giovedì 27 settembre 2018

IL MONDO DI TOTTI AL REAL


Mi sono svegliato ed era un mondo diverso
Totti era andato al Real Madrid nel duemiladue, subito dopo la vittoria dello scudetto giallorosso
Aveva vinto in ordine sparso
Due Champion’s League
Quattro campionati spagnoli
Cinque coppe nazionali e sei supercoppe
Il mondiale del duemilasei da protagonista
(non si era mai rotto il perone in un contrasto con Vanigli)
E nello stesso anno aveva anche ricevuto il pallone d’oro, posizionandosi davanti a Cannavaro e Buffon
(non aveva deciso solo il quarto di finale con l’Australia)
E ora girava il mondo come uomo immagine del Real
Giacca e cravatta
E logo blanco sul taschino
E Ilary a Roma.


Era un mondo diverso
Nessuno più discuteva sul valore di Totti
Non era più l’ottavo re di Roma, ma uno dei primi cinque sei della storia del calcio.
Nessuno lo prendeva più come esempio di chi avrebbe potuto, ma non ha fatto
Di chi è stato grande, ma nel suo piccolo stagno.
Era una stella indiscussa e poteva proferire parola su qualsiasi argomento, dall’asso di briscola giocato troppo presto all’operato di The Donald Trump.

Era un mondo diverso
Anche Zeman alla fine aveva vinto uno scudetto
Con la Fiorentina, nel duemilanove.
Le immagini raccontano di un imbarazzo evidente al momento del triplice fischio
Di chi non sa come reagire alla vittoria.
Era stato osannato dal pubblico viola e da una stampa sempre critica
Aveva messo tutti d'accordo
E poi era tornato in Boemia da vincitore
Si era seduto sul portico della casa in campagna a fumare sessanta settanta sigarette in media
Ed era rimasto lì sornione.

Era un mondo diverso
L’Italia aveva affrontato con metodo la crisi del duemilaotto e poi quella del duemilaundici
Tagliando i rami secchi
Curando i germogli nuovi
Si era risollevata dopo un periodo difficile e ora dettava legge al parlamento europeo
E poteva dialogare alla pari con la Germania della Merkel e il Regno Unito di Cameron - che non aveva mai indetto il referendum.

Era un mondo diverso
I ragazzi conoscevano le ragazze nel momento esatto della loro storia
E stavano insieme il tempo necessario
Si lasciavano quando era finita e non si cercavano più
Tutto accadeva nell’istante preciso in cui doveva accadere
E non c’erano spargimenti di lacrime inutili
Solo discorsi sensati
Gli sguardi giusti, di chi non ha più nulla da aggiungere
E nessuna sofferenza.
Gli ospedali staccavano la spina solo dopo che i pazienti avevano sbrigato i loro ultimi affari, salutato tutti i parenti, amici, conoscenti, il calzolaio di fiducia.

Era un mondo senza poesia
Non c’era spazio, non c’era bisogno
I saggi avevano la meglio su tutto
L’indicativo la faceva da padrone.

Era un mondo diverso
Aveva vinto la storia,
Una, unica, univoca per tutti
E tutti condividevano le stesse radici, gli stessi orizzonti, gli stessi sogni.
E tutto era più realizzabile, anche se un po’ meno speciale.
Era un mondo in cui la campagna non contava più stelle della città.
I treni non erano mai stracolmi e si poteva trovare sempre un posto a sedere.
I bambini non potevano andare al cinema fino ai dodici anni, per evitare che disturbassero la visione agli adulti.
Gli adulti non potevano più entrare nei parchi giochi dopo i vent’anni, per evitare che disturbassero lo spasso ai bambini.
Le villette a schiera erano linde e tinte di un solo colore poco appariscente, gradevole agli occhi.

Mi sono svegliato ed era un mondo pragmatico,
Ordinato,
Equilibrato,
Moderato.
Dalla teoria alla prassi.
Ho trovato anche l’amore, nel mondo di Totti al Real,
Ma quello era amore senza errore
E senza la passione.

Ringrazio Zeman per non aver mai vinto lo scudetto.

lunedì 24 settembre 2018

GLI INCREDIBILI 2 - IL MONDO PRIMA IL MONDO DOPO


2004-2018
Bissare il capolavoro a quattordici anni di distanza potrebbe sembrare impossibile, soprattutto se là fuori il mondo è cambiato, e con esso la nostra percezione della realtà. Gli incredibili 2 si concentra su tre grandi temi per affrontare il cambiamento, e lo fa a partire dall’ultima scena del film precedente. Non cambiare nulla per cambiare tutto, circa.


Nel 2004 la Marvel e la DC si spendevano a rilanciare le loro testate fumettistiche per sbucare saltuariamente al cinema e fallire miseramente quasi tutti gli appuntamenti. Era l’epoca di poche eccezioni, dei grandi X-Men di Singer e dello Spiderman di Raimi. Non eravamo coinvolti in un loop seriale e riuscivamo a stupirci più facilmente. In generale la nostra percezione del (super)eroismo era differente e Gli Incredbili, il primo capitolo diretto dallo stesso Brad Bird, prendeva di mira un immaginario collettivo differente. Poi è stata l'abbondanza, poi il caos. E recuperare questo franchise a quasi quindici anni di distanza ha imposto alla Pixar anche una nuova ricerca per ritrovare il cuore della questione. Allora la storia dei vecchi supereroi che tornano per ottenere un riconoscimento nella società è anche la storia di una serializzazione che non esiste più, di uno spirito per le storie che hanno un compimento, per la spettacolarizzazione di una normale famiglia di supereroi, senza proclami. Con Elastic Girl che cerca subitamente di sviare le attenzioni dei riflettori. Gli Incredibili 2 è anche la rivincita di un immaginario supereroistico che ha ceduto il passo alle serie tv cinematografiche prive di guizzi particolari, prive di affezione umana. È lo scontro tra i protagonisti del primo film e una nuova generazione di eroi che - nel tentativo di emulare le gesta dei suoi predecessori - ha finito per perdere di vista il senso di un genere cinematografico e la meraviglia che esso portava con sé.


È esplicativo il discorso dell’Ipnotizzaschermi, quando Elastic Girl riesce finalmente a tracciarne il segnale:

Screenslaver interrupts this program for an important announcement. Don't bother watching the rest. Elastigirl doesn't save the day; she only postpones her defeat. And while she postpones her defeat, you eat chips and watch her invert problems that you are too lazy to deal with. Superheroes are part of a brainless desire to replace true experience with simulation. You don't talk, you watch talk shows. You don't play games, you watch game shows. Travel, relationships, risk; every meaningful experience must be packaged and delivered to you to watch at a distance so that you can remain ever-sheltered, ever-passive, ever-ravenous consumers who can't free themselves to rise from their couches to break a sweat, never anticipate new life. You want superheroes to protect you, and make yourselves ever more powerless in the process. Well, you tell yourselves you're being "looked after". That you're inches from being served and your rights are being upheld. So that the system can keep stealing from you, smiling at you all the while. Go ahead, send your supers to stop me. Grab your snacks, watch your screens, and see what happens. You are no longer in control. I am.

Il bersaglio del film siamo noi spettatori, che abbiamo preferito restare a guardare l’eroismo degli altri. Monologo da brividi che trascende il target dell'opera, o almeno quello che dovrebbe essere.



Lo stesso Ipnotizzaschermi non è una scelta casuale per il senso che gli autori hanno voluto dare al ritorno della famiglia Parr. In quattordici anni è cambiato il rapporto dell’uomo con la tecnologia: oggi siamo dipendenti dallo schermo, la velleità che ci alleggerisce dal peso. Ci perdiamo nella vacuità di tutto ciò che è retroilluminato. Sentiamo una necessità viscerale verso un mondo tecnologico che esiste solo finché non ci accorgiamo di tutto ciò che non può sopravvivere tra righe di codice binario.
La rivincita di Elastic Girl è anche contro un mondo tecnologico che ha visto rispetto alle premesse di quattordici anni fa e ha invaso la nostra vita al punto da monopolizzarla, al punto che, se un supercattivo puntasse sull’ipnosi di massa attraverso gli schermi della nostra vita, avrebbe vita facile e nel giro di poche ore piegherebbe l’intera umanità. Se essa non sia già piegata.



Torna preponderante il tema familiare, stavolta sviluppato soprattutto attorno alla figura di Bob - alias Mr Incredibile. Oltre le tragicomiche difficoltà di adattamento dell'ex capofamiglia ad una vita quotidiana, anche da questo punto di vista la ricostruzione rispetto alla situazione odierna è evidente: dopo aver raggiunto una certa considerazione da parte dei genitori nel primo film, i due figli sono chiamati ad un vero e proprio scontro con essi in modo da superare l’autorità e contemporaneamente salvare il nucleo familiare dalla deflagrazione. Tutte queste responsabilità ricadono sulle spalle esili di Violetta e Flash. Metaforicamente, la tematica familiare si rifà ad un momento storico in cui i figli sono chiamati al doppio compito di salvare i propri genitori e contemporaneamente costruirsi una vita autonoma, sia da un punto di vista economico che emotivo. Ora dipende dai figli. E l’esito è certamente positivo, speranzoso, in linea con i dettami Disney-Pixar. Uno sviluppo concettuale di certo meno approfondito e interessante rispetto a quanto fatto con Inside Out, ma comunque valido, soprattutto alla luce delle vicende del primo capitolo.



Gli Incredibili 2 non si limita, ma si rielabora e si reinventa per fare del tempo tiranno un’occasione invece che una debolezza. In tutto ciò mancano l’effetto sorpresa che aveva saputo produrre il primo film, qualche guizzo degno dello studio d’animazione e una narrazione originale in grado stupire lo spettatore osando oltre i normali standard del mercato. Ma lo sviluppo dei temi illustrati, unito ad un’animazione a tratti mozzafiato, rende Gli Incredibili 2 l’ennesima prova di maturità della Pixar. Un’opera ricca di dettagli, stratificata, ambiziosa, superiore. Uno sguardo al mondo prima, al mondo dopo.

venerdì 21 settembre 2018

LOVE - THEGIORNALISTI


Io e i Thegiornalisti.


Nel 2015 andai al MI AMI, all’idroscalo a Milano, e sul Rizla stage - il secondo per importanza - assistetti all’esibizione di Tommaso Paradiso che “performava” (che è la traduzione italiana di “performing”) Bollicine del Pio Vasco Rossi. Entrò in scena e disse: “Famola sta cafonata”. E non gli si poteva non volere bene.

Nel 2015 venivamo dal grande Fuoricampo, che aveva cambiato rotta e aveva portato i Thegiornalisti al successo “indie”. Fuoricampo era un album mio. Non erano più i ragazzi alternative rock, tristi e disillusi degli inizi, ma sembravano più a loro agio in una dimensione scanzonata. E andava bene così.

Nel 2015 stavamo andando verso Completamente Sold Out. Erano usciti come singoli Tra la strada e le stelle e Il tuo maglione mio, che non mi avevano fatto impazzire. Tommy suonò anche quelli in solitaria sul palco del Miami, e anche il live pareva fiacco, posticcio.

Nel 2016 uscì Completamente Sold Out,che consacrò il gruppo romano a faro del pop italiano. Mi dissociai. Da quel momento i poi il mio rapporto con i Thegiornalisti è stato a senso unico: più Tommaso Paradiso andava verso il suo personaggio televisivo, più sentivo meno mia la loro musica. Anche retroattivamente, anche Fuoricampo.



Mia madre e i Thegiornalisti.
Era il 2017, estate. Eravamo in auto durante un viaggio abbastanza lungo. Per radio passa Riccione - hit definitiva - e mia madre, seduta al posto del passeggero, alza il volume a quello che era stato indipendente anche dalla “loro” musica leggera per cantare dell’aquila reale e del mezzo panino di Berlino.

Era il 2018, giugno. Mia madre, cinquant’anni, prende e va ai Wind music award senza dire niente ai figli che magari volevano andarci anche loro. Prende l’acqua - perché le colpe vanno espiate - e quando torna, mezza assonnata mi fa: “Ma sai, ho visto pure i Thejournlist”. All’inglese, perché pure a lei pareva che Thegiornalisti - mezzomezzo - suonava male.



LOVE.
Così abbiamo eliminato ogni dubbio. Fuoricampo è il luogo figurato da cui cantavano e stare fuori era sinonimo di sincerità, naturalezza. Oggi Tommaso Paradiso è completamente al centro di questo vortice amoroso che chiamano successo.
Non c’è nulla da svelare: è stata fatta una scelta, suggerita dal cuore o dalla moda, questo non è importante. Non dobbiamo smascherare la culla di cultura pop da cui i Thegiornalisti attingono per acciuffare la loro ispirazione più profonda. Da Verdone a Vacanze di Natale, dalle serie americane al pop italiano anni ’80. Ma il pop italiano anni ’80, visto oggi, era un po’ triste. Musicalmente arretrato, stilisticamente imbarazzante. A volte Tommaso Paradiso non rende giustizia ai grandi del passato che tira in ballo in sbiascicate interviste. A volte sembra voler prendere il peggio di una decade variegata, valida e confusa. E a prendere il peggio, a volte, i pezzi dei Thegiornalisti sembrano delle divertentissime parodie.

Love bissa Completamente Sold Out. Molti effetti, molti synth, molti sussurri al cuore, molto amore. Poco o nulla di nuovo. Non ho mai atteso quest’album, non c’ho mai davvero creduto, ma paradossalmente i primi due singoli - una buona, classica canzone d’amore al piano come Questa nostra stupida canzone d’amore e la frivola ma estiva e divertente Felicità puttana - avevano alleviato la mia amarezza. Poi Overture, che apre l’album con una dose di pura autoironia. Poi Zero stare sereno, che pare  un pezzo scartato in extremis da Fuoricampo. Con la nostalgia, ancora quella giusta. Un brano con poche pretese da ascoltare volentieri in radio.


E invece tornano gli anni ’80, la decadenza e i testi improbabili. Con l’aggiunta di qualche effetto trap o dance. Ma almeno ci siamo risparmiati il reggaeton, almeno per ora.


In questo locale dove tutti s’innammòu
E le canzoni
E le canzoni cadono dagli occhi


Sto cercando su Google i nei sulla pelle


A qualcuno di voi piacerà questa musica e va bene così. Nessuno giudica gli ascoltatori, e alla fine non giudichiamo neanche la musica. Queste erano considerazioni su un momento, un paio di ascolti, sulle interviste al personaggio che ha divorato la persona e io potrei avere torto. Potrei essere io lontano da questo revival anni ’80. Potrei non essere in grado di apprezzare ciò che voi amerete, e va bene così.
Ma la canzone dedicata al Dr. House è imbarazzante.
Basta.

È un brutto mondo

Per chi la pensa come me, invece, spero che le cose cambino prima o poi, che ci sia spazio per qualcos'altro. Ma finché mia madre ascolterà i Thejournalist…

Sto
Sto pensando a te
Come non ho mai
Pensato a te
E sinceramente come non ho mai
Pensato ad altro

mercoledì 19 settembre 2018

VIITO - ITALIANI TRA INSTAGRAM E LEXOTAN

Questa è sublimazione dell’arte.

Dall’indie alle major al it-pop al mashup definitivo. Viito arriva per dare il colpo di grazia al gusto e rendere reale una nuvola di pensieri sparsi.

Dall’anno zero dell’indie, a volerlo ancora chiamare così - facciamo per capirci -, facciamo il 2015, anno di pubblicazione di Mainstream di Calcutta, il mercato del sottobosco discografico è andato consapevolmente in contro ad un imbuto che ha contribuito ad indirizzare il gusto verso un certo genere musicale, un certo personaggio, un certo sottotesto sociale. Viito è il primo - non l’ultimo - prodotto perfetto dell’imbuto indie.


Troppoforte è la summa definitiva di questi anni amari, giovani e meno giovani, di un paese che si è adattato. E forse la rabbia e la carica mezze rock dell’adattamento tutta questa rabbia e tutta questa carica non le possiedono davvero. Il primo lavoro di Viito e Giuseppe, direttamente from Capital City, è un po’ come Rimini, che è come il blues: dentro c’è tutto; ma di tutto di quello che già c’era, che già avevamo dentro.
Il sound anni ’80, con tutti i suoi synth, è ripreso pari pari dagli ultimi due album dei Thegiornalisti, quelli che hanno consacrato Tommaso Paradiso a personaggio nazionalpopolare. E di Tommy Paradise si ritrovano anche i bridge sbiascicati, che prima erano di Jovanotti e adesso appartengono all’indie.
I testi dei Viito corrono abilmente sul filo di lana che separa lo sfarzo della vita digitale su Instagram e la fine della storia giovanile, annegata in un cocktail di Redbull e lexotan. Il lexotan era proprio uno dei cavalli di battaglia dei Cani più pop-punk di Glamour. Il precariato invece arriva direttamente dagli Ex-Otago e dalle loro dispute tra giovani e matusa. In generale Troppoforte porta con sé - o almeno tenta di farlo - il fardello del disagio giovanile, delle mode scadenti, della vita priva di prospettive ed obiettivi, del mondo degli adulti che ha prosciugato le risorse e di una postadolescenza complicata. Ma arriveranno tempi migliori.
C’è l’industria porno, c’è la nazionale del duemilessei ma dentro casa, molto alcool, qualche serie su Netflix, le coste libiche, la droga giusta. E poi c’è Roma, culla dell’indie. Imprescindibile in ogni album che voglia passare in fretta dal baretto dell’amico di papà al Palalottomatica, o all’Arena, se vi gira particolarmente bene.


Il punto più alto del disco è però il campionamento dell’Inno di Mameli in chiave dance anni 2000 presente in Mondiali. Ed è subito Materazzi è caduto / perché ha preso una testata / la testata gliel’ha data / Zinedine Zinedine Zidane, e le suonerie per i primi cellulari con lo schermo a colori, i servizi in abbonamento, quando si stava peggio ma si stava meglio, aridatece la Ggioconda!!! Nun c'avete manco er bidè!!!


Nel complesso Troppoforte è un album musicalmente scadente. Nostalgico ma idiomatico. Rappresenta l’italianità e il gusto che abbiamo acquisito negli ultimi tre anni. Ma è il nostro gusto ad aver rovesciato l’industria musicale o ci siamo adattati fin troppo bene, senza pretese, senza fare storie? Sta di fatto che ora siamo questi, la mia generazione di ossimori. Scappati di casa che vivono con i genitori. E torniamo idealmente su noi stessi in una storia che ha smesso di scorrere dal tempo e forse va all’indietro o forse si è fermata. L’eterno ritorno dei Mondiali del 2006 è il nostro momento di libidine quotidiano.
I Viito prendono fin dal primo ascolto, sanno come farsi voler bene, perché non sono loro, loro siamo noi. Stiamo ascoltando noi stessi, ma non ci si stanca mai di ascoltarsi?

Può un uomo collocarsi fuori dalla sua storia [... ]? No, non lo può. Questo uscire dalla storia, adottando una falsa e bugiarda ottica di postero o di cherubino, è un atto caro ai reazionari, e i giornali di destra sono pieni di scrittori che si prestano a simili ascesi, atte a soddisfare il bisogno spiritualistico dei piccoli borghesi

E io sarò pure piccolo borghese di nascita, ma di sicuro non sono reazionario, né tantomeno un giornale di destra. Quindi cerco di criticare le cose con poche competenze e poi ascolto i Viito da una settimana ogni volta che salgo in auto, quando faccio la doccia, quando ramazzo la stanza servile. Sorrido quando dice “Se facciamo l’amore, l’industria porno muore” e canto a squarciagola il ritornello di Compro oro.


E quando sono triste vado a rivedere il gol di Del Piero contro la Germania:

Arriva il pallone, lo mette fuori Cannavaro! Poi ancora insiste Podolski, CANNAVARO! Via il contropiede con Totti, dentro il pallone per Gilardino. Gilardino la può tenere anche vicino alla bandierina. Cerca l’uno contro uno, Gilardino dentro Del Piero, Del Pieroooo! Gooooooooooool!!! Aleeeeeeeeex Del Pierooooooooooooo!!! Chiudete le valigie, andiamo a Berlino! Andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa! Andiamo a Berlino!

E andiamo a Berlino. Magari è meglio di qua e di quando guardavamo Roma.

lunedì 17 settembre 2018

UNA CARTOLINA MIA E DI UN MIO AMICO

Questa storia è un po’ mia e un po’ di un mio amico che a ripensarci c’ha perso quasi tutti i capelli.


Era l’estate del 2009 e avevo da poco finito gli esami di terza media e mi sentivo con una ragazza (sentirsi è un po’ d'ingenuità e un po’ di vergogna. Che le cose poi le sai le sa anche lei ma fate finta di non saperlo). E quindi estate del 2009. Come ogni estate prima dei diciotto ero in procinto di partire per le vacanze con la mia famiglia. Un impossibile viaggio in camper fino in Normandia e ritorno. Ora, nel 2009 sentirsi era più complicato ma anche più esaltante, aveva qualcosa di magico. Di sicuro più costoso e la tariffa Vodafone summer non contemplava coppie di tredicenni sparpagliati per l’Europa. Io e lei avevamo deciso di mandarci un solo messaggio al giorno, ma quando c’è trasporto un messaggio al giorno è una parola sbiascicata detta sovrappensiero

partimmo e giorno dopo giorno cresceva in me la voglia di parlarle per dirle tutto. Per rispettare il patto del messaggio quindi il quinto giorno decisi di comprare una cartolina della scogliera per colpirla a lei che piacevano i viaggi e i paesaggi e per scriverle quello che avevo provato in quei giorni e mettere le parole sul non-detto e i silenzi. Presi quattro cartoline: tre per gli amici e una per lei. Anche se a dirla tutta degli amici mi interessava niente in quel momento. Ero preso. Ma mi vergognavo anche di mostrarmi così ai miei genitori e quattro e si nasconde bene e via

la sera stessa presi per mano la sua cartolina e cominciai a scrivere. La mano andava che era una bellezza e più scrivevo e più tornavo sui miei passi a correggere e cancellare. E cercavo le parole con qualche disegnino abbozzato, era arte astratta. La differenza con i messaggi è questa: oggi il ricordo di un messaggio mai arrivato resta in uno sta scrivendo mancato, sulle cartoline invece gli errori restano e rovinano il bianco

mezzo soddisfatto del risultato, la mattina dopo mi recai alla buca delle lettere della stazione di posta più vicina. Imbucai le cartoline degli amici e poi rimasi a fissare i miei scarabocchi per lei. Pensavo e ripensavo a quello che avevo scritto se fossero le parole giuste se lei avrebbe capito i miei sentimenti o avrebbe frainteso se lei stesse ancora pensando a me. E mentre riflettevo mi lasciai prendere dalle paure. Accanto alla buca delle lettere c’era un cestino. Partì convinto di imbucare la cartolina ma qualcosa di magnetico non so la gettai nel cestino tirando anche un sospiro di sollievo.

Inutile dire che quella ragazza non l'ho più rivista

oggi sono passati nove anni e vorrei anche aver imparato qualche lezione. Ogni giorno ci ripetiamo che quell'errore non lo ripeteremo più ma ogni giorno è il MIO errore e di nessun altro. Vorrei smetterla di cancellare i messaggi prima di inviarli e domandarmi se lei ha visto il mio sta scrivendo e cosa ha pensato se ci è rimasta male se voleva scrivermi lei se le manco. E lei mi manca (?)
Vorrei trovare il coraggio di comprare una cartolina e imbucarla.

Grazie anche al mio amico che mi ha dato la storia e qualche buona parola.

domenica 19 agosto 2018

ANTMAN AND THE WASP È COSÌ INUTILE?

Nella decennale esperienza del MCU dobbiamo collocare nella gusta posizione il secondo capitolo dedicato all’uomo formica: si tratta senza dubbio di un Marvel minore, e la data d’uscita in pieno periodo estivo si trova in continuità con la natura stessa del film. Allora dobbiamo valutare diversamente il tipo d’intrattenimento cercato e voluto per Infinity War rispetto all’immediatezza di una commedia con poche pretese come Antman and the Wasp. Proprio per questo la pellicola di Payton Reed arriva nel momento opportuno a smorzare i toni, a variegare l’offerta e ad allungare i tempi d’attesa per il vero evento dell’universo Marvel: la resa dei conti con Thanos che tutti attendiamo dopo la disfatta totale di Avengers 3. Ma le intenzioni propizie non oscurano una resa altalenante delle idee degli sceneggiatori e alcune cadute che minano la riuscita della pellicola. La leggerezza di Antman 2 tende spesso alla frivolezza e il valore aggiunto di un’opera “tattica” rischia spesso di tramutarsi nella sua debolezza.


La domanda è: quando è Antman and the Wasp?
Per l’intera durata della pellicola, memori della totalità dell’avvento di Thanos, ci si interroga sulla collocazione temporale delle nuove avventure di Scott Lang per non ottenere una risposta soddisfacente, o almeno non prima della prima scena post-credit, che lascia comunque perplessi per le modalità e la scelta fatta, efficace, sì, ma anche infelice. Antman è rimasto il solito antieroe sopra le righe, collocato in un contesto che gli calza a pennello. E in questo sott’universo rientrano alla perfezione anche i personaggi secondari e le situazioni che vengono a crearsi con la tuta del protagonista. Quindi, se riguardo la figura del personaggio interpretato da Paul Rudd ci sono poche variazioni rispetto al primo capitolo, è sull’intreccio che dobbiamo concentrarci per analizzare l’opera. E l’intreccio prende piede da una soluzione in sé originale, potenzialmente entusiasmante, che tocca gli angoli oscuri del mondo quantico per poi ridursi ad una scaramuccia tra pochi sgherri, una villain mal sfruttata e un deus ex machina imbarazzante per la sua sfacciata semplicità (come imparai a salvare capra e cavoli e ad amare la bomba). Quando tende a perdersi alla ricerca della risata facile, il film mostra la sua vera natura caciarona; quando invece lo spirito della pellicola tocca un intreccio potenzialmente dignitoso si sfora nella superficialità, e sono evidenti i punti esatti in cui gli sceneggiatori hanno volutamente cercato di far primeggiare la comicità, talvolta forzata, sullo sviluppo di un’opera più riuscita. La superficialità quindi regna sovrana e il giudizio del pubblico resta certamente influenzato dalla voglia e dalla capacità di soffermarsi ad un livello basico nella visione di un film. Per questo motivo ha senso la scelta di collocare l’uscita del film nel periodo estivo, per andare in contro alla minori pretese del pubblico vacanziero, in grado di godere anche della semplice superficie.


Se la superficie tradisce alcune falle narrative, la forma dell’opera dà libero sfogo alla creatività del regista. Il gioco di forme garantisce un’azione mai banale, fresca e divertente che si rivela essere il cuore della pellicola. Talvolta le sequenze dialogate sembrano essere dei raccordi tra i momenti topici in cui i protagonisti si rimpiccioliscono e si ingrandiscono a piacimento (o quasi), e lì Antman and the Wasp torna ad avere un carattere proprio, torna a proporsi come un’alternativa al modello classico dell’azione da cinecomic.


Il secondo capitolo di Antman è in generale un film con poche pretese che tenta di raffazzonare una trama passabile dietro un divertimento spicciolo e un pizzico di fan service. Quando l’asticella tende naturalmente ad alzarsi, il film si spende prontamente per tornare su binari conosciuti e basici. L’opera di Reed vive di qualche picco interessante, molti bassi e una buona dose di risate. Se cercavate un compendio al colpo fragoroso di Thanos potete tranquillamente evitare questo capitolo della più costosa serie tv della storia e aspettare direttamente Captain Marvel. Se invece avete nostalgia della sala cinematografica e cercate un’alternativa agli horror di serie Z che pullulano in questo periodo, potreste passare una piacevole serata. Il passatempo dell'uomo formica dura appena una visione, termina con un sorriso e apre il campo a ciò che di maestoso verrà.

sabato 7 luglio 2018

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO - LINGUAGGIO E SESSUALITÀ

Il lavoro di Yorgos Lanthimos sulle falle della natura umana e della sua organizzazione sociale prosegue con una rivisitazione del mito di Ifigenia, protagonista di due tragedie di Euripide. Il regista greco mantiene e accentua il suo stile fortemente cinematografico per mettere lo spettatore in una condizione di difficoltà e spingerlo ad aprire una questione, anche se, nel caso de Il sacrificio del cervo sacro - a differenza dei precedenti lavori - l’ambiguità si gioca soprattutto a livello di messa in scena e la linearità della trama tragica, volutamente prevedibile, richiederebbe di suo un’interpretazione meno radicale.


Eppure la posizione dello spettatore è certamente più complessa e drammatica rispetto a quanto erano in grado di fare Alps e The lobster. Siamo spettatori di una composizione che opprime attraverso una violenza eterogenea inaudita e rende spesso impossibile all’occhio di fissarsi proprio sui particolari più scabrosi. Ma questa violenza, che passa dal soggetto alla messa in scena e coinvolge ogni aspetto della pellicola, trova le sue radici nel percorso artistico del regista. Fin dai suoi primi lavori Lanthimos ha portato avanti uno studio sulle forme d’espressione per raffinare sempre più la sua regia verso uno stato di difficoltà generato e ricercato. Questa difficoltà è riscontrabile a partire dal piano linguistico. Martin, vero tassello imperscrutabile della prima metà dell’opera, è un personaggio in grado di trasmette una forma di ribrezzo che lo spettatore non riesce a ricollocare nel contesto del film. Siamo rapiti dagli occhi viscidi dell’attore che impersona Martin, Barry Keoghan, proviamo un forte senso di fastidio per le azioni inopportune che questo personaggio compie, ma la questione che genera il problema sta alla base, tra le maglie più strette della pellicola.


La questione fondate si pone nell’ordine del linguaggio e ciò include pesantemente anche la perfetta famiglia alto borghese dei protagonisti, che vive immersa in un tanto immacolato quanto perverso simbolico dominante. La prima fatica dello spettatore è riuscire a penetrare il simbolico dominante della finzione per assumerlo in prestito per la durata della pellicola. Questo passaggio richiede una certa abilità, una certa disponibilità. Ma solo in questo modo possiamo godere di alcuni dettagli che rimandano alla simbologia classica e letteraria dell’opera nella sua ricostruzione della tragedia. La pellicola si apre con un muscolo cardiaco che pulsa durante un’operazione a cuore aperto. Alla prima difficoltà visiva segue la difficoltà del linguaggio, quando Steven, stimato chirurgo, intrattiene con il suo amico anestesista uno un dialogo approfondito sulla qualità dei cinturini degli orologi. La forma eccede nella traslazione dell’importanza dal momento dell’operazione a quello della discussione. Tutto ciò appiana gli scambi linguistici ad un livello standardizzato con il quale possiamo familiarizzare. L’operazione effettuata è del tutto simile a quanto visto in The lobster, in cui era la necessità sociale ad appiattire il simbolico dominante verso una completa apatia. Su tale tessuto coerente, ma comprensibile, il personaggio di Martin agisce a mo’ di lama, squarciando il simbolico dominante da parte a parte. Gli estremi della lama di Martin sono l’estremizzazione ancor più caricaturale della forma del simbolico dominante e un’ingenuità fanciullesca che non sta a tale piano dell’essere. Il connubio antitetico di queste posizioni, assolutamente paradossale, rompe il solido paradigma della pellicola e genera il problema dello spettatore. Mostra un’impossibile da affrontare e sopportare, qualcosa che potrebbe avvicinarsi a toccare l’ordine del reale.


Altro tema cardine nell’interpretazione de Il sacrificio del cervo sacro è quello della sessualità. Il sacrificio della tragedia è legato alla vergine e questo focalizza l’attenzione della pellicola sul modo in cui ogni personaggio si rapporta alla sessualità. Vari sono i riferimenti e in quest’ottica molte scene idealmente fuori contesto possono essere ricollocate in una collezione di dettagli sulla sfera sessuale. Steven e la moglie Anna vivono una relazione che nasconde delle perversioni inusuali; viene ripetuto più volte che Kim, la figlia della coppia, è da poco giunta alla maturazione sessuale, e non è casuale che mantenga la sua purezza nel corso della pellicola, nonostante la relazione clandestina con Martin. Infine il piccolo Bob, inizialmente ancora estraneo alla sfera delle pulsioni e delle passioni. La scena in cui Steven racconta il suo segreto più scabroso al figlio (e si tratta naturalmente di un segreto di natura sessuale) è il momento in cui il padre cerca di testare indirettamente se il figlio sia già entrato a far parte o meno della sfera della sessualità. In generale l’incontro tra la soggettività e il sesso genera una sorta di corruzione dell’essere verso una moralità frastagliata che i genitori mostreranno nel momento della scelta.


Questa lettura della sessualità è strettamente legata ad una visione cristiana del tema e trova le sue radici nell’interpretazione agostiniana dei testi sacri e del peccato originale. Questa versione giustificherebbe anche la trasmissibilità della colpa di Steven ai figli e il successivo tracollo. A partire dalla sessualità, cade la moralità e gli uomini perdono ogni possibilità di mantenere salde contemporaneamente una giustizia terrena sul modello di quella divina e una soggettività moralmente corretta. Emerge una spietatezza, un cinismo proprio di chi è obbligato dal fato a spogliarsi dell’ultima fasulla moralità che mostrava sul piano del simbolico dominante, all’attenzione di altri individui della stessa caratura morale, della stessa superficiale finzione collettiva. Dove si colloca quindi lo spettatore rispetto alla morale decaduta di una civiltà attempata e reazionaria che finge di essere giovane e intraprendete?


Se la messa in scena fa uso della questione del linguaggio come mezzo per raggiungere in una maniera atipica e difficilmente sostenibile lo spettatore, è nella sessualità che si consuma lo sciorinamento della questione centrale dell’opera, sulla moralità umana. Il risultato è un film che chiede di essere raggiunto attraverso uno sforzo notevole, ma che è in grado di ripagare lo spettatore sia emotivamente che, soprattutto, intellettualmente. Lanthimos confeziona ad arte un altro gioiello che respira di cinema.
Personalmente credo di aver assistito ad una delle esperienze cinematografiche più significative della mia vita di spettatore. Sono rimasto catturato dal primo all’ultimo secondo della pellicola e ho partecipato della tensione, dell’emotività e della violenza, ma ho faticato molto a sostenere il peso dell’opera. Un film meraviglioso, che difficilmente riuscirò a rivedere.

mercoledì 4 luglio 2018

SONO ANDATO AL CONCERTO DI COEZ, MA NON VOLEVO. GIURO

Questa storia parte da lontano. A gennaio mio fratello è tornato dal freddo islandese con qualche dollaro in più. Anche io in quel periodo godevo di buona salute economica, perché sono del sud e al sud natale fa rima con rifornimento di soldi. Era anche il periodo in cui Coez andava ancora, il suo tour invernale era andato tutto sold out e Renzi faceva i video in cui cantava “La musica non c’è”. Nella frenesia del vil denaro, nel pacchetto di quattro o cinque biglietti acquistati convulsivamente in pochi minuti, ci sono capitati anche due ingressi per una data di Coez a un’ora e mezza da casa. Comodità.



E il problema non si è posto fino ad una settimana prima del concerto, quando ci siamo ricordati di aver comprato i biglietti, ci siamo resi conto che di andare a sentire Silvano Coez non ne avevamo assolutamente voglia, che noi si conosce due canzoni o tre, e abbiamo cercato disperatamente di cedere i nostri ingressi. Non ci siamo riusciti.



Concerto alle 21 secondo ticketone, alle 22 secondo facebook.
Alle 19 partiamo da casa.
Alle 20:20 parcheggiamo nel posto adibito a parcheggio, poi una lunga camminata fino al luogo del concerto. Cosa c’entra la passeggiata col resto? Lo scoprirete dopo.
Alle 20.40 siamo dentro.
Alle 20:45 ci sediamo a 20 metri dal palco.
Alle 21 un ragazzo si alza per sgranchirsi le gambe e tutta la gente seduta pensa sia il momento di alzarsi per non perdere il posto. Ci alziamo anche noi, veniamo schiacciati verso il palco. Ci aspetta un’ora e mezza di dolore alla schiena e sudore altrui. Bene così.
Comincia a muoversi qualcosa sul palco e i fonici mettono in loop alcuni pezzi, ovviamente non di Coez, che da una parte è positivo, dall’altra avremmo potuto imparare qualche canzone per il concerto. E invece no.
Il mix scelto per scaldare il pubblico sembra una playlist personale di spotify. Completamente random. Talmente random che ad un certo punto parte la sigla di Stranger Things e un po’ mi emoziono.
Io e mio fratello cominciamo a guardarci un po’ attorno, per quello che possiamo, perché siamo schiacciati da ogni lato. E nel guardarci attorno ci accorgiamo che la fauna silvana è così composta:

- 50% ragazzin* adolescenti della zona che potrebbero aver raggiunto il posto del concerto anche in bici
- 30% coppie mal assortite di cui lei conosce tutte le canzoni a memoria. Lui l’abbraccia da dietro per non farle scoprire che non sa manco “Faccio un casino”.
- 15% bambine in età preadolescenziale accompagnate dai padri che se li guardi in faccia puoi capire le bestemmie che stanno pensando dentro.
- 5% gente come noi, che è capitata lì e non sa neanche come.

Una ragazza alla nostra sinistra scruta il palco con sguardo corrucciato. Probabilmente è il suo sguardo classico, ma a me e a mio fratello piace pensare stia disapprovando il concerto. Che poi in realtà è quello che stiamo facendo noi, dentro.
A destra invece un padre tiene la figliola sulle spalle. La figliola di dieci anni. Io ne ho quasi 23. Vedrò ancora del pogo, ma non oggi.
Intanto si sono fatte le 22 e direi che il concerto non era alle 21. E direi anche che non ci sarà nessuno ad aprire Coez.


Alle 22:15 si spengono le luci. Gridiamo. Guardiamo con desiderio carnale il palco. E poi lieve dalle casse parte “Africa” dei Toto. E dapprima confuso, il pubblico così eterogeneo inizia a cantare “Africa” e ci abbracciamo in un turbinio di sentimenti e nostalgia. E le ragazze dietro di noi sbiascicano parole che se non sai manco il ritornello di “Africa” dei Toto ti meriti Coez Ebbasta.
Alle 22:30, dopo un’ora e mezza di dolori o odori, dopo tre ore e mezza da quando abbiamo lasciato i nostri alloggi, finalmente arriva Coez sul palco, col cappellino, con gli occhiali da sole, con le sue canzoni così nazionalpopolari.

Canta “Siamo morti insieme”, non la sappiamo. Speriamo nella seconda.
Canta “Forever Alone” (che il mood ormai è proprio da suicidio), non la sappiamo. Ci avviamo verso l’uscita.
E invece canta “Le luci della città”. Torniamo al nostro posto.

Dopo tre canzoni Silvano saluta il pubblico che lo acclama e io e mio fratello ci rendiamo conto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’atmosfera è simpatica, fresca, estiva. Ma stiamo assistendo ad uno spettacolo per regazzini. Questo è certo. E anche gli intermezzi parlati sembrano rivolti ad un pubblico adolescente.
“Chi vi piace di più, Banana o Passerotto (due membri della band, ndr)?”
“A chi volete più bene, a mamma o a papà?”

Banana che cucina per Coez

E la serata va avanti così finché non mi viene in mente di spoilerarmi la scaletta per prepararmi meglio alle poche canzoni che so e che ho voglia di cantare. Verso la fine scorgo una “Barceloneta”.
(Ora, dovete sapere che io e mio fratello abbiamo gusti musicali molto differenti e un nostro passatempo è insultare l’altro per quello che ascolta sotto la doccia. Ma su Franco e Carlo siamo d’accordo. Non è che siamo proprio fan. Non è che abbiamo imparato le canzoni a memoria. È proprio che quando siamo in macchina ci facciamo i duetti. Lui fa Carl Brave, che si è comprato pure le camice uguali. Io, per esclusione, Franco 126, che è un po’ quello meno dotato del duo. Ci doppiamo pure, facciamo pure “Eh eeh”. È tutto molto imbarazzante.)

Ci mettiamo allora ad aspettare impazienti la canzone con il duo romano, ma quando è il momento Coez la salta a piè pari. E questo ci rattrista molto. Se aveva bisogno di due voci per sostituire Carl e Franco potevamo salire noi sul palco.

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Poi i pezzi quelli più famosi, un paio di bis e il concerto termina a mezzanotte. Io e mio fratello ci affrettiamo verso l’uscita . Nell’impeto inforco una borsetta poggiata a terra col piede e me la trascino per qualche metro. Tutto normale.
Dall’uscita seguiamo la folla che dovrebbe dirigersi verso il nostro stesso, enorme parcheggio. Ma inaspettatamente ci mettiamo la metà del tempo impiegato all’andata. Arrivati al parcheggio ci dirigiamo dove ricordiamo di aver lasciato la macchina, ma non riusciamo a trovarla. E intanto la folla che abbiamo lasciato indietro ci ha quasi recuperati.
Qualcosa non quadra: le macchine sono tutte girate di 90°.


“Simò, qua due sono le cose: o qualcuno ha girato tutte le macchine o abbiamo sbagliato parcheggio.”
“E che ci sono due parcheggi ugualidentici?”
Io rido, lui perde una goccia di sudore freddo dalla fronte.
Lui: “Mo fermo uno con la pettorina e gli chiedo se c’è un altro parcheggio così”
Intanto le macchine hanno cominciato a muoversi e ci troviamo nel caos più totale.
Sempre lui: “Aspé, ma  noi da che parte siamo entrati?”
“Eh, non abbiamo fatto tutta la strada dell’andata”
“Quello è l’ingresso del parcheggio. Noi siamo andati di là prima. Quindi la macchina deve essere là”.
E girandoci di 90°, effettivamente il parcheggio torna ad essere quello di cinque ore prima. Camminiamo un altro po’ tra la confusione e infine arriviamo alla mia santa Punto rossa.
Saliamo in macchina, riusciamo ad uscire con un po’ di fatica. Prendiamo l’autostrada per tornare a casa e mettiamo “Barceloneta”.
Non ti preoccupare Silvano, noi ci sappiamo arrangiare. La tua parte la cantiamo insieme io e mio fratello. Grazie lo stesso.


Da sinistra a destra: io, Simone e l'amico Silvano. Eh eeh

P.S. ma le ragazze che cantano la strofa de "La musica non c'è" nell'orecchio del ragazzo proprio mentre Coez la sta intonando sul palco a tutto volume, che problemi hanno in realtà? C'è ancora speranza per loro?