lunedì 10 luglio 2017

LA PEGGIOR COVER DELL’ANNO

Le cover, quelle serie, quelle curate - non quelle amatoriali di Asia Ghergo -, non sono affatto da disprezzare. Talvolta possono essere in grado di riabilitare un brano, riportarlo in auge dopo decenni di anonimato o addirittura ridare ad un pezzo un senso che non aveva mai avuto. Bisogna però rispettare alcuni principi e soprattutto rispettare il valore storico e musicale che alcuni brani si portano dietro fin dalla loro composizione. Non è possibile riproporre un pezzo esattamente identico all’originale, perché, anche da un punto di vista discografico, una manovra di questo tipo non avrebbe senso, e allo stesso tempo bisogna prestare attenzione a non allontanarsi eccessivamente dal concept di partenza, qualora questo fosse il cardine del brano. Stravolgere l’arrangiamento è possibile finché la coscienza del pezzo lo permette ma quando sono le note stesse, oltre al testo, a rappresentare il senso del successo di un pezzo della storia della musica, allora sarebbe il caso di rivolgersi altrove se si è alla ricerca di cover facili. Non tutti gli album si prestano perfettamente all’opera di coverizzazione e non basta la volontà di ridare senso al tempo a giustificare una mossa commerciale del genere. 


Un autore affermato, dotato di una certa cifra stilistica, è chiamato a rispettare al contempo l’oggetto della cover e se stesso per lasciare la sua impronta al di sopra del brano da reinterpretare. In questo modo il campo si restringe ancora di più, sacrificando tutti gli album che non possono idealmente rientrare in uno stile compositivo senza causare delle difficoltà superiori. Michael Bublé ha nel suo repertorio una serie di cover che hanno raggiunto il successo mondiale proprio perché l’autore italo-canadese è stato in grado di coniugare la sua cifra stilistica pop-blues con il rispetto dei mostri sacri ai quali si è avvicinato.


Ma gli esempi si sprecano; uno fra tutti, Johnny Cash, che si rilanciò negli ultimi anni di carriera con la serie “American Recordings”. Questi album, di cui due postumi, contenevano alcune cover famose, tra cui spicca certamente “Hurt”, incisa originariamente dai Nine Inch Nails. “Hurt” è la summa di una carriera, di una vita e di uno stile, nel rispetto del capolavoro, che questa volta deve essere attribuito a Trent Reznor.


Valutare un’opera “in prestito” deve quindi esulare dalle categorie classiche di giudizio e focalizzarsi su aspetti ritenuti secondari, che guardano dietro la musica, al passato, alle esperienze e alle individualità.


Pochi giorni fa, navigando tra le novità di Deezer, mi sono imbattuto in un nuovo album di Passenger, artista folk statuniteste famoso per la sublime “Let her go”. Avendo apprezzato i precedenti lavori dell’artista, ho concesso una possibilità a “Sunday night session” nonostante si trattasse di una raccolta di brani non originali. E mi duole ammettere che Passenger, a mio parere, sia andato totalmente fuori tema: nel tentativo apprezzabile di condividere le musiche della sua maturazione nel suo stile particolare - caratterizzato dalla predominanza del binomio voce-chitarra - l’autore ha mancato di confrontarsi con la grandezza dei suoi avi artistici, schiantandosi clamorosamente a bordo di pezzi mediocri, banali e inutili. Ma vorrei soffermarmi in particolar modo su “Love will tear us part”, cover dello storico brano del 1980 dei Joy Division.


“Love will tear us apart” fu un manifesto assoluto di ciò che i Joy Division avevano rappresentato nella loro breve storia. Il brano fu scritto nel 1979 dallo stesso Ian Curtis, ma venne pubblicato come singolo solo nel giugno del 1980, stampato su un 7’’, ad un mese di distanza dalla morte dell’autore. Divenne quindi in brevissimo tempo il volto di una band senza volto. Il più grande successo commerciale dei Joy Division.

Cover del 7'' 

Nelle parole della canzone erano presenti diretti richiami alla catastrofica situazione sentimentale di Ian Curtis nel 1979, situazione che avrebbe contribuito poi a maturare in lui l’idea del suicidio, come raccontato minuziosamente nel film biografico “Control”. Ma è dall’interpretazione che emerge il senso delle parole di Curtis: rabbiosa e rassegnata, triste e malinconica, profonda, fredda e solitaria, come l’anima di Ian Curtis. In un brano racchiusa l’essenza di un uomo.



Passenger è stato in grado di ammorbidire il senso della canzone, di privarla della sua forza dirompente, di estirpare da essa la matrice Joy Division e lo spirito di Curtis, producendo un pezzo inconsistente, più vicino ad essere una canzone da mettere in sottofondo nelle afose serate in spiaggia piuttosto che il manifesto d’amore di una generazione sovversiva. E questa per me rimane, al di là della questione musicale, la peggior cover dell’anno. Ubi maior minor cessat.

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