte richiede che le attenzioni siano concentrate tutte su poche situazioni e l’esperienza di gruppo è andata via via scemando. Ho voglia di tornare a sentire altre voci, ma stavolta qualcosa di esotico, di inatteso. Adesso voglio sentire la vostra voce, per questo motivo ho deciso di aprire a tutti voi la possibilità di dire la vostra. Basta un interesse, una visione, un’opinione per entrare a far parte del nuovo staff di InsideMAD.
PER CHIEDERE INFORMAZIONI E AVERE UN CONFRONTO VI INVITO A CONTATTARMI SULLA MIA MAIL PERSONALE: santoromattia95@gmail.com

SPOILER
Il finale di Tre manifesti mi è piaciuto. Cominciamo a stilare la top 10 2018.

giovedì 4 gennaio 2018

FLOP 5 FILM 2017

Eccoci arrivati alla seconda parte dell’appuntamento più atteso dell’anno per i lettori di Insidemad, la temibilissima flop 5 dei film più ignobili dell’anno solare appena trascorso. Vi ricordo che in molti casi ci troviamo di fronte ad una qualità palesemente scadente, in altri invece è stato il mio gusto personale a decidere le sorti della classifica. Per questo motivo, se vi trovate in disaccordo con quanto scritto, o apprezzate l’orrido, e il problema è vostro, o semplicemente abbiamo gusti differenti, e il problema non sussiste.


Cominciamo con una menzione d’onore: Valerian, la città dei mille pianeti, film di Luc Besson che aspettavo con una certa trepidazione per le premesse che avevano anticipato il rilascio del titolo. L’opera è anticipata da un’introduzione spettacolare, alla quale però non segue uno sviluppo degno. Se dal punto di vista degli effetti speciali Valerian segna un altro standard qualitativo per le opere fantasy, la scrittura dei personaggi e dell’intreccio rasenta l’imbarazzante. Nulla va per il verso giusto e la noia sopraggiunge troppo presto. Senza patos, senza trasporto, senza spirito d’avventura. Mero esercizio di stile per un autore in declino.
E qui voi direte: “Ma ci hai appena parlato di un sesto film, quindi questa diventa una flop 6?”
Sì, in realtà la menzione d’onore serviva a nascondere una flop 6. E no, questa resta una flop 5. Sono ossessionato dall’ordine, sono ossessionato dai multipli di 5.



5 - La torre nera di Nikolaj Arcel
Peggio di Valerian ha saputo fare la prima trasposizione cinematografica della storica saga di Stephen King, La torre nera. Un film per riassumere un epopea di otto corposi volumi. L’opera del regista danese non centra la messa in scena, non azzecca i personaggi e non segue uno sviluppo degno di nota. La produzione ha deciso di puntare tutta la campagna marketing sui due volti di punta, Idris Elba e Matthew MacConaughey, dimenticandosi di porre le basi per una degna trasposizione, ripescando nell’immaginario dei film d’avventura per ragazzi anni ’90 per riempire delle evidenti mancanze strutturale. Alla fine il film si riduce ad una scorribanda dimenticabile di un bambino problematico e del suo amico pistolero.
È uno dei pochi casi in cui ho desiderato che un film venisse esteso per farne un franchise, aprendo così ad uno sviluppo più complesso dei personaggi e di una trama troppo banale per essere vera nel 2017. E invece la storia del piccolo Jake si conclude dopo appena 90 minuti, senza nessun tipo di guizzo. Se fosse durata mezz’ora in meno nessuno se ne sarebbe accorto. Alcuni elementi della saga letteraria balzano all’occhio per la loro originalità, come le figure dei pistoleri, ma la materia madre è stata ammattita a tal punto da risultare fastidiosa, quando con la stessa si sarebbe potuta realizzare una saga quantomeno degna e rispettosa dell’opera di partenza.
Il finale poi è da pelle d’oca, uno dei peggiori mai realizzati negli ultimi anni, superato solamente da un altro film presente in questa classifica. La semplicità con cui vengono risolte alcune dinamiche è imbarazzante, un insulto all’intelligenza.



4 - La cura dal benessere di Gore Verbinski
Adoro Gore Verbinski per come ha trattato la materia piratesca nella prima trilogia di Pirati dei Caraibi, per quel capolavoro d’animazione che è Rango e per il remake di The Ring, che ha portato un certo horror orientale nelle produzione statunitensi. Adoro Gore Verbiski per la prima parte de La cura dal benessere, curata, meticolosa, ansiogena, a tratti meravigliosa. Odio Gore Verbinski per la seconda parte de La cura dal benessere. Il film precipita improvvisamente nel trash gratuito. La regia e la messa in scena risentono di questo calo generale abbassando il loro livello qualitativo e il finale raggiunge vette di squallore inimmaginabili che gettano alle ortiche quanto di ottimo fatto in precedenza. Scorsese lascia il posto al peggior Uwe Boll e una visione perfetta diventa presto un incubo dal quale è impossibile uscire se non strappando il biglietto e scappando dalla sala.
La cura dal benessere è la dimostrazione che egregie doti registiche non possono nulla se non supportate da una sceneggiatura all’altezza.


3 - King Arthur - il potere della spada di Guy Ritchie
Guy Ritchie ritenta la magia di Sherlock, ma fallisce miseramente, dando vita ad un prodotto mediocre in cui il tipico montaggio dell’autore britannico mal si sposa con una messa in scena videoludica, il tutto condito da una trama inconsistente e piena zeppa di buchi narrativi. Gli schemi attraverso i quali Ritchie tenta il recupero dell’epica cavalleresca sono i medesimi dell’operazione Sherlock Holmes: musiche, irriverenza, temporalità sconnesse. Stavolta però la fase di scrittura non ha saputo cogliere l’anima delle opere di riferimento e il risultato è stato un vuoto di emozioni carico di riferimenti persi nel nulla. I personaggi non reggono l’impostazione del regista e la trama passa presto in secondo piano. Poche sequenze riuscite aumentano il rammarico per quella che Guy Ritchie aveva pensato come un’esalogia e invece si limiterà a questo sconclusionato primo capitolo. Non vedremo mai Merlino, non vivremo mai la storia d’amore tra Artù e “la maga” (personaggio tanto misterioso da non avere un nome).
L’immenso Guy Ritchie di Snatch è stato in grado di confezionare un film in cui il cinema non c'è.


2 - Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar di Joachim Ronning e Espen Sandberg
Altra enorme delusione. Da amante della prima trilogia mi sono lasciato sedurre da due buoni trailer, e sono finito abbandonato su una spiaggia. Il quinto capitolo della saga dei Pirati Disney non coglie il motivo per il quale i fan di vecchia data avevano amato e ancora osannano la prima trilogia: l’avventura, la voglia di scoprire sempre cose nuove. Dei precedenti capitoli sembra essere rimasta solo la ricerca della risata facile che, portata allo stremo, ha finito per fagocitare anche la trama. Personaggi storici tornano sullo schermo senza le caratteristiche psicologiche che li avevano resi grandi; i nuovi protagonisti invece non reggono il confronto con la precedente generazione e, senza le giuste basi, finiscono per scivolare nel calderone della mediocrità nonostante buone premesse.
La trama dimostra di avere degli spunti discreti, come il flashback del giovane Jack Sparrow, persi in un vortice che gira su se stesso e disperde tutta l’energia di una saga molto fisica. L’obiettivo di andare dal punto A al punto B per ottenere un certo oggetto finisce per essere un pretesto per mandare avanti una narrazione povera, confusa e poco contestualizzata nella mitologia della saga. Mancano epicità, esplorazione, meraviglia, intrigo e la naturale comicità alla quale eravamo abituati. Ha ancora senso sperare nel sesto capitolo?


1 - Justice League di Zack Snyder
Non sarà il film peggiore dell’anno, ma è quello che mi ha fatto uscire dalla sala più infastidito, scontento. Il mio rapporto con il genere supereroistico non è più un mistero, e questo ha influenzato certamente la decisione di mettere al primo posto questo fallimento annunciato, però è innegabile che Justice league rappresenti il mediocre livellamento verso il basso del cinema d’intrattenimento americano. La copia mal riuscita di un film già vecchio anni fa che tenta di rilanciare quattro ragazzi poco carismatici nella corsa ai coloratissimi ed inutili eroi Marvel. Comicità spicciola, prevedibilità infinita e tante, troppe situazioni che sanno di già visto. L’opera di Snyder/Whedon non è ciò di cui il cinema ha bisogno, semplicemente perché il cinema non alberga lì. Se il cinema è la realizzazione visiva di un’idea, Justice League tenta il colpaccio gobbo con qualche spunto recuperato in giro e pochissima verve. Semplicemente non c’è l’idea dietro questo film, semplicemente non c’è il cinema. E chi va in sala per immergersi in un’altra realtà, per sognare, per emozionarsi, per vivere la vita di qualcun altro, non potrà che disprezzare questo fondo bucato dell’intrattenimento contemporaneo. Basta.

Finisce così un anno ricolmo di delusioni, prodotti nati male e finiti peggio. Franchise pronti al rilancio e sprofondati nell’abisso. E quindi alla fine siamo riusciti a punire ancora il buon vecchio Snyder, ancora i film coi i supereroi. Chiamami scemo, chiamami anplagghed, ma sono fatto così.