sabato 18 marzo 2017

LO STATO SOCIALE, STAVOLTA NO

Due anni fa andai al concerto di Natale di Rock TV a Milano perché gratuito e potei finalmente osservare da vicino il fenomeno “Lo Stato Sociale”. Un tripudio di energia, nonsense e voglia irrefrenabile di essere qualcosa di diverso. Cosa è rimasto oggi dei tratti caratteristici della band di Bolo?


Dopo una pausa di riflessione, condita da un libro e qualche spettacolo teatrale, il gruppo torna ad incidere un album in studio. “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” arriva quasi tre anni dopo “L’Italia peggiore”, che era riuscito ad ampliare il pubblico di Lodo e compagni, ma allo stesso tempo aveva rappresentato un passo indietro nelle intenzioni della band, che aveva giustificato la mancanza di un’ambizione artistica palese dietro la scusa delle “canzonette”. Il secondo album aveva trasformato il gruppo in un vero e proprio fenomeno di massa; orde di giovanissimi spinti a canticchiare, scrivere sui muri i loro testi talvolta insensati, talvolta così superficiali da sembrare profondissimi. Ero tra i fan della prima ora, non della primissima, e riconobbi un calo nel secondo lavoro, pur apprezzando molto i toni, lo stile e il senso dell’opera. Era una piccola produzione che non si prendeva sul serio, ma riusciva a coinvolgere, a restare impressa nelle menti degli ascoltatori.
Al suddetto concerto di Natale, durante l’esibizione de Lo Stato Sociale, si scatenò sotto il palco un delirio memorabile. Persi i miei amici nella calca, rimediai qualche gomitata gratuita e mi bagnai del sudore di altri. ma il pubblico intero cantava i loro testi a memoria. Era segno che qualcosa stava cambiando. In meglio per i ragazzi, in peggio probabilmente per la musica e i puristi della nicchia. Era una svolta, quantomeno riusciva a modificare il registro del primo album quel tanto da giustificare un nuovo tour, una nuova attenzione mediatica e popolare.


Pochi giorni fa ha visto la luce il loro terzo lavoro in studio, e stavolta non è andata esattamente come ci si poteva auspicare. “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” perde decisamente la bussola, perde l’anima irriverente, il tono sincero e genuino, la musicalità elettronica fresca e accattivante. Perde Lo Stato Sociale che aveva saputo conquistare un posto nella mia libreria musicale per seguire in toto la svolta iniziata con il precedente album e votarsi definitivamente all’approvazione del grandissimo pubblico. Manca completamente la volontà di stupire l’ascoltatore, soppiantata dalla necessità del consolidamento di uno stile sicuro, ma la musica è ben altro: il passo verso l’innovazione è breve, ma decisivo. Lo Stato Sociale non ha saputo rinnovare un format stantio, ormai obsoleto in un panorama indie italiano frenetico, segnato dalle esperienze musicalmente superiori di Iosonouncane, Cosmo e Motta. Anche i testi perdono il loro mordente, eccedendo nelle due dialettiche discorsive che il gruppo ha intrapreso da tempo con un’ipotetica figura femminile e con una fetta stanca della gioventù affumicata italiana, segnata dalla crisi dei trent'anni, o dalla fine dei vent'anni.


Niente di nuovo sotto il sole, pochi synth ripetuti in differenti pezzi, pochi guizzi e un disinteresse crescente che lascia una voglia impalpabile di continuare a sperare in un gruppo probabilmente sopravvalutato nel suo breve percorso artistico. Possiamo ricollegare il successo del primo album - e parzialmente del secondo - ad una mancanza discografica, all’interno della quale Lodo and Friends era stati capaci di inserire perfettamente le loro qualità non eccelse, rendendo probabilmente al si sopra delle loro reali possibilità. Un colpo a salve è un lusso concedibile a chiunque, a lasciare interdetti è piuttosto una parabola discendente che ha coinvolto il rapporto stesso del gruppo con i suoi fan e conseguentemente il clima infame che si è creato attorno ai ragazzi in questo ultimo periodo. Lo stesso Lodo, frontman della band, aveva ironicamente chiesto sui social che gli fosse spiegata la motivazione della cattiveria dei detrattori. Prendendo le distanze dai frustrati di tastiera inabili all’argomentazione, posso ritrovare in una mancanza di meriti e nell’incongruente costanza di atteggiamento il connubio giusto di cause scatenanti per una reazione che sintetizza un malessere generale verso un’esperienza graffiante, dissacrante e malamente lasciata per strada.


L’autoironia ha un limite, quando si raggiungono determinati traguardi, mostrando interessanti doti differenti dalla massa, è il momento di compiere una scelta: alzare l’asticella o ammettersi Rovazzi.

Se Lo Stato Sociale ha scelto il suo nome giocando ironicamente sulle mancanze della nostra società imborghesita, il titolo di quest’album potrebbe essere tranquillamente “Musica, innovazione e altre capacità da RItrovare”.

mercoledì 15 marzo 2017

AMORE TOSSICO E CECITÀ

Prima delle sciagurate vicende di Cesare e Vittorio nel crudo “Non essere cattivo”, c’erano i disagi e lo squallore di Cesare e Michela, protagonisti loro malgrado del delirio reale di “Amore tossico”. Erano gli anni ’80, quelli di ferro, di Regan e della Tatcher, e mentre il resto del mondo era distratto ad ammirare la magnificenza della storia che conta, sul lungomare di Ostia i protagonisti di questo piccolo cult tentavano di “svoltare” la giornata, tra una pera di roba e una dose di metadone.
Amore tossico è lo sguardo imparziale di Caligari sul degrado di una generazione allo sbando, inerme nel mezzo di un capitalismo galoppante e di un pianeta che gira ad una velocità insostenibile. L’unico modo per sfuggire alla morte è rifugiarsi nella morente routine della droga, della prostituzione e della delinquenza. Piccoli furti a favore di fugaci momenti di sopravvivenza e nostalgia, di quando la vita era differente e si poteva fantasticare sul futuro. Quello che manca al gruppo di protagonisti di “Amore tossico” è proprio uno sguardo reale al futuro in grado di conferire lo slancio necessario al superamento del presente. Ciò che appare evidente è l’annebbiamento della vista di chi non riesce a guardare oltre la prossima pera, di chi vive per il dilemma amletico “Coca o ero?”. Un dilemma sporco, lercio, come è lercio il contesto in cui queste anime buie si muovono: angoli delle piazze, discariche, case abbandonate. Luoghi spogliati di gioia e dignità che si fondono all’astinenza nel grigiore di una Roma vera. Non la città eterna, non lo sfarzo di Jep Gambardella, solo la realtà delle piccole cose. Una fredda panchina di marmo al sole, un cumulo di immondizia e siringhe usate, un defibrillatore inutile.


La realtà della costa ostiense è troppo dura per crederla reale, sarebbe più semplice per lo spettatore e per i ragazzi protagonisti rifugiarsi nell’immaginazione, nella spettacolarizzazione di una vita al limite, come è stato in grado di fare Danny Boyle nel suo cult, ma il limite della vita di un tossicodipendente nella Roma degli anni ’80 era il limite inferiore, quello tra la vita e la morte, non quello a contatto con la gloria dell’attimo.



Nella storia di vincitori e vinti restano invisibili gli ultimi, i provinciali, coloro che non hanno un peso e vagano senza una meta, aspettando una fine che non pare il male maggiore. Nella dialettica storica è palpabile la necessità di includere anche coloro che non riescono a rientrare in questo scontro societario, ma lo stato volta le spalle a coloro che perdono di vista la partecipazione, cullati dai fumi dell’alcool e della droga. In tutto il film infatti non compare alcun rappresentante della giustizia, eccezion fatta per il tragico finale, in cui la corsa stentata di Cesare alla metaforica ricerca di una spiraglio viene fermata da un proiettile, sparato dalla pistola di chi sta dalla parte giusta e non sa vedere oltre l’abito moribondo. L’accusa più sentita di Caligari, forse l’unico momento in cui riesce davvero a prendere una posizione sulla condizione del reale. La cecità dilagante del sistema in cui la droga ammutolisce e lo stato si volta è un rumore insopportabile. Non è storia, non è democrazia.

giovedì 9 marzo 2017

T2: TRAINSPOTTING È UN FILM INUTILE?

Sono ormai passate due settimane dall’uscita di “T2: Trainspotting” ma il dibattito acceso sull’utilità della pellicola non accenna a placarsi. Entrambi i partiti - coloro a cui il film è piaciuto, quelli che l’hanno odiato ancor prima di entrare in sala - si muovono dall’assunto dell’inutilità del ritorno di Rent e i suoi compagni di siringa. Io credo le due opere siano da intendere profondamente legate, come i due volumi di Kill Bill o i film dedicati a Davy Jones, e da questa certezza bisogna partire per provare ad interpretare il messaggio di un film enorme come Trainspotting 2.


Le droghe non fanno lo stesso rumore di un tempo, oggi sono altre le dipendenze che segnano la vita degli individui, sono i social, la certosina creazione e cura dell’isola che non c’è, nella quale siamo tutti abbronzati, tutti impegnati, tutti sorridenti. È però il Porno, l’altra vita che abbiamo e nascondiamo, a determinare davvero la nostra direzione, ciò che singolarmente andiamo perdendo, globalmente smarrito da tempo. Cerchiamo il guadagno, lo status, senza curarci dell’altro. Il primo capitolo di Trainspotting metteva in luce proprio la superiorità dell’occasione sui legami nel momento del tradimento. Ma non abbiamo mai smesso di ricercare l’idillio di una vita pacata, in compagnia dei nostri amici d’infanzia, nella vecchia e confortevole Edimburgo. Alla luce di questo, l’eroina, protagonista del film del ’96, è solamente un passaggio nello sviluppo della tematica centrale, ovvero la dipendenza dai legami, contrapposta alla spietatezza di un mondo famelico.
Ci si rende immediatamente conto che in realtà lo scippo che chiudeva le avventure dei ragazzi di un tempo ha segnato le vite dei protagonisti più per il tradimento di un’amicizia fondamentale, che per l’effettiva perdita economica. Un trauma che ha segnato la fine della gioventù bruciata e l’inizio di un percorso di stenti alla ricerca del giardino dell’Eden passato. Una corsa contro il tempo che il cronometro vincerà sempre. Vent’anni dopo i ragazzi di Trainspotting sono uomini assenti, personaggi scissi che non riescono a partecipare alla farsa dell’attualità, ma allo stesso tempo hanno perso il senso della loro diversità. E ciò che resta è una spietata resa dei conti per attribuire le colpe di un crollo verticale senza precedenti.


T2 è un’opera che riesce a riaprire le porte di un cult senza tempo, dando un senso diverso al suo predecessore e ponendosi l’obiettivo di realizzare un progetto incompiuto. Crea una plausibile necessità e la soddisfa, nella cornice di una realizzazione tecnica fenomenale. Nell’ottica della ricostruzione di un passato più antico del primo film, è logico aspettarsi da questa pellicola un occhio particolare per le immagini delle origini dei protagonisti, che non solo riescono brillantemente a rigenerare un film appartenente ad un’altra generazione, ma creano pure una nuova sinergia tra i personaggi. Questa costruzione, segnata da intenti precisi e legittimi, si serve senza misteri di un profondo e radicato fan service, che saprà colpire al cuore i più affezionati.


Alcune sequenze, come i ricordi di Spud o le scene conclusive, sulle note della meravigliosa Silk, riescono a rendere appieno quel senso di nostalgia per una vita che non è andata come doveva andare, e ha lasciato immancabilmente un buco nel torace dello spettatore e dei quattro protagonisti. Riuscire ad empatizzare è necessario per dare corda ad una scrittura poco innovativa. Presa singolarmente, la sceneggiatura di questo secondo capitolo potrebbe risultare banale, scontata e a tratti forzata, ma il lavoro emotivo che regge l’apparato non può mancare nell’approccio a questo gradito ritorno.
Una delle critiche più frequentemente mosse a Trainspotting 2 è che il seguito non sarà mai all’altezza del primo. Il secondo capitolo non raggiungerà mai l’opera prima per l’assenza di un impatto sociale così estremizzato, per la mancanza di situazioni realmente iconiche, per la collocazione che ha avuto in questo mercato cinematografico e per il culto che invece era riuscito a generare il suo predecessore. Ma non per questo deve essere messo ideologicamente in secondo piano. La dipendenza del primo era tangibile, manifestazione di un disagio generazionale che scatenava una reazione. La dipendenza del secondo capitolo è invece subdola e si nasconde dietro l’apparente sensazione di benessere e appagamento che dà l’essere succubi di una società malsana, malata. Un mondo che uccide l’ideologia e vive del ricordo di un passato irraggiungibile avvelena per sempre la ricerca della felicità. L’eroina era un altro modo per morire. Postare foto con le orecchie da cane è un altro modo per morire.
Scegliere la vita oggi è quanto di più lontano possibile dalla felicità. 

venerdì 3 marzo 2017

MA QUALCUNO L’HA VISTO MOONLIGHT?

Siparietto divertente, miglior film a Moonlight e tutti contenti. Sul web si è sviluppata in brevissimo tempo un aspro astio contro La La Land di Chazelle, in molti lo hanno criticato solo dopo la cerimonia degli oscar e le modalità dell’assegnazione del premio non hanno certamente aiutato l’immagine del musical. Ma i detrattori più accaniti dell’opera magna dedicata ai sognatori hanno davvero visto Moonlight, vincitore a sorpresa?


Moonlight è un buon film, questo non può essere messo in dubbio, ma, nel genere in cui si colloca e cerca di trovare una posizione innovativa, si confonde nella marea di cloni strappalacrime che raccontano una storia difficile con un tatto particolare. All’opera di Barry Jenkins vanno riconosciuti alcuni meriti, come la realizzazione eccellente della ghettizzazione nera, o l’attenzione ai particolari nello sviluppo delle tre fasi della vita di Piccolo; ma, allo stesso tempo, non mancano debolezze che impediscono all’opera di stagliarsi al di sopra degli altri film di questo 2017. Moonlight si caratterizza per un ritmo che cerca di mimare il reale - grazie anche ad alcune scelte registiche azzeccate - ma spesso questo realismo, sfruttato all’interno di un contesto non innovativo, si traduce in un senso di già visto, e le sequenze, talvolta tirate troppo per le lunghe, lasciano intuire allo spettatore lo svolgimento dell’azione molto prima che questa si realizzi - fatta eccezione per la scena della sedia -. Detto in altro modo, Moonlight soffre di un problema di ritmo, che nasce dalla volontà dichiarate di perseguire un insistito e toccante realismo del ghetto.
A tenere in piedi la pellicola per la prima mezz’ora ci pensa Mahershala Ali, il Cotton Mouth fresco di Oscar. La presenza scenica dell’attore afroamericano è imponente e riesce a calamitare lo sguardo dello spettatore semplicemente attraverso un paio di risate e il tic del labbro secco. Con il passaggio all’età adolescenziale e quindi con l’allontanamento del personaggio di Blue il film comincia a rallentare pericolosamente, perdendo di mordente e reggendosi fondamentalmente su poche scene decisamente riuscite, come la prima esperienza omosessuale del protagonista o la sequenza di presentazione di Black. Pochi momenti di buon livello tenuti assieme da un collante diluito senza misura dell’attenzione in sala.
Ciò che purtroppo manca a Moonlight è un sostrato che approfondisca la lineare storia di fondo e possa in qualche modo generare un senso di attesa per un finale troppo prevedibile. La pellicola è quello che appare, legata indissolubilmente al razzismo di cui non fa mistero, all’omofobia che regna sovrana fin dalla prime battute. È tutto sullo schermo: le emozioni del protagonista, la relazione con la madre, l’assenza del padre. Una maniera di scrivere il cinema che non vuole andare oltre ciò che si vede o si sente. Una maniera di fare cinema che poco aggiunge al dibattito contemporaneo e alla storia di quest’arte.


Manca inoltre quel tono ampio che lascia la sensazione di aver visto e vissuto un’esperienza significativa, unica, ma qualcosa riesce a sfuggire alla banalità del reale, nell’ultima inquadratura. Quando il bambino in riva al mare guarda cosa è diventato, e in se stesso vede la strada tortuosa che ha dovuto percorrere, ci si rende conto di aver assistito ad una vita degna di essere raccontata e qualcosa del film riassume una parvenza di superiorità, pur rimanendo al di sotto delle aspettative.

Moonlight resta un film interessante, ben girato, dotato di una fotografia perfettamente calata nel contesto sporco e malfamato del ghetto nero, ma che non riesce a distinguersi abbastanza da essere considerato un capolavoro, da portare con noi nel tempo. Resterà l’esperienza di una visione o poco più. La La Land resterà per molto tempo.

martedì 28 febbraio 2017

OSCAR 2017 - QUEL MOMENTO IMBARAZZANTE

Due Oscar, un solo premio.
Basterebbe questo per riassumere un’ordinaria cerimonia di paura, ma andiamo più nello specifico, soffermandoci maggiormente sui premi, quest’anno eccessivamente politicizzati. Guardiamo quello che resta.
La La Land, trionfatore annunciato per meriti palesi ha smacchiato il giaguaro, ma non ha raggiunto la maggioranza al senato. Quanto ha pesato però il giudizio dell’elettorato dell’assente Trump sulla decisione finale? Guardando la cerimonia su Sky, in studio Castelnuovo e Canova hanno analizzato i dati per partito e hanno messo in risalto il fatto che l’elettorato di Trump avrebbe votato proprio per il film di Chazelle nella corsa al premio più ambito, mentre i democratici sarebbero stati più propensi ad appoggiare pellicole come “Il diritto di contare” e appunto “Moonlight”. Se a novembre gli analisti avessero azzeccato le previsioni elettorali, sarebbe cambiato qualcosa nell’assegnazione del premio?


Resta il giudizio personale: La La Land resta, a mio parere, una delle opere più complete, ambiziose e pregne di significati presenti in nelle ultime edizioni degli Oscar. C’è un tono, un vigore di fondo che tende ad avvicinarla alle grandi produzioni del passato. È il film che mi ha colpito maggiormente in questa stagione cinematografica e quello di cui la gente ancora parlerà tra diversi anni.
Resta la gaffe clamorosa, di quelle memorabili, epico. Un momento di televisione così imbarazzante da trasmettermi un senso di inadeguatezza che ancora non riesco ad eliminare,mi perseguita. Non riesco a non provare dispiacere immenso per i tre uomini della produzione della Lionsgate che hanno tenuto il loro sentito discorso post premiazione per poi vedersi strappare il premio dalle mani. In particolare mi rammarico per il secondo, membro più anziano del trio di oratori.

Nasci con il sogno di sollevare un premio Oscar un giorno
Spendi quarant’anni ad inseguire incessantemente il tuo sogno
Vinci finalmente un Oscar
Non lo vinci davvero.

Il fatto che il film vittima di questo qui pro quo sia proprio dedicato ai sognatori un po’ mi lascia interdetto. Le congiunzioni ancestrali.
Resta Moonlight, buon film di Barry Jenkins, che porta a casa un tris di statuette decisamente pesanti e può vantarsi anche dello scherno finale al più quotato La La Land. Evidentemente, nell’anno della xenofobia dilagante, la combo omosessualità-razzismo si è rivelata essere quella vincente. Ancora una volta la questione cinematografica ha rappresentato solo una delle variabili nelle scelte dell’Academy.
Per quanto riguarda gli altri premi poche sorprese, almeno rispetto alle mie precisissime previsioni. Mel porta a casa un paio di statuette tecniche per un film dal grande impatto visivo, e gli occhi di Emma Stone riescono ad addolcire anche la giuria nella corsa a due con l’amata Jackie. Il piccolo Affleck è in realtà un grande Affleck, nonostante la barba, e John Legend surclassa il buon vecchio Sting.
Avrei voluto gioire della vittoria italiana del duo Bertolazzi-Gregorini per il miglior trucco, ma hanno dato risalto a Suicide Squad nella notte delle stelle, e questo non va bene.


In ogni caso, dopo il divertimento, i momenti imbarazzanti e le speculazioni sui premi più ambiti, resta nella mia memoria viva l'immagine di Michael J. Fox, provato, ma ancora presente su quel palco insieme ad un esilarante Seth Rogen. Michael non deve essere mai messo da parte. 


Comunque vorrei far notare il mio 16/22 nelle previsioni. E con questo dichiaro chiusa la polemica tra me e il sottoscritto.

domenica 26 febbraio 2017

AND THE OSCAR GOES TO… LE MIE PREVISIONI

Ci siamo. Mancano poche ore al fatidico momento dell’apertura delle buste e noi cinefili, come ogni anno, dopo aver disprezzato i premi più commerciali al mondo, ci ritroviamo, come ogni anno, ad aspettare in trepidante attesa l’assegnazione delle statuine, anche a costo di barcollare per l’intera giornata di domani. Studio, lavoro, relazioni sociali. Gli Oscar, vengono prima.
Le mie previsioni si baseranno avviamente sui miei gusti, su ciò che ho avuto la possibilità di vedere, ma anche sulle prerogative dell’Academy in fatto di gusti, che spesso vanno ad influenzare l’assegnazione dei premi al di là dell’effettivo valore delle pellicole. Entrano in gioco giochi di potere, elementi esterni. Il momento storico ad esempio segna pesantemente un evento pubblicizzato come quello della notte degli Oscar, un esempio palese è la risposta eccessiva alla richiesta di una quota afroamericana nelle nomination, tendenza che ha nettamente sfavorito alcune pellicole passate in sordina. C’è quindi una logica dietro un’aggregazione di menti che spesso tende a ripetersi nelle scelte. Ma andiamo a vedere, nello specifico, in che modo l’elezione di Trump potrebbe influenzare i premi più ambiti.



Miglior Film

Arrival
Barriere
La battaglia di Hacksaw Ridge
Hell or High Water
Il diritto di contare
La La Land
Lion
Manchester by the Sea
Moonlight

Nonostante questo premio conti ben otto nomination, è necessario focalizzarsi principalmente su tre film: l’arraffanomination La La Land di Chazelle, il toccante Manchester by the sea di Lonergan e il discusso, completo Moonlight di Jenkins. Negli ultimi anni l’Academy ha cercato di dividere i premi tra film differenti e spesso il premio al miglior film è andato, per compensazione, ad una pellicola che, per un motivo o per un altro, non era riuscita a trionfare in altre categorie. Quest’anno mi aspetto un’inversione di tendenza, con l’affermazione di superiorità di un titolo sugli altri. Sto parlando ovviamente di La La Land,vincitore annunciato come miglior film per due semplicissimi motivi, quasi banali: può essere letto come un’enorme tributo al musical più classico - apprezzato a dismisura dall’Academy - e quel reiterato La del titolo è un LA assai rilevante negli States, è la città di Los Angeles, culla, con le sue ombre, del cinema di Hollywood. Per questi e molti altri motivi, la mia scelta va sull’opera meravigliosa di Chazelle.
Pronostico: La La Land

Miglior regia
               
Denis Villeneuve, Arrival
Mel Gibson, La battaglia di Hacksaw Ridge
Damien Chazelle, La La Land
Kenneth Lonergan, Manchester By the Sea
Barry Jenkins, Moonlight

Come detto, non mi aspetto la scissione dei premi importanti per questa edizione, e la regia del giovane Chazelle è qualcosa di superlativo, senza nulla togliere agli altri candidati. Non solo il gusto dell’Academy, qui il parere del pubblico è univoco.
Pronostico: La La Land



Miglior attore protagonista

Casey Affleck, Manchester By the Sea
Andrew Garfield, La battaglia di Hacksaw Ridge
Ryan Gosling, La La Land
Viggo Mortensen, Captain Fantastic
Denzel Washington, Barriere

Corsa a due, per motivi differenti. Nelle speculazioni di puro talento, Affleck ha staccato Gosling da un pezzo. Resta da superare la concorrenza dell’eterno Denzel Washington che, come fatto notare da Francesco Alò di Badtaste, andrebbe così ad eguagliare Daniel Day Lewis a tre oscar vinti tra attore protagonista e non. C’è da considerare che la giuria chiamata ad assegnare i premi tiene presente anche queste operazione di marketing in un anno di grandi cambiamenti per gli Stati Uniti, e il trionfo storico di uno dei volti del cinema nero americano fa gola e non poco. Il mio pronostico però rimane legato almerito.
Pronostico: Casey Affleck

Miglior attrice protagonista

Isabelle Huppert, Elle
Ruth Negga, Loving
Natalie Portman, Jackie
Emma Stone, La La Land
Meryl Streep, Florence

Gli occhi enormi di Emma Stone sono gli occhi di La La Land, ma la questione presidenziale ha un peso specifico nettamente diverso. Da una parte sogni e speranze, dall’altra la cruda realtà della first lady più amata della storia. L’ottima performance di Natalie Portman poi contribuisce a spostare l’ago della bilancia. Premio molto conteso.
Pronostico: Natalie Portman

Miglior attore non protagonista
Mahershala Ali, Moonlight
Jeff Bridges, Hell or High Water
Lucas Hedges, Manchester By the Sea
Dev Patel, Lion
Michael Shannon, Animali notturni

Pochi dubbi su un premio che presenta un livello medio relativamente più accessibile rispetto alle categorie precedenti, ma, nella cui cinquina, spicca un attore ormai sdoganato al grande publico e amato ancor più dalla critica. Mahershala Ali porta a casa il premio a mani basse.
Pronostico: Mahershala Ali



Miglior attrice non protagonista

Viola Davis, Barriere
Naomie Harris, Moonlight
Nicole Kidman, Lion
Octavia Spencer, Hidden Figures
Michelle Williams, Manchester by the Sea

Il premio è conteso dall’acclamata Viola Davis l’outsider Michelle Williams, direttamente dal porticciolo di Dawson’s Creek. Il premio alla Williams sarebbe davvero una grande presa di posizione dell’Academy, cha andrebbe a premiare un’attrice presente solamente per quattro scene sullo schermo, ma Barriere - film scialbo che si fonda proprio sulle interpretazioni degli attori - è alla ricerca di un premio per lasciare il segno.
Pronostico: Viola Davis

Miglior film straniero

Land of Mine (Denmark)
A Man Called Ove (Sweden)
The Salesman (Iran)
Tanna (Australia)
Toni Erdmann (Germany)

A vincere sarà probabilmente il cliente. In questo premio pesa enormemente il Muslim Ban approvato da Trump poche settimane fa. Fahradi boicotterà, Fahradi vincerà.
Pronostico: The Salesman (Il Cliente)

Miglior documentario

Fuocoammare
I Am Not Your Negro
Life, Animated
OJ: Made in America
13th

Categoria con cui ho poca dimestichezza. Mi affido alle quote e mi rammarico per Fuocoammare.
Pronostico: OJ: Made in America

Miglior cortometraggio documentario

Extremis
4.1 Miles
Joe’s Violin
Watani: My Homeland
The White Helmets



Miglior film d’animazione

Kubo e la spada magica
Oceania
La mia vita da zucchina
La tartaruga rossa
Zootropolis

Due film sopra gli altri (Kubo e La Tartaruga rossa), ma il premio andà al vecchio Walt.
Pronostico: Zootropolis

Miglior corto d’animazione

Blind Vaysha
Borrowed Time
Pear Cider and Cigarettes
Pearl
Piper

Sfida tra Piper e Borrowed Time. Il primo colpisce per il comparto tecnico, il secondo invece deficita sotto quell’aspetto, ma riesce a trasmettere emozioni contrastanti. Mi auguro vinca il contenuto.
Pronostico: Borrowed Time

Miglior sceneggiatura non originale

Arrival
Barriere
Il diritto di contare
Lion
Moonlight

Pochi dubbi sul film che uscirà comunque a testa alta da questa premiazione.
Pronostico: Moonlight



Miglior sceneggiatura originale

Hell or High Water
La La Land
The Lobster
Manchester by the Sea
20th Century Women

Questo è probabilmente l’unico premio in cui La La Land è candidato, ma non rientra tra i favoritissimi. Certo una vittoria del film di Chazelle non sarebbe una completa sorpresa, ma Manchester by the sea reclama premi e attenzioni.
Pronostico: Manchester by the sea

Miglior colonna sonora originale
Jackie (Mica Levi)
La La Land (Justin Hurwitz)
Lion (Dustin O’Halloran and Hauschka)
Moonlight (Nicholas Britell)
Passengers (Thomas Newman)

Un grandioso musical, poi altro.
Pronostico: La La Land

Miglior canzone originale

Audition (The Fools Who Dream) (La La Land)
Can’t Stop the Feeling (Trolls)
City of Stars (La La Land)
The Empty Chair (Jim: The James Foley Story)
How Far I’ll Go (Moana)

Lotta a uno, tra due brani differenti. Vincerà il più iconico.
Pronostico: City of Stars

Miglior sonoro

Arrival
La battaglia di Hacksaw Ridge
La La Land
Rogue One: A Star Wars Story
13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi

Come detto, un musical parte sempre qualche metro avanti in questo campo.
Pronostico: La La Land



Miglior montaggio sonoro

Arrival
Deepwater Horizon
La battaglia di Hacksaw Ridge
La La Land
Sully

Pronostico: La La Land

Miglior scenografia

Arrival
Animali fantastici e dove trovarli
Hail, Caesar!
La La Land
Passengers

La scenografia è fondamentale in un’opera composta da movimenti di corpi.
Pronostico: La La Land

Migliori effetti speciali

Deepwater Horizon
Doctor Strange
The Jungle Book
Kubo e la spada magica
Rogue One: A Star Wars Story

Pronostico: The Jungle Book



Miglior montaggio

Arrival
La battaglia di Hacksaw Ridge
Hell or High Water
La La Land
Moonlight

Pronostico: La La Land

Miglior fotografia

Arrival
La La Land
Lion
Moonlight
Silence

Pronostico: La La Land

Migliori costumi

Allied
Animali fantastici e dove trovarli
Florence
Jackie
La La Land

Pronostico: Animali fantastici e dove trovarli

Miglior trucco e acconciatura

A Man Called Ove
Star Trek Beyond
Suicide Squad

Pronostico: Star Trek Beyond

Giochiamo a chi ne indovina di più?

giovedì 23 febbraio 2017

I DAVID DI DONATELLO 2017 E LA SCONFITTA DEL CINEMA ITALIANO

Lo scorso anno, di questi tempi, ci trovavamo a commentare le nomination ai David di Donatello 2016.

Perfetti sconosciuti di P. Genovese
Youth - La giovinezza di P. Sorrentino
Il Racconto dei racconti - Tale of Tales di M. Garrone
Fuocoammare di G. Rosi
Non essere cattivo di C. Caligari

Queste le nomination per il miglior film, con l’esclusione eccellente de "Lo chiamavano Jeeg Robot" di Mainetti - relegato alla sezione “Opera prima”. Avevamo la raffinata e intelligente commedia corale di stampo francese, il simbolismo posato di Sorrentino, l’opera di genere internazionale di Garrone, il documentario crudo dedicato ai naufraghi e agli abitanti di Lampedusa e l’opera ultima del compianto Caligari - che, a mio parere, avrebbe meritato la statuetta ad occhi chiusi.


Era stata, quella stagione 2015/2016, la stagione della svolta, il ritorno in grande stile del cinema italiano, ancora in grado di produrre opere originali e prodotti di genere, slegati finalmente dalla consueta, consumata, inflazionata storia di provincia, il dramedy all’italiana in cui ridiamo delle disgrazie e soffriamo la quotidianità. Era stata una scintilla, quella stagione cinematografica, e aveva acceso in tutti gli adetti ai lavori, negli appassionati e nei distratti una speranza per un futuro differente, che guardasse anche al mercato estero per rilanciare finalmente l’immagine del cinema nostrano, ancora legata alla commedia del dopoguerra e a qualche testa calda goescrazy agli oscar.
È trascorso ormai un anno, lo scorso 21 febbraio sono stati resi noti i nomi dei candidati al miglior film 2017. Come è proseguita la rivoluzione sottotraccia del nostro gusto antiquato?

Fai bei sogni di M. Bellocchio
Fiore di C. Giovannesi
Indivisibili di E. De Angelis
La pazza gioia di P. Virzì
Veloce come il vento di M. Rovere

Il livello superiore della scorsa edizione ha fatto un passo indietro per lasciare il posto ad una cinquina molto più vicina agli standard classici del premio. Ad eccezione dello spericolato film sulle corse d’auto diretto da Matteo Rovere, ci troviamo di fronte ad una serie di film molto “italiani”, per tematica, costruzione dell’opera e ambientazione. Manca totalmente il film di genere, manca ciò che aveva reso grande la nostra industria cinematografica negli anni ’70. Manca un’idea innovativa che possa guardare al futuro, al mercato estero, al rilancio di un settore morente. Manca tutto ciò, e l’assenza si fa ancora più pesate, se confrontata all’invidiabile presenza dirompete dell’edizione 2016.


Anche per questa edizione, come per la precedente, spicca un’esclusione eccellente nella cinquina dei candidati, si tratta di "Mine", dell’azzardo dei Fabii nazionali, Resinaro e Guaglione, che, coprodotti dagli States e dalla Spagna, hanno avuto il coraggio di rischiare e di mettere in gioco una storia al di là delle nostre convenzioni nazionali. Un soldato su una mina. Pochi attori, molte idee valide, sia registiche che di sceneggiatura. Anche quest’anno la sorpresa è stata relegata a miglior opera d’esordio, nonostante la qualità della pellicola e il rumore che un film italiano del genere e di genere ha prodotto all’uscita.
Siamo retrocessi, ancora. Lo slancio di una grande stagione potrebbe essere solamente un fuoco di paglia per un paese in cui tutto sa di case abitate da sempre e nulla cambia davvero.

Abbiate il coraggio di rischiare. Abbiate soprattutto il coraggio di credere nel rischio. Abbiate più Smetto quando voglio e meno Estati Addosso (miglior canzone annunciata).

martedì 21 febbraio 2017

L’ITER DELL’ESAME UNIVERSITARIO FINITO MALE

La vita di uno studente universitario medio è scandita da pochi ma significativi eventi: la vacanza estiva, il concerto di Cosmo, la sessione d’esami. Con questo breve articolo-guida cercherò di sintetizzare al massimo le fasi di un esame finito male.



- Primo giorno di corsi: aspettative medio-alte. Le premesse ti piacciono, gli orari non sono nemmeno male. Stai anche attento alla calligrafia degli appunti che poi tanto ricopierai in biblioteca. Tutto sembra andare a gonfie vele, senti già il profumino dolce della laurea.

- Secondo giorno di corsi: aspettative medie. Le lezioni cominciano a sembrare leggermente meno interessanti, ma tu non demordi, almeno finché non arriva il messaggio del tuo amico che ti invita a calcetto o il promemoria dell’amica che ti ricorda della puntata di Grey’s Anatomy. Quello è il momento in cui perdi la prima parole, il primo concetto. Rimetti nella borsa il cellulare e con tuo collo alla ispettore gadget recuperi ciò che hai perso, ma quel momento esatto del secondo giorno rappresenta il presagio della fine, e tu lo sai.


-Seconda settimana: aspettative Ungaretti. Hai finito la passione e hai cominciato a seguire il corso per l’inerzia accumulata nei primi giorni di università. Non ti interessa più ciò che il professore dice, e spesso non riesci più a capire il senso, l’argomento centrale a cui tutte le parole pronunciate al vento dal temibile uomo si aggrappano. Ciò si traduce in una serie di frasi sconnesse sul tuo quaderno degli appunti, senza senso e senza connettivi logici. Ermetismo puro.
 
Se solo fossi diplomato IADAP


- Terza settimana: AAA aspettative cercasi. Hai definitivamente perso il filo. Non segui se non con la coda dell’orecchio. Senti parole, brusii che trascrivi esattamente come le ricevi, quindi geroglifici stracolmi di errori grammaticali, per i pochi che riescono a leggerli. Hai smesso di trascrivere gli appunti confidando sulla tua capacità di analisi dei testi in esame e sulla benevolenza dei compagni di corso. Alla fine solo gli incapaci prendo appunti sul serio.

- Quarta settimana: aspettative Football Manager. Sulla scia della procrastinazione hai smesso di seguire il corso, vai in università per vedere qualcuno, per non stare a casa, per far cambiare l’aria ai libri, che sennò si ammuffiscono su quella scrivania. Vai a lezione solamente quando la biblioteca è piena, ma la tua unica preoccupazione in aula è se mettere il portiere del Chievo o quello del Cagliari al fantacalcio. Prenderanno tre gol entrambi. Questo fantacalcio si vince dopo la laurea.

- Fine dei corsi: aspettative Pacciani. Il corso è terminato e tu sei combattuto tra il senso di colpa per non aver seguito a dovere e la gioia di avere sostanzialmente un paio di settimane di vacanza prima dello studio intensivo. Sei ancora tranquillo, conti i giorni che mancano al primo appello sul calendario e confidi nelle tue capacità per preparare tutto in soli 10 giorni, compresa festa di compleanno spacca fegato dell’amico e gita fuori porta con i compagni di merende.

- Inizio dello studio­: aspettative Marchionne. Arriva il giorno fissato per l’inizio degli studi e sembri aver ritrovato lo smalto di un tempo. Sfogli i libri (4), conti le pagine che credi possano chiedere all’esame: Cinquecento, che per dieci giorni di studio sono cinquanta al dì, preferibilmente dopo i pasti. Il primo giorno tieni tendenzialmente una media accettabile: quaranta pagine, le dieci in difetto le recupererai la mattina dopo. Sveglia presto.
 
Quando suona la sveglia delle 8, la posticipi di mezz'ora e ti svegli alle 12 passate


- Secondo giorno di studi: aspettative Ritorno al Futuro. Punti la sveglia alle 7. Alle 6:53 ti svegli con la vescica piena. Vai in bagno e mentre espleti le tue funzioni fisiologiche sposti la sveglia alle 7.30, perché mezz’ora tolta allo studio non fa differenza, ma mezz’ora tolta al tuo letto è questione di vita o di morte. Alle 7:30 la sveglia suona, la sposti di mezz’ora. Alle 8 la sveglia risuona, la sposti di mezz’ora. Di mezz’ora in mezz’ora ti alzi dal letto per colpa del fascio di luce che penetra dalla finestra socchiusa. Sono quasi le 11. Scendi in cucina a fare colazione, sfogli la home di facebook con il cellulare, controlli due messaggi nei gruppi Whatsapp in cui sei stato inserito per errore e torni in camera tua a studiare. Sono le 12. Leggi tre pagine, ti chiama il tua amico per organizzare il cinema, suona due volte il postino - che comunque ha sbagliato campanello -, vai due volte a prendere un bicchiere d’acqua gassata a garganella, ti chiama tua madre perché è pronto il pranzo.
Bilancio del secondo giorno: otto pagine studiate. Due concetti quasi capiti. Il ritardo sulla tabella di marcia si fa importante. Ma le tue capacità possono questo e altro.

- Terzo giorno di studi: aspettative Frate Indovino. Hai rinunciato a studiare tutte le pagine e hai applicato il metodo “ne studio una sì e dieci no”. In questo modo saprai sicuramente gli argomenti a grandi linee, pur peccando nei dettagli. Il 24 non te lo toglie nessuno.



- Sesto giorno di studi: aspettative Messico. Il metodo che stai applicando funziona bene per la velocità, un po’ meno per i contenuti. Leggi nomi, formule, definizioni complicate e voli pindarici che farebbero impallidire l’aviator D’Annunzio. Diciamoci la verità: ti sei smarrito come Jennifer Connelly nel labirinto di David Bowie e solo una fuga all’estero potrebbe salvarti da un esame che si preannuncia fallimentare.

- Tre giorni all’esame: aspettative Mark Zuckerberg. Poggi adagio i quattro libri dell’esame nel cestino sotto la tua scrivania. Vorresti piangere, ma fingi di essere superiore a queste logiche conformiste secondo cui uno dovrebbe essere valutato in sede d’esame per ottenere quei maledetti CFU. Con le ultime forze rimaste vai sul gruppo facebook del corso a cercare degli appunti per preparare l’esame in tre giorni.



- Due giorni all’esame: aspettative Il Pensatore. Il tuo post su facebook ha ricevuto due mi piace, probabilmente da ragazzi più bisognosi di te, e un solo commento di una ragazza che vorrebbe due reni e un polmone in cambio di qualche schemino a matita. Anziché recuperare i libri nel cestino sotto la scrivania, però, preferisci stenderti sul divano a perdere tempo pensando al tempo che hai perso cercando metodi alternativi allo studio.

- Un giorno all’esame: aspettative (Le vie del signore sono) finite. Senti di aver sempre saputo che non avresti dato quest’esame. Prendi i libri dal cestino e li riponi nella libreria, serviranno poi. Sei comunque tentato di tentare l’esame confidando nella fortuna e in quei due concetti appresi durante la prima settimana di lezione. Ti riservi il diritto di decidere l’indomani mattina.
 
no


- Il giorno dell’esame: aspettative amletiche. Ti svegli e già sai che non darai l’esame in questa sessione. Cerchi qualche scusa per te stesso ma non la trovi. Ti resta solo un ultimo dubbio: se darlo a settembre o ritirarti dall’università.




- Primo giorno del secondo semestre: aspettative Jakob il bugiardo. Le premesse ti piacciono, gli orari non sono nemmeno male. Stai anche attento alla calligrafia degli appunti che poi tanto ricopierai in biblioteca. Tutto sembra andare a gonfie vele, senti già il profumino dolce della laurea.