domenica 12 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 6-12 LUGLIO




ALBUM: Hybrid Theory (2000)
L’esordio di uno dei gruppi che, nel bene o nel male, hanno segnato l’ambiente della musica commerciale nello scorso decennio; "commerciale" perché, dopo un inizio assai particolare e a tratti incatalogabile, i Linkin Park si sono avvicinati sempre più a sonorità e gusti pop (colonne sonore dei vari Transformers). Il loro primo lavoro però fu davvero sorprendente. Essi riuscirono a fondere l’emergente nu metal, l’hard rock, l’elettronica e, udite udite, il white rap (quello di Eminem, per capirci); e a discapito delle aspettative, quello che ne venne fuori non fu un miscuglio informe e confuso, ma un album breve, conciso e meravigliosamente complesso. Molti brani come “In The End”, “Papercut” o “Crawling” rimangono ancora insuperati. Bennington regala emozioni e raggiunge picchi di rara epicità, picchi mai più raggiunti per un vocalist che sta progressivamente perdendo la voce. Peccato. VOTO: 9



ALBUM: FFS (2015)
Molto bravi gli Sparks, molto bravi i Franz Ferdinand. Perché non metterli assieme allora? Detto, fatto. FFS rappresenta una collaborazione ber riuscita tra due band simili ma dissimili. Nelle collaborazioni musicali la difficoltà sta nel far risaltare le qualità di entrambi i membri che prendono parte al progetto ed evitare che queste vengano eclissate in un prodotto che tiene i bassi e annulla gli alti, un prodotto mediocre insomma. FFS degli FFS (potevate impegnarvi di più però) non è un prodotto mediocre e lo dimostra con una pulizia e una scrittura invidiabili; l’eqilibrio e il rigore regnano sovrani. Tutto sembra perfettamente armonizzato. Unica pecca forse la lunghezza: circa a metà dell’album si sente che non tutti i brani riescono a raggiungere lo stesso trasporto e la stessa qualità musicale, e ciò rischia di pesare sul giudizio finale, specialmente dopo un solo ascolto. La copertina poi ha qualcosa di supereroistico e di 80s. VOTO: 8



FILM: La Tempesta Del Secolo - Terza Parte (1999)
Venerdì notte mi sono svegliato di soprassalto tutto sudato gridando “La Tempesta Del Secolo! Non ho finito di recensirla”. Poi ho riflettuto e mi sono ricordato che la mia intenzione era quella di non recensirla in questa sede, ma di scrivere una articolone di quelli del martedì sull’argomento per esprimere alcune riflessioni che avevo elaborato in seguito alla visione dell’ultima parte. Poi mi sono ricordato anche di aver dimenticato tali riflessioni e ho ripiegato sulle Recensioni della Settimana; per cui scusate il ritardo.
La terza parte risulta essere la più lenta, riflessiva e profonda delle tre. Ciò però risica spazio anche al mistero, alla suspance e al terrore, elementi che ogni opera di King dovrebbe mantenere dall’inizio alla fine. Finalmente il demone Linoge si mostra per quello che è e smette di indossare spoglie umane. Finalmente si scoprono quali fossero fin dall’inizio le intenzioni diaboliche dell’oscuro signore e il protagonista è obbligato dalla popolazione locale a dover accettare la volontà comune. Ma la folla è sempre in grado di scegliere il meglio per la comunità? L’ultima mezzora è profondamente filosofica e a tratti pessimista nei confronti dell’uomo stesso. Dopo tre lunghe parti non è più ben chiaro chi sia nel bene e chi nel male. Il male è parte intrinseca dell’uomo, egli non potrà fare solo bene nella sua vita, e il bene di uno potrebbe essere il male di cento e viceversa. Una miniserie che, al di là dei limiti tecnici consiglio per un discreto livello d’intrattenimento e per le profonde riflessioni proposte nella terza ed ultima parte. Recuperatela se avete tempo. Buona visione. VOTO: 7.5



ALBUM: La Seconda Rivoluzione Sessuale (2007)
Ancora i Tre Allegri Ragazzi Morti, ancora irriverenti e mai banali. Questa volta però dal punto di vista musicale ho notato una monotonia e una ripetitività che minano la buona riuscita della trasmissione dei messaggi dei testi. Ascoltandolo l’album tutto d’un fiato alcuni brani risultano decisamente fastidiosi ad un orecchio meno allenato per una serie di sonorità discordanti, dure e poco armoniche. Altri pezzi come “Il Mondo Prima”, “Lorenzo Piedi Grandi” e “La Sorella di Mio Fratello” invece convincono appieno sia per il testo che per la melodia. In sostanza un album imperfetto che osa ma non riesce infine a raggiungere le vette prefissate a causa di una scrittura non sempre all’altezza e a di alcuni limiti strumentali. VOTO: 6.5


In tanti si sono accorti della penuria di film nelle recensioni delle ultime settimane. Non allarmatevi! Non ho smesso di guardare film, è solo che quelli visionati mi spingono a fare riflessioni più profonde, e quindi gradirei analizzarli in maniera più approfondita in futuro, o fanno parte di filoni tematici a cui vorrei dedicare presto o tardi un TOP/FLOP. Intanto (Spoiler!) il film attorno al quale ruota l’articolo di martedì prossimo è stato scritto ormai tre mesi fa, è stato revisionato e corretto varie volte e vanta “Hey You” dei Pink Floyd come main theme. Ma basta spoiler. A martedì allora. 

venerdì 10 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD EPISODIO PINES 8

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa lunga e interessante esperienza televisiva e le aspettative ovviamente continuano a crescere in attesa di un finale che si prospetta risolutore e chiarificatore. In questo clima di attesa e mistero si posiziona in maniera non propriamente eccellente questo ottavo episodio. Dalla lentezza iniziale possiamo già dedurre la natura attendista della puntata: siamo di fronte ad un curato riempitivo, la preparazione per quello che verrà. Molti dubbi vengono completamente accantonati e alcuni personaggi chiave dei precedenti episodi, come Kate e Theresa, passano in secondo piano per dare più spazio al protagonista e soprattutto al duo Pilcher. Il vero fulcro dello show andato in onda ieri sera è stato infatti la crisi del corpo di controllo di WP. L’uomo a capo di tutto infatti non riesce più a gestire la macchina imperfetta e priva di libertà creata da lui stesso e si trova costretto tra due fuochi: da una parte i rivoltosi dispersi che tentano di abbattere la recensione elettrificata nella speranza di ritrovare i diritti sottratti loro dalla città-prigione e dall’altra l’insubordinazione (o “Tradimento”) del dipendente della sala di controllo. Pilcher, avendo perso il cieco appoggio della sorella e le redini dell’intero sistema, ha optato quindi per l’inasprimento delle punizioni e l’estensione di queste anche allo staff del progetto. Una scelta che, a mio parere, porterà l’intera comunità al collasso.


Intanto Ben è miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione che avrebbe ucciso qualunque essere umano (forzatura) e così facendo si è volutamente allontanato il personaggio dalle vicende centrali della città. Mi aspetto quindi un ruolo pressoché nullo del ragazzo nella prossima puntata e un ritorno nell’ultima, probabilmente per riportare il padre a ragionare dopo il presunto lavaggio del cervello di cui sospettano le protagoniste femminili.


La puntata quindi si conclude con la definitiva azione kamikaze di uno dei rivoltosi che, dopo essere riuscito a sfondare la famosa recensione che impedisce ai cittadini di scoprire la verità sul 4024, viene brutalmente ucciso e divorato dagli Abbie. Ciò apre quindi al prossimo episodio e all’imminente invasione delle creature mutanti. Il panico colpirà gli abitanti di WP e sarà lo sceriffo Burke a dover salvare la situazione, com’era fin dall’inizio nei piani lungimiranti dello scienziato. Mi aspetto quindi un episodio più confuso, ma anche più veloce e complesso nella struttura, perché molte storie dei singoli protagonisti dovranno essere riprese e preparate ad una degna conclusione.


Ancora non sappiamo effettivamente in che anno siamo e le reali intenzioni del despota Pilcher, non sappiamo chi ci fosse dall’altro capo della cornetta quando Kate chiamò appena giunta in città e non sappiamo soprattutto cosa contiene la botola. Ah quella botola. Dopo Lost io Adoro le botole. Ne farò mettere una in camera mia prima o poi. I misteri rimasti in piedi non sono molti ma appaiono abbastanza sostanziosi. C’è ancora un piccolo spiragli di possibilità che la situazione della città e del progetto in generale, spiegataci nella quinta e nella sesta puntata, possa essere nuovamente stravolta. Personalmente lo spero in quanto ciò rappresenterebbe la degna conclusione di una serie mistery nata e fondata sugli sconvolgenti colpi di scena. Credo che gli sceneggiatori siano consapevoli di ciò e tenteranno di non deludere gli spettatori (o fan? possiamo già definirci tali dopo aver guardato ed analizzato insieme otto episodi?). La volata finale è partita lenta, ancora in salita, ma la discesa è vicina. Le buche sono ancora pericolose ma il traguardo è visibile. Si potrebbe ancora sbagliare e rendere tutta la miniserie un buco nell’acqua, ma ancora per un po’ voglio credere che la fine ci stupirà tutti. Ci credo, attendiamo insieme.


giovedì 9 luglio 2015

NBT: SLOW WEST

Nel 1980 Michael Cimino è il regista del momento a Hollywood: il suo ultimo film “Il cacciatore” è stato un successo strepitoso di pubblico e di critica ed ha anche vinto 5 Oscar. Ora tutti stanno aspettando con trepidazione il suo prossimo capolavoro. Finalmente! Eccolo! “Heaven’s Gate”! Un’epopea western prodotta dalla United Artists con un budget stellare: 44 milioni di dollari. Si preannuncia un nuovo trionfo. Il film è un disastro. E’ considerato il più grande flop della storia del cinema. E’ la fine per la carriera di Michael Cimino. E’ la fine per la United Artists. E’ la fine per il genere western.
O almeno così dissero. Effettivamente la carriera di Michael Cimino non si riprese mai più e la United Artists (una della più importanti compagnie di distribuzione di sempre) l’anno dopo dovette essere venduta alla Metro-Goldwyn-Mayer per non andare in fallimento. Il genere western però non scomparve come molti avevano pronosticato. Certo il fallimento di “Heaven’s Gates” fu la goccia che face traboccare il proverbiale vaso: le major, spaventate dal clamoroso insuccesso del film, smisero una volta per tutte di finanziare i grandi progetti western. Il genere però non godeva di buona salute ormai da tempo. L’età dell’oro era finita molti, molti anni prima. Ciò nonostante il western esattamente come i suoi protagonisti è duro a morire.



Sono state raccontate innumerevoli storie sul mito della frontiera e sembra impossibile che ancora oggi così tanto tempo dopo quel mito continui ad essere raccontato in maniera sempre attuale, è incredibile come riesca ad essere interpretato in tante maniere diverse.
Il western non è morto e continua a regalarci storie sempre nuove, come ad esempio “Slow West” (2015): un piccolo western innovativo e originale. Ed è proprio di questo breve western indipendente che vi vorrei parlare oggi. Presentato qualche mese fa al Sundance Film Festival, “Slow West” ha attirato subito l’attenzione su di sé grazie al suo stile particolare ed originale.
La storia che ci racconta “Slow West” è quella del giovane nobile scozzese Jay (Kodi Smit-McPhee) innamorato della povera ma bella Rose (Caren Pistorius). Il padre di Jay, Lord Cavendish, si oppone fermamente alla loro unione e una sera in un diverbio viene ucciso accidentalmente dal padre di Rose. Così Rose e suo padre sono costretti a scappare in America per avere salva la vita. Ma la taglia DEAD or ALIVE li segue anche nel West e Jay viaggia “from the cold shoulder of Scotland, to the baking heart of America” per trovare Rose e salvarla dal guaio in cui lui stesso l’ha involontariamente cacciata. Nel West Jay incontra Silas (Michael Fassbender) un avventuriero solitario che si offre di fargli da guida e insieme si inoltrano nelle pericolose terre dell’Ovest.



Quando si guarda il trailer per la prima volta si ha l’impressione che Wes Anderson abbia deciso di dirigere un western. La fotografia infatti è molto colorata e l’atmosfera generale è più vicina alla commedia che al film drammatico, per non parlare poi degli sketch comici inseriti nel film nei momenti più inaspettati. Siamo di fronte ad un western che non si prende troppo sul serio e si caratterizza per un tono leggero e scanzonato. Questo tipo di approccio ha fatto storcere il naso a molti ma personalmente devo dire che ho gradito la scelta del regista di distaccarsi da una concezione troppo seriosa del genere.
“Slow West” segna il debutto alla regia del musicista scozzese John Maclean. Lo stile del film è deciso e peculiare eppure ho avuto la sensazione che Maclean avrebbe voluto spingersi ancora oltre ma che non l’abbia fatto proprio perché essendo alla sua prima esperienza come regista non si sentisse abbastanza esperto per premere fino in fondo il pedale dell’acceleratore. A mio parere il film ha molte idee innovative che però non vengono sviluppate con il coraggio dovuto, in diversi punti mi è sembrato che non si sia osato a sufficienza.
Il protagonista del film sarà anche Kodi Smit-McPhee ma la vera star è quel Michael Fassbender che tante mutandine ha fatto bagnare e tante ancora ne farà bagnare nei prossimi anni. La sua carriera infatti sembra essere definitivamente decollata e ha una buona scorta di film in uscita nei prossimi mesi (è attesissimo il suo biopic su Steve Jobs). Qui si comporta piuttosto bene anche se a dire il vero il personaggio che deve interpretare è piuttosto stereotipato e non rappresenta certo una sfida per un attore della sua levatura.



“Slow West” è un film piacevolissimo che scorre veloce con estrema leggerezza toccando apici notevoli in alcuni punti. Certo forse non sarà la miglior storia mai raccontata sul mito della frontiera ma è una nuova storia sul mito della frontiera. E per quanto mi riguarda questo basta.

Amo il genere western e quindi mi dispiace ma non riesco ad essere imparziale quando ne parlo. L’età dell'oro di questo genere sarà anche finita ma il filone western non si è esaurito come un giacimento aureo nello Yukon.  Il western ha saputo reinventarsi, rinnovarsi, adattarsi e oggi oltre 102 anni dopo la sua nascita (1903 “The Great Train Robbery”) sa ancora affascinare. 

Antonio Margheriti

mercoledì 8 luglio 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 2 E 3

Che fatica! Che fatica riuscire a seguire un’intera puntata. Non so se la tarda ora alla quale mi accingo a visionare la nuova puntata influisca sulla mia attenzione, ma indubbiamente la serie ci sta mettendo davvero troppo a carburare e a creare un feeling deciso e duraturo con lo spettatore. Possiamo dire che dal punto di vista della trama la serie sia partita eccome, ma nonostante ciò il livello d’intrattenimento è ancora molto basso ed è lo spettatore stesso a doversi abbassare, a dover modificare la propria posizione e la propria attenzione per poter far posto alla pesantezza e alla lentezza della serie, almeno in queste prime tre puntate. Volendo fare un rapido riassunto degli eventi finora avvenuti potremmo dire che Ray è morto e risorto, l’assessore Caspar era ossessionato dal sesso e non solo da quello con il gentil sesso, anche Paul è in realtà gay, Semyon ha perso dei soldi in seguito alla scomparsa del suddetto politico e gli assassini che ci sono dietro tutto il delitto amano indossare maschere animalesche.


Ora, secondo il buon Pizzolatto, lo spettatore medio di TD2 dovrebbe passare ore e ore a chiedersi perché Velcoro è stato risparmiato, chi si cela dietro le maschere, cosa centra il film che stanno girando in città e perché gli enti governativi legati al povero Ray vogliono tenere celata la verità. Questo secondo lo sceneggiatore. La verità invece è che una ripetitiva, lenta ed estenuante narrazione rischia di far passare in secondo piano gli elementi d’interesse della trama principale. Mi sto riferendo nello specifico a quelle scene infinite (anche se molto spesso ben girate) che si dimostrano essere del tutto slegate dalla narrazione del caso di omicidio e tentano solo di caratterizzare ulteriormente dei personaggi che, a furia di dettagli poco originali e prevedibili hanno perso già molto del mordente iniziale dopo appena tre puntate.


Capisco chiaramente le intenzioni dello sceneggiatore: True Detective 2 È la strada di Vinci che viene spesso ripresa dall’alto. Una strada ampia e ingombrante al centro che poi si dirama in vie secondarie che non sembrano avere più nulla a che fare con la principale; lo stesso messaggio che voleva mandare con l’onnipresente albero della prima stagione. Ogni strada rappresenta nel suo piccolo la vita e le disgrazie di ognuno dei quattro protagonisti, ma anche la vista nel complesso del panorama cittadino potrebbe indicare l’anima frastagliata, distorta e corrotta degli sciagurati personaggi attorno ai quali ruota la serie. Una complessa commistione di crime e introspezione psicologica. Quello che manca a questi primi tre episodi è il bilanciamento di questi due aspetti: finora ha decisamente prevalso quello psicologico; ma una serie che si rispetti e che ambisce ad entrare nell’olimpo del cinema per la TV (dove l’aspetta la prima stagione) deve necessariamente riuscire a trovare l’alchimia necessaria affinché lo spettatore non cambi canale. Secondo il mio modesto parere il problema fondamentale sta nella distanza tra le vite private dei protagonisti e le indagini sul caso Caspar. Quando sono in scena le prime, le seconde si fermano, quando in realtà la parola “intreccio” ha già in sé in senso di mescolanza tra le varie anime che compongono un prodotto. TD2 finora è stata tanti ingredienti, tutti ottimi, tutti di prima qualità, ma cotti in padelle diverse. In questo modo è pressoché impossibile godersi un’unica indimenticabile portata.


Parlando poi delle interpretazioni, se nel pilot bene o male tutti i nuovi attori erano riusciti a convincermi e a dare prova di poterci stare in quella determinata situazione, a distanza di tre puntate i meno adatti ad una serie di così ampio respiro cominciano a mostrare inevitabilmente il fianco. Vaughn alterna scene da applausi ad altre in cui si limita a fare smorfie fastidiose davvero poco adatte al contesto. Da ciò si capisce quanto in realtà il suo personalissimo stile di recitazione sia legato all’ambiente comico in cui ha lavorato finora. Anche Taylor Kitsch mi convince sempre meno e mi ricorda da vicino il Diele Pastore di 1992 (Oddio che paura!). La McAdams e Farrell invece risultano essere sempre più nella parte e sempre più a loro agio sul set dando sfoggio delle loro qualità recitative. Una spanna sopra gli altri due.



Parliamoci chiaro: se questo prodotto non portasse il pesante nome del capolavoro dello scorso anno, stareste ancora tutti così attenti e fiduciosi nella buona riuscita della serie? Ho i mie dubbi. Comunque la tavola è imbandita, i fornelli accessi. Orsù Nick, siamo venuti fin qui, preparaci qualcosa di memorabile. Il tempo è ancora tuo (e la sigla è splendida).

martedì 7 luglio 2015

DRAGON BALL IS BACK

Avete presente quando andate in un villaggio vacanze per una settimana, conoscete un ragazzo e dopo qualche giorno siete praticamente fratelli? Dopo quella breve esperienza estiva vi salutate con la promessa di sentirvi, ma poi ognuno ha i suoi impegni e la gente si perde di vista. Ipotizziamo poi che voi ritroviate per caso questo ragazzo in un bar dopo diciannove anni; potrebbe essere ingrassato, potrebbe aver perso qualche capello, potrebbe avere una folta e incolta barba pregna della crema di caffè che stava bevendo pochi secondi prima di notarvi, ma non potrete far altro che abbracciarlo, come se fosse ancora l’estate del ’96, come se il tempo non fosse mai passato. Ecco la mia reazione al ritorno di Dragon Ball: un lungo e caloroso abbraccio condito da espressioni inflazionate come “Dove sei stato tutto questo tempo?”.  


Ce n’era bisogno? Di una nuova serie legata al brand di DB, intendo. No, forse no, ma credere che Super possa superare e cancellare quel flop ammorbante di GT non costa nulla,e io ci credo, anche dopo il primo episodio. Ah, il primo episodio! Ma andiamo con ordine.
Alle 00:30 del 6 luglio un amico mi manda la foto dello schermo del suo computer mentre guarda la sigla della nuova serie DB Super. Salto dal letto, metto le cuffie per non disturbare e faccio partire la sigla giappo della prima serie a palla mentre saltello in giro per casa. Dopo attimi di euforia, forse ingiustificata, mi faccio mandare il link del sito che ripropone in maniera del tutto legale (non pensate male) il primo episodio e comincio a guardarlo. Voglio prima premettere di aver visto una sola volta di sfuggita il film del 2013 “La Battaglia degli Dei” e di averlo disprezzato abbastanza, forse perché non indirizzato alla fascia d’età a cui appartengo ora. Probabilmente gli ultimi due film di DB sarebbero stati adatti al me bambino, ma ora li trovo eccessivamente infantili e ricolmi di errori se analizzati con lo sguardo critico di un fan che ogni anno riguarda le repliche della serie originale su Italia 1.


Ma tornando al pilot della nuova serie, dopo una sigla senza molto mordente parte finalmente la storia e c’è Goku - spalanco gli occhi oltre i limiti umani conosciuti - c’è Goku che guida un trattore. UN TRATTORE?! Capisco le puntate filler nelle quali viene mostrata la parte umana dei personaggi, ma questo è l’inizio e ogni inizio che si rispetti deve contenere almeno una scena in cui il protagonista si allena duramente per superare il famoso "limite" (scena effettivamente presente dopo qualche minuto) e una in cui viene presentato il cattivone di turno in penombra che trama vendetta o vuole semplicemente conquistare il mondo. E poi Goku guida il trattore per guadagnare soldi perché dopo anni si scopre che la famiglia del Sayan è al verde… da sempre, aggiungerei. Ma poi non avevamo lasciato il protagonista intento ad allenare Ub, reincarnazione buona di Majin Bu, per farne il futuro difensore della Terra? Dov’è Ub? dov'è il nostro Ub? Vogliamo Ub. L’incipit quindi incespica e claudica, ma rivedere tutti i protagonisti che avevamo amato nelle serie precedenti riporta lo spettatore a strabuzzare gli occhi dalla meraviglia. Intanto ci vengono presentate altre interessantissime situazioni comunemente degne di nota come la vita di coppia di Gohan e Videl, Goten e Trunks alla ricerca di un cosmetico naturale, la vita di coppia di Mr. Satan e Majin Bu, Junior che fa Junior. L’unico espediente narrativo effettivamente degno di nota è la vincita del nobel per la pace da parte di Satan, evento che libererà Goku da tediose attività umane e gli concederà di partire alla volta del pianeta di Re Kaio


Contemporaneamente intanto il gatto Dio del chaos, antagonista del film del 2013 di cui sopra, continua a distruggere pianeti come se non ci fosse un domani; e solo qui ho capito quando, cronologicamente parlando, è collocato DBS: la Toei, in accordo con Toriyama-sensei, ha deciso di riadattare le storie degli ultimi due film e di farne due saghe della nuova serie. Scelta quantomeno discutibile. Già sappiamo quindi cosa accadrà, o meglio lo sappiamo in parte, perché leggendo in giro ho scoperto che gli dei del chaos sono circa una decina e sicuramente in questa saga ne entreranno in gioco un paio, di cui uno già visto in precedenza. Ciò che non mi convince particolarmente è la natura filmica dei gatti dei. Essi sono graficamente troppo diversi dai nemici a cui eravamo abituati e per questo mi sembravano molto adatti per una ciclo che comincia e si conclude in un’ora parallelamente alla serie principale, piuttosto che fare di questi dei personaggi fondamentali per il seguito diretto dell’enorme DBZ. Qualcosa stona in quest’ottica. La puntata poi si conclude con lo sguardo preoccupato di Kibitoshin che sente i pianeti scomparire uno a uno.



Volendo fare un bilancio del primo episodio posso dire che probabilmente le mie aspettative erano eccessivamente elevate e che probabilmente non sono lo spettatore medio a cui Dragon Ball Super è indirizzato. Credo che questa nuova serie sia nata per raggiungere le nuove generazione che, data la loro età, non hanno potuto godere delle avventure di Goku e compagni nei lontani 90s. Sicuramente continuerò a seguire la serie, riderò, ne parlerò con gli amici e mi appassionerò ai combattimenti (specialmente a quelli legati alla saga del ritorno di Freezer, non vedo l’ora), ma sempre con sguardo distaccato, perché dopo i baci e gli abbracci ti accorgi che diciannove anni sono passati per tutti e quell’amico che non vedevi da tempo forse neanche ti mancava così tanto. Solo l’euforia del momento, forse.

domenica 5 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 29 GIUGNO - 5 LUGLIO


ALBUM: Déjà Vu (2015)
Ok, lo ammetto: questo non si direbbe proprio il mio genere, ma, dopo la collaborazione con i Daft Punk in Random Access Memories, ero assai curioso di scoprire il ritorno sulle scene del maestro dell’elettronica, l’italianissimo (si fa per dire) Giorgio Moroder. Le aspettative erano discretamente alte visti i premi Oscar vinti dall’artista tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta e considerando anche la qualità del brano "Giorgio by Moroder", ma ciò che mi sono trovato davanti è un nuovo album di David Guetta senza David Guetta. Kylie Minogue e Britney Spears, Sia e Charli XCX. No, decisamente non è ciò che mi aspettassi. Tutto sommato l’album può essere anche godibile in alcune sue parti; i singoli "Déjà Vu" e "74 is the new 24" fanno la loro parte, se ascoltati senza grandi pretese musicali, ma nel complesso ci troviamo di fronte al tentativo di un anziano signore (perché 74 is not the new 24) di rimanere al passo coi tempi e di riformare la sua musica per renderla paragonabile ai vari Guetta, Alesso, Hardwell e via dicendo. Manca l’originalità, manca il vero Moroder, perché Moroder non è i Daft Punk, o forse non lo è più. VOTO: 6



ALBUM: Portraits (2015)
Come scelgo gli album da ascoltare, dite? Beh semplice: vado su Deezer e faccio finta di capirne di musica. Mi atteggio. Penso “Ah, bravini i Maribou State; devo averli ascoltati nella mia precedente vita”, e poi finisco a guardare le copertine e a scegliere in base alla bellezza. Ecco come ho scoperto gli Everything Everything (e che scoperta). Le copertine hanno sempre ragione.
Questa volta mi è andata meno bene dell’ultima, ma partiamo dall’inizio. L’album si apre con "Home", brano quasi unicamente strumentale che si avvicina molto al genere ambient. Si passa poi a "The Clown", brano più pop, più movimentato e più accattivante. Se dovessi giudicare il prodotto dall’incipit il mio voto sarebbe decisamente positivo, ma purtroppo l’album continua. Una serie di brani poco ispirati e talvolta vuoti e ripetitivi abbassano pesantemente il livello dell’opera. L’ambient iniziale lascia posto ad un’elettronica già sentita troppe volte. Negli ultimi due pezzi invece il gruppo di origini ignote (cercate pure se volete, tanto non troverete) rallenta il ritmo e si riprende trovando nuovamente melodie interessanti e arrangiamenti fini. Vi consigli di chiudere gli occhi e di lasciarvi trasportare dalle note di "Varkala"; qualcosa di antico, di primordiale. VOTO: 6.5



ALBUM: Beneath the Skin (2015)
Ho adorato il primo album degli Of Monster and Men, pur riconoscendo chiaramente dei limiti. Con il primo lavoro erano riusciti a ridare vita ad una tradizione nordica folk che troppo spesso viene relegata a musica di livello inferiore per non rubare spazio ai colossi Statunitensi e Inglesi. Troppo spesso sottovalutiamo la musica del vecchio continente e osanniamo quella che le radio ci dicono di ascoltare, ma in questo senso My Head is an Animal ha rappresentato una svolta interessante. L’irruzione non programmata della musica islandese nel panorama pop mondiale. E veniamo quindi al secondo lavoro. Da dove cominciare? Musicalmente parlando il livello medio dell’album è discreto, senza alti né bassi, ma il vero problema è la scrittura della canzoni. Undici interminabili brani, tutti lenti, tutti monotoni, tutti uguali. Ciò che manca a Beneath the Skin è la creatività, l’inventiva che aveva stupito nel primo album. Melodie sempre uguali e cambi di ritmo prevedibili minuti prima che accadono. Un ora di noia. VOTO: 5



FILM: Videocracy - Basta Apparire (2009)
Dopo aver letto su internet del fenomeno mediatico del 2009, mi sono deciso a recuperare questo documentario di denuncia prodotto in Svezia ma riguardante una realtà marcia tutta nostrana. Il tema centrale della pellicola è (o dovrebbe essere) infatti “l’influenza della Televisione del Presidente sulla popolazione italiana media”; dovrebbe perché in realtà il film si ferma prima e sostanzialmente risulta essere una lunga e ripetitiva introduzione al tema centrale e scottante promesso nel titolo e nei trailer distribuiti. Qualche spunto degno di nota c’è, ad esempio le interviste a Corona o al camerata Mora, ma per il resto si tratta di immagini di dominio pubblico montate discretamente e rallentate per poter occupare l’intera durata degli interminabili intermezzi tra le parti parlate. La voce narrante poi è lenta, priva di phatos e alla lunga soporifera, decisamente un interprete non all’altezza.
Il tema in sé però si salva: ciò che Berlusconi ha fatto con la televisione (pubblica e di stato) è un atto deplorevole e criminoso che purtroppo ha colpito molte famiglie tuttora ignare di essere state vittime della decadenza dei costumi voluta dal Presidente e dai suoi soci in Fininvest. Non voglio dire che la pochezza culturale del paese oggi è dovuta solo ed unicamente alla televisione di Silvio, ma questa ha sicuramente aiutato ad accettare tacitamente l’evoluzione della figura dell’italiano medio da mediamente acculturato e informato a ignorate d’alta scuola. Nel 2015 purtroppo chi legge un buon libro è considerato diverso e chi vive “ignorando” è stimato e invidiato. Comunque, tornando al documentario, niente più di un occasione sprecata. VOTO: 5.5

venerdì 3 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 7

Ci sono stati degli errori, questo è evidente. Una serie mystery che si rispetti dovrebbe essere in grado di sostenere il peso di soli dieci episodi. Non si possono chiudere sottotrame interessanti o modificare la psiche di personaggi in questo modo. Non si può gettare al vento due episodi (il terzo e il sesto - di cui vi invito a leggere i relativi commenti) per poi cercare di recuperare tutto negli episodi conclusivi. Ciò che deve essere presente in una serie di questo genere è un mistero unico che coinvolga tutti i protagonisti e che resista fino alla fine. In WP invece il mistero principale era la città, poi gli Abbie, poi l’anno in cui si svolgono gli eventi e ora la botola (ehm, Lost vi dice qualcosa?). Troppi cambi, troppi alti e bassi, troppe svolte che non lasciano spazio ad una linea unica e coerente. Bene, dopo aver detto ciò posso ammettere di ritenere il settimo episodio il migliore in assoluto finora, ma andiamo con ordine.


Dopo aver ormai tacitamente accettato il progetto biblico di Pilcher, Burke torna in città e, rispettose delle linee guida impostegli dall’alto, comincia a svelare a tutti i concittadini che incontra tutti i misteri che avevano affollato le loro menti fino a quel momento. Evviva la coerenza. Ma la moglie non gli crede e comincia delle indagini nell’oscurità approfittando del suo impiego. Contemporaneamente i sovversivi hanno ultimato la preparazione degli ordigni, ma si rivela l’anima plurima e frastagliata del gruppo. Una bomba viene infatti nascosta nella vettura del nuovo sceriffo che misteriosamente, guardando l’autoradio, riesce a scoprire l’imminente pericolo. Ciò porterà Burke a cercare i colpevoli e quindi ad arrivare alla mente dei sovversivi: l’amica Kate. Kate, oltre ad essere a capo delle operazioni, è anche il personaggio chiave dell’episodio, ossia la persona che fa da collegamento tra le indagini dello sceriffo, i dubbi di Theresa e le scorribande del giovane Ben. L’intera puntata è un climax ascendente ben congeniato che sfocia nel colpo di scena finale forte e sconvolgente. L’ansia, la tensione e la claustrofobia provata dal gruppo di rivoltosi sono percepibili e perfettamente amalgamati nel contesto.


Il mistero si riapre: cosa c’è sotto la botola? Chi ha ucciso Ray Velcoro? Chi c’era dall’altra parte del telefono quando Kate, appena arrivata, aveva cercato di chiamare la sede della CIA? In che anno siamo realmente? Dopo una puntata in cui i dubbi presenti erano stati sciolti senza sostituirli con altri nuovi e all’altezza, torniamo sui binari canonici. E il duo Pilcher? Dalla scena in cui i due rimangono soli in una stanza dell’ospedale in cui si risvegliano le vittime possiamo intendere che gli interessi personali del dottore e dell’infermiera potrebbero andare oltre la semplice sopravvivenza della razza umana. È come se ci fossero una serie di veli di Maya a nascondere la vera verità che aspettiamo di conoscere da quasi due mesi. Con il quinto e il sesto episodio il velo superficiale è stato vigorosamente squarciato, ma tanti altri ne restano. La “loro” verità potrebbe non essere l’unica o potrebbe essere solo una visione ristretta della cosa. I dubbi restano.


Altri due grandi punti a favore del settimo episodio sono un intelligente ritorno alle origini e l’inversione dei ruoli. L’inizio della serie era caratterizzato dall’identificazione dello spettatore nelle azioni del protagonista. Questo aspetto ritorna in parte nelle indagini di Theresa che tenta, senza farsi scoprire dalle telecamere, di scoprire la sua verità e di fuggire da WP e in parte nelle azioni autoritarie di Ethan contro i sovversivi. L’inversione dei ruoli invece comprende il parco personaggi in senso più lato; personalmente non riesco più a distinguere i buoni dai cattivi, se una divisione del genere possa realmente esistere. Pilcher, Kate e l’infermiera sono passati troppo spesso da una parte all’altra senza preavviso. Lo stesso protagonista si è dimostrato essere in linea con le idee del creatore del progetto, ma in questo modo si è trovato a scontrarsi sia con la moglie che con la stessa Kate. A questo punto non so più chi sostenere. Sinceramente nel settimo episodio ho sperato che i rivoltosi riuscissero nel loro intento e che quindi il protagonista fallisse. Sorry Burke.



Il finale poi lascia attoniti. Potrebbe essere davvero morto nell’esplosione come l’ultima immagine ci ha fatto credere? Non so, ma, venuto a mancare Ben, gli equilibri potrebbero cambiare radicalmente. Da una parte Ethan non avrebbe più nulla da perdere e potrebbe tranquillamente appoggiare la moglie nella ricerca di una via di fuga, ma dall’altra i due coniugi non rappresenterebbero più una priorità per la risparmiosa comunità di WP e quindi potrebbe essere eliminati dal sistema stesso, ma come si può far valere la legge contro colui che in città detiene in sostanza in tre poteri? Il mistero continua.

giovedì 2 luglio 2015

NBT: BRUCE DICKINSON WITH LOVE

Avete presente il vostro cantante preferito? Il cantante che amate da quando eravate piccini piccini e che vi ha accompagnato per tutta l’adolescenza? Bene, Bruce Dickinson è meglio; Bruce Dickinson gli fa il culo chiunque egli sia. Bruce Dickinson gli caga in testa al vostro cantante preferito, poi gli fa il dito e si tromba sua moglie; perché lui può. E non è che lo fa semplicemente perché se lo può permettere, macchè! Mica lo fa perché è la migliore voce heavy metal di tutti i tempi, mica lo fa perché è più intelligente ed acculturato di voi e di tutta la vostra famiglia messi insieme, assolutamente no! Lo fa perché semplicemente gli va di farlo, gli piace darvi fastidio. Soprattutto se siete le solite noiose teste di cazzo pronte a bastian contrarizzare sempre e comunque contro di lui o contro gli Iron Maiden, tirando fuori le argomentazioni più disparate spesso profonde quanto un film di Michael Bay.


 E così, mentre gli haters passano il loro tempo a frantumare i coglioni su quanto l’era Di’Anno fosse meglio, di quanto i Maiden con lui siano monotoni (con una conoscenza della discografia che comunemente non va oltre The Number of The Beast) ed altre cazzate lui si prende il suo aereo e parte per nuove avventure, e se poi hai un aereo come questo nell’hangar, beh, diciamo che il suo livello di epicità rischia di innalzarsi a più di ottomila (“accipicchia”). Mi piacerebbe organizzare un bellissimo incontro, dove tutti i criticoni possano interagire con Bruce Dickinson in presa diretta in modo tale da venire sommersi dalla sua capacità oratoria, platinata da una laura in letteratura conseguita poco prima di entrare nei Maiden. Deh, Bruce è un po’ come Re Mida quando si tratta di songwriting, quando c’è di mezzo la sua mano qualcosa di interessante viene sempre fuori, dall’incredibile Revelation alla gigantesca Rime Of The Ancient Mariner, tanto per citare un paio di perle; e visto che è stata tirata in ballo, vi rendete conto di cosa i Maiden hanno fatto con quest’ultima canzone vero? Riassumere il poema di Coleridge in tredici minuti e mezzo, senza annoiare MAI, nemmeno un secondo, nemmeno uno piccolino piccolino. Il modo migliore per produrre cultura, ovvero attingere ad altra cultura e, in questo caso, la cultura è stata attinta in maniera sapiente da quel pozzo di conoscenza che è il nostro Bruce; un pozzo talmente profondo da dover staccare temporaneamente dalla Vergine per tutti gli anni novanta, per dedicarsi alla tanto agognata quanto prolifica  carriera solista, che gli ha permesso di esprimersi a 360 gradi, senza più essere limitato da Steve Harris e dalla sua autorità di ferro.


SBAM! Tattooed Millionaire, disco di puro hard rock nudo e crudo infarcito di critiche sociali; SCIAF, Balls To Picasso, disco più improntato all’ heavy, ma con quella spruzzatina di blues che non fa mai male; SLAM, Skunkworks, lavoro iper sperimentale nel quale Bruce tenta di unire libertà compositiva ad un minutaggio radiofonico; BOOM, Accident of Birth, semplicemente un piccolo capolavoro hard’n heavy; BOOOOOOM Chemical Wedding, semplicemente un enorme capolavoro hard’n heavy. Tra il 1990 di Tattooed Millionaire ed il 1998 di Chemical Wedding sono successe varie cose al nostro piccolo grande eroe (piccolo di statura s’intende, è alto un metro e una sigaretta) tra cui la più importante: si è tagliato i capelli ed è andato a lavorare. Il bello è che non vi sto prendendo per il culo, si è davvero tagliato i capelli in modo tale da poter fare il pilota di aeroplani a tempo pieno! Insomma dai, considerata l’importanza della chioma per un metallaro del suo calibro, questo è un gesto che profuma intensamente di passione.


 Bruce Dickinson pilota aerei, testa carri armati per Discovery Channel, canta per il gruppo heavy metal più iconico della storia, combatte a scherma, scrive libri, ha appena sconfitto un cancro alla lingua ed ha persino diretto un film su Aleister Crowley, eppure rimane sempre e comunque un amico; anzi, Bruce Dickinson è L'Amico per eccellenza, con cui bersi una birra e discutere di musica e cazzate. Che poi neanche lo conosco io, ma mi ha dato di più lui con la sua musica di quanto mi abbia mai dato chiunque altro, e per questo gli voglio bene.
Grazie vecchio mio, sei sempre il migliore.
Cristiano Chignola