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martedì 16 maggio 2017

KING ARTHUR E IL MESE DELLE DELUSIONI

Guy Ritchie ci riprova senza successo. Il suo stile personale fatto di montaggio frenetico, rallenty e musiche tendenti al mondo celtico stavolta non è riuscito propiziare il ritorno di un mostro sacro della letteratura anglofona. Le premesse di una sequenza d’apertura meravigliosa vengono disattese da una scrittura infantile e da una narrazione che non tiene conto degli spazi che lo stile eclettico del regista richiede.


La trama di “King Arthur - il potere della spada” non spicca certamente per originalità e vorrebbe imporsi al grande pubblico proprio cavalcando le modalità dell’autore inglese, ossia sovrapponendo diversi piani temporali per produrre una storia semplice, ma complessa. Il problema è che, a differenza dei due Sherlock Holmes, King Arthur non rispetta i requisiti necessari di unità d’azione e di tempo che lo stile di Ritchie richiede per non sembrare sopra le righe, ma solo normalmente sfrontato. Uno sviluppo della trama, diluito nel corso di un tempo della storia decisamente maggiore, costringe l’autore di “Snatch” a ricorrere ad una sere di topoi della sua produzione in più occasioni, talvolta riuscendo ad intrattenere magnificamente, talvolta risultando fuori luogo. La sequenza in cui Art cresce nei bassifondi di Londinum è un perfetto esempio della prima situazione, quella dell’addestramento disumano per padroneggiare Excalibur lo è in senso opposto.


Altro enorme problema del film è la giustificazione degli eventi e delle scelte del protagonista, le quali sono spesso il frutto di una maturazione avvenuta in appena due minuti di montaggio frenetico. La scelta di proporre un Artù alternativo, cresciuto nei bassifondi e abituato a comportarsi da capobanda di una cricca di delinquenti, da una parte ha dato una nuova caratterizzazione ad una figura letterario lontana dal nostro gusto odierno, dall’altra ha però rese necessarie nuove motivazioni che muovessero le azioni dell’erede al trono. Queste motivazioni vengono fornite in maniera del tutto innaturale, spinte da un gruppo di rivoluzionari anonimi e mal introdotti nella narrazione. Emblematica per la pochezza delle giustificazioni del caso è la scena dell’incontro tra Art e la dama del lago, che lo spinge a tornare per l’ennesima volta sui suoi passi e ad accettare il compito che il fato sembra avere in serbo per lui.


I personaggi secondari inoltre - ad eccezione del villain interpretato da Jude Law - appaiono piatti e il film, che in partenza sembra voler dare uno spazio maggiore ai compagni del protagonista e agli oppositori della corona, si riduce ad essere un’opera Artucentrica, in cui ogni personaggio agisce in funzione del protagonista e non sembra avere una dimensione ulteriore in grado di risaltare al di sopra di una trama banale e scontata, indirizzata fin dal primo secondo allo scontro finale. Ad essere problematico però è anche lo scontro finale, come la maggior parte dei duelli che riempiono il film a partire dal momento in cui Art riesce a dominare il potere di Excalibur. Da quel momento in poi, l’opera di Ritchie sembra virare volontariamente verso un gusto videoludico piuttosto che cinematografico, esaltato dai rallenty, dalla computergrafica e dalla fotografica che si scurisce nelle scene di lotta. Quando gli occhi del protagonista diventano azzurri, il linguaggio cinematografico, la costruzione dell’immagine lasciano il posto ad un combattimento da action arena.


“King Arthur - il potere della spada” potrebbe anche piacere a chi non è in cerca della logica ferrea, a chi si accontenta di vedere trasposto sullo schermo un videogioco a tratti esilarante. Ma quando il regista di “Lock and Stock”, di “Rock’n’rolla”, di “Sherlock Holmes” e soprattutto di “Snatch” si limita ad un lavoro quasi passabile non posso che dissentire dagli esiti. Un lavoro di Ritchie privo della vena istrionica, della verve, della violenza e dell’intelligenza di Ritchie non può considerarsi un’opera riuscita.


Il flop di Guy Ritchie non è l’unico film in uscita questo maggio ad avermi lasciato con l’amaro in bocca all’uscita della sala. Anche “Alien: Covenant” diretto dal maestro Ridley Scott non era riuscito a risollevare le sorti della nuova tetralogia sugli xenomorfi. Un mese dunque ricco di aspettative disattese e povero di emozioni sorprendenti. Un mese che potrebbe chiudersi con un ulteriore colpo al cuore nel caso in cui il vecchio Jack Sparrow non riesca a rimettersi in sesto a dovere nella fuga contro l’ottimo Salazar.
Qual è il comune denominatore di King Arthur e di Alien? Credo che la lente d’ingrandimento vada posta sul rapporto tra queste grandi produzioni popolari e il pubblico stesso, che spinge sempre più verso una logica spicciola, traina verso il basso il collettivo e si appaga di un gusto poco cinematografico, più vicino alla serializzazione televisiva almalgamata con il mondo videoludico. In entrambi i casi, forme lontane dalle possibilità di un’espressione artistica, che producono un immediato appagamento, il quale però non si traduce in un’emozione duratura, ma termina nell’attimo della visione. Il tutto guidato dalla logica dell’approvazione popolare, che può arrivare attraverso i ricavi, ma che funziona benissimo come deterrente per future produzioni legate al brand.
“Blade Runner”, dello stesso Ridley Scott aveva prodotto appena cinque milioni di dollari di utile. “Donnie Darko” fu bollato come fantascienza di serie b, intricata e mal realizzata. I critici stroncarono “Fight Club” di Fincher, prima che il pubblico si rendesse conto della portata rivoluzionaria dell’opera. “Il grande Lebowski” fu ritenuto vuoto e insensato. “Quarto potere” fu un flop clamoroso alla sua uscita nelle sale americane. E potrei proseguire ad oltranza.



Il cinema è idea su schermo, immagine in movimento che cerca di rendere comunicabile la fantasia dell’autore. E un prodotto nato per soddisfare altri, incastrato in una forma mutilata, sta perdendo lentamente il senso della settima arte. Ciò che conta è l’idea che sta alla base e il gusto con la quale viene resa sullo schermo. Tutto il resto fa volume.

venerdì 12 maggio 2017

E ALLA FINE ARRIVA ALIEN: COVENANT

Cosa sarebbe dovuto essere “Alien: Covenant”?
“Prometheus” aveva lasciato i fan più accaniti con l’amaro in bocca per non aver rispettato le premesse del ritorno del maestro Scott alla regia. Il film del 2012 era stato una grande sorpresa, sia in positivo che in negativo. Un ottimo ma imperfetto film di fantascienza spaziale che non rispettava i cardini della saga di Alien. Con il primo prequel, Ridley Scott aveva cercato di ampliare lo spettro di competenza di un brand realmente limitato in termini di sviluppo narrativo, riuscendoci solo in parte.
“Alien: Covenant” si propone come continuatore della narrazione intrapresa con il suo prequel, ma al contempo come reale predecessore delle avventure del primo film del 1979; un film di Alien insomma, quindi caratterizzato dai classici cliché della saga degli xenomorfi, con un’attenzione particolare allo sviluppo delle vicende.


La storia riprende undici anni dopo la partenza di Elizabeth Shaw e David dalla luna LV-233, teatro delle vicende di “Prometheus”. Stavolta i protagonisti del terrore spaziale sono i membri dell’equipaggio della nave Covenant, che, mentre viaggiano verso Origae-6 al fine di colonizzarlo, si imbattono in una richiesta d’aiuto proveniente da un pianeta vicino. L’equipaggio sceglie di atterrare sul posto per verificare l’origine del segnale, ma qualcosa ha intaccato l’ecosistema del pianeta, sterminando la popolazione autoctona. Tornare sulla nave sarà un’impresa ardua.
Come il più classico degli Alien della quadrilogia originale, anche “Covenant” si costruisce su un crescendo di azione e suspance, incentrato sulla presenza dapprima minima, poi sempre più massiccia degli xenomorfi, che ridurranno immancabilmente il numero dei membri dell’equipaggio. E se la scelta di tornare alla struttura tipica dei film della saga, dopo la parentesi “Prometheus”, potrebbe portare i fan a gioire ancor prima di entrare in sala, “Alien: Covenant” non si cura minimamente di nascondere i suoi enormi difetti. L’esperienza del nuovo film di Scott è segnata infatti da enormi problemi che minano pesantemente la sua riuscita. Primo fra tutti il ritmo: lento, scialbo, altalenante, incapace di ricreare i climax di “Alien” e “Aliens”. Nella prima ora di film - escluso un interessante prologo che collega “Covenant” al suo prequel - Scott non mostra altro che la vita all’intero della nave spaziale, senza però riuscire a dare una caratterizzazione interessante ai vari membri del’equipaggio, che si limitano a intrattenere rapporti statici e stereotipati, senza che la trama decolli. E questa pesantezza ingiustificata delle prima metà del film si fa sentire eccome in sala, spegnendo in poco tempo l’interesse verso l’intero progetto.


Altro enorme problema del film è, come già accennato, la caratterizzazione dei personaggi dell’equipaggio, i quali si presentano, probabilmente al pari dei protagonisti di “Alien - la clonazione”, come i meno interessanti dell’intero franchise. Non riescono a raggiungere un livello accettabile e si stabilizzano su un modello stereotipato, improponibile per il 2017, per un film costato oltre 100 milioni di dollari. Inoltre non subiscono alcuno sviluppo, nonostante la pellicola si apra con la tragica scomparsa del comandante - evento traumatico che, in teoria, avrebbe dovuto smuovere le coscienze di parte dell’equipaggio verso una nuova consapevolezza. I protagonisti della prima scena, sono gli stessi del sessantesimo minuti, che sono gli stessi dell’ultima scena, almeno per quelli che restano in vita, perché la maggior parte di loro finisce per essere solamente carne da macello nella minestra splatter-horror. E questa caratterizzazione fallace non aiuta lo sviluppo piatto e prevedibile di una storia già vista, narrata con sciatteria, che ritrova solo nei riferimenti a “Prometheus” in suo senso d’esistere. Una narrazione che si muove grazie a forzature, eventi improponibili e scelte dei protagonisti totalmente campate in aria, per poi culminare in un finale scontato, antiadrenalinico.
Il collegamento diretto con “Prometheus”, ventilato ma non confermato prima dell’uscita del film, funge da motore dell’opera, soprattutto per quanto riguarda un determinato personaggio chiave, ma è proprio questa stessa scelta di sceneggiatura a rendere vana l’attesa degli sviluppi del viaggio di Elizabeth Shaw, la cui storia alla ricerca dell’origine della vita viene interrotta sul nascere e gettata nel cestino dell’indifferenziata. Un film, “Covenant”, che avrebbe dovuto risollevare il prequel per esaltare il sequel, ma che termina il prequel per affossare i sequel.


Cosa è realmente “Alien: Covenant”?
Scott non è rimasto indifferente in questi ultimi cinque anni alle critiche ricevute per l’esperimento di “Prometheus” e il peso della necessita di riportare un progetto sulle sue orme originali si fa sentire eccome. L’autore storico della saga ha voluto proseguire la sua esperienza innovativa, mescolandola al contempo con i cardini del mostro sacro. Il risultato è un’opera mezzana che viene ridimensionata in modo impensabile dalla sua stessa duplicità d’intenti. Non è un seguito soddisfacente di “Prometheus”, non è un Alien. Scott ha tentato di mantenere un registro alto, maturo nella realizzazione di un film che aveva bisogno di un’altra atmosfera e di un’altra regia per avere una possibilità di riuscita, sulla base di una sceneggiatura a tratti imbarazzante. Coesistono quindi i campi larghi e le vallate del film del 2012 con la fotografia, la luce e i cunicoli - presenti quasi unicamente nelle scene finali a bordo della nave madre - della prima quadrilogia. Coesistono senza il minimo senso del gusto, senza la reale necessità della pellicola che questi due mondi si incontrassero.
Ideologicamente vale quanto detto per la realizzazione tecnica: Scott amplia ulteriormente la sua visione, toccando temi religiosi, filosofici, antropologici, ma fermandosi sempre prima di raggiungere un grado di approfondimento interessante, al largo dei bastioni di Orione, limitato della sua stessa creatura, lo xenomorfo, che richiede tutt’altro trattamento per essere valorizzato all’intero di una pellicola.


“Alien: Covenant” è un film realizzato con una certa cura tecnica, una certa fotografia. È un’opera che lascia intendere l’amore che il suo autore prova per la saga di cui fa parte e per il mondo della fantascienza in generale. È una pellicola ricca di riferimenti al brand: richiami visivi e citazioni nello svolgimento dell’azione. MA “Alien: Covenant” non è un film riuscito, tutt’altro. Fallisce nei suoi intenti e crolla sotto i colpi delle aspettative che quel titolo genera. Non è ciò che aspettavamo e non è ciò che avevamo messo in preventivo dopo “Prometheus”; è molto meno. Scivola lentamente verso l’oblio e non dimostra meriti particolari per essere ricordato. Un’enorme delusione.
 
L'unica nota lieta


Quest’analisi arriva a coronamento di un percorso che ci ha portato cronologicamente dal 1979 ad oggi, ripercorrendo la storia e lo sviluppo di una saga storica del cinema. Sei ha apprezzato questa recensione potrebbero piacerti anche:


mercoledì 10 maggio 2017

ASPETTANDO COVENANT: PROMETHEUS

Ampliare la mitologia, la lore di una serie cult era sulla carta un’operazione complessa. Il primo Alien, a differenza dei suoi seguiti, aveva in se la carica creativa per poter sostenere un’evoluzione del prodotto, non solo in termini di action copia e incolla. Ma lo sviluppo circolare, rispetto a quello lineare, presenta certamente molte più insidie e spesso tende a virare verso l’assurdo, se realizzato con poca cognizione di causa. Su queste basi, Lindelof e Spaihts, in collaborazione con Ridley Scott, hanno cercato di dare credibilità ad una storia che potesse fungere da giustificazione per alcuni elementi insoluti del primo film della quadrilogia, diretto nel 1979 dallo stesso Scott.


Quest’operazione è andata però a scavare troppo a fondo nella costruzione di una storia plausibile, generando un prodotto a tratti magniloquente e presuntuoso, che non si limita allo scioglimento di alcuni nodi centrali nella mitologia di Alien, ma rincara la dose, andando a coinvolgere i temi cardini della ricerca infinita umana: fede, scienza, evoluzione. E il risultato è un film che deraglia troppo spesso dalle aspettative dei fan più accaniti per approfondire un tema specifico, magari eccessivamente lontano dallo spirito e dalle esigenze che un “prequel” di Alien necessitava. Ma è la parola “prequel” a riportarci alla considerazione di fondo sugli intenti di quest’opera: l’obiettivo di Scott era andare a rinfoltire i presupposti di uno sviluppo nel mentre dello sciorinamento di altri dubbi decennali. E in questo senso la pellicola ha perfettamente centrato il bersaglio, garantendo nuova linfa alle produzioni future che avranno il coraggio di trattare il mostro sacro dello xenomorfo. La presunzione di fondo però resta, e non basta una direzione ben delineata nel finale dell’opera a giustificare una serie di forzature non indifferente. Proprio in queste forzature, al di là della mancanza degli alien, si celano le critiche più pesanti rivolte dai fan storici della saga all’opera di Scott. Spesso i presupposti che guidano le azioni dei personaggi sono campati in aria e le loro interazioni non riescono a restituire la grandezza che i campi lunghi e lunghissimi dell’abile mano di Scott vorrebbero infondere nell’opera. Alcuni buchi di trama minano l’efficacia della narrazione, pur senza alterarne il perfetto ritmo. In particolar modo il personaggio di David, androide interpretato magistralmente da Michael Fassbender, riassume alla perfezione questi due aspetti della pellicola. Da una parte lascia godere lo spettatore per il doppio gioco che intrattiene fin dall’inizio con i protagonisti ignari, dall’altra è l’espediente narrativo che porta avanti la trama in una maniera poco credibile, come volesse agire da costante deus ex machina. In particolare, il momento centrale in cui somministra il liquido nero al dottor Holloway, che sarà poi l’inizio di una serie di sfortunati eventi (totalmente casuali e imprevisti) che porterà alla nascita del primo alien, non ha una base logica così solida da giustificare ciò che ne consegue.


La casualità di alcune situazioni è uno dei punti deboli più evidenti della pellicola, che tenta di arrampicarsi sugli specchi di fronte ad una ricostruzione che non regge: gli originali, o gli “Ingegneri”, sono una razza superiore in grado si spostarsi a piacimento per l’universo ben prima della comparsa dell’uomo sulla Terra. Questa civiltà, in uno slancio di onnipotenza, crea artificialmente un siero nero in grado di mutare istantaneamente la vita biologica; tale siero ha un effetto mortifico sugli stessi creatori. Un Ingegnere viene scelto per sacrificarsi e generare la vita sulla Terra mediante l’assunzione del siero. Nasce l’uomo, dotato dello stesso DNA degli Ingegneri, e fin dalle sue prime aggregazioni primitive si spende per lasciare una testimonianza della presenza e dell’opera di civilizzazione degli Ingegneri, testimonianza che poi sarà la chiave per l’approvazione della missione Prometheus. Gli originali intanto perfezionano lo sviluppo dell’arma biologica, ma nel farlo la situazione gli sfugge di mano e alcune colonie, adibite appositamente alla ricerca sul siero, vengono sterminate dalle creature mutate attraverso lo stesso materiale. Una volta decifrate le scritture poi gli uomini individuano il pianeta indicato e lo raggiungono, con lo scopo di rispondere ad alcuni quesiti esistenziali. Un androide, costruito per regolare la situazione per conto di un magnate, sperimenta il siero ritrovato in una cripta su un uomo, il quale ha un rapporto sessuale con una donna sterile prima di manifestare i sintomi del disgregamento cellulare che lo porterà alla morte. Cresce nella donna sterile il feto di una piovra, che lei prontamente rimuove a poche ore dal “concepimento”. Il feto alieno abortito però continua a crescere e attacca un Ingegnere verso la fine del film, comportandosi proprio come un facehugger gigante. Questa catena di eventi porta alla fuoriuscita dall’addome dell’Ingegnere di uno xenomorfo primordiale.


Una serie di forzature che lascia aperte due questioni: lo scopo della creazione della vita sulla Terra e l’immagine dell’alien nella cripta. Perché gli Ingegneri hanno creato la vita sulla terra? Perché il siero ha effetti così differenti a seconda dell’essere con cui entra in contatto e perché tali differenze riescono casualmente a portare la pellicola al punto focale della questione? Perché sono tornati sulla Terra a civilizzare l’uomo delle caverne? Perché, dall’altezza delle loro possibilità tecnologiche, hanno lasciato che fosse l’uomo a trovare il pianeta su cui si svolgono gli eventi e anziché prelevare semplicemente gli uomini necessari ai loro esperimenti? Questa serie di domande potrebbe minare, a mio parere, l’intaccabilità delle basi di “Prometheus”. Una volta entrati nella cripta degli Ingegneri inoltre, gli umani attraversano diversi tunnel, contraddistinti da vari simboli legati alla civiltà degli Ingegneri, tra i quali spicca una statua raffigurante uno xenomorfo. L’alien prodotto alla fine del film non è quindi il primo, ma probabilmente lo scopo ultimo della sperimentazione degli originali. Alla luce di ciò, la trama di “Prometheus” perde ulteriore fascino se letta nella continuity della saga.


Al di là dei punti a sfavore della pellicola di Scott, “Prometheus” resta però un grandissimo film di fantascienza, con i suoi pregi e i suoi difetti, sì, ma che è in grado di trasmettere la grandezza del suo autore attraverso una regia sempre ordinata, una fotografia mozzafiato e una gestione dei tempi perfetta. Molti buchi di trama scivolano via alla prima visione ed emergono solo ad una successiva, perché nell’atto si è troppo impegnati ad ammirare la maestosità di un progetto unico, non esente da colpe minori, ma che ha come grande punto a sfavore l’obbligo di accontentare una schiera di fan insaziabili. I piccoli riferimenti non bastano a placare le ire di chi pretendeva un prequel dotato dello stesso spirito, ma è innegabile che questa pellicola sia un ottimo film d’intrattenimento.



Questa era solamente una visione parziale di un’opera complessa, che avrebbe bisogno di molte più parole per trovare giustizia. Ho cercato di limitare la mia analisi in funzione dell’imminente uscita di “Alien: Covenat” la cui recensione, prevista per venerdì, chiuderà ahimè la rubrica “Aspettando Covenant”, che ci accompagnava ormai da diverse settimane. Se avete apprezzato l’analisi di “Prometheus” vi invito a recuperare anche quelle dei precedenti capitoli della saga.
Covenant saprà riportare in auge un brand solido che potrebbe aver già raggiunto il suo apice con la quadrilogia originale? Riuscirà a soddisfare i palati più fini? Scopriamolo insieme venerdì.

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mercoledì 3 maggio 2017

ASPETTANDO COVENANT: ALIEN VS PREDATOR

Alien contro Predator, o lucrare sopra i due massimi sistemi del cinema. La scelta di affidare la regia di un film sulla carta confuso ad un mestierante famoso per aver trasposto malamente sullo schermo un paio di videogiochi di successo è stata quantomeno azzardata. Se le premesse lasciavano intendere la possibilità che tutto il progetto sfociasse nel trash più puro, la presenza di Paul W. S. Anderson non ha fatto altro che rendere i timori innegabili certezze.


I film “versus” si fondano sull’immediatezza, sulla fantasia del pubblico più giovane che vorrebbe spesso vedere i grandi colossi del cinema scontrarsi in battaglie epiche. Questa necessità discutibile si trascina probabilmente dall’infanzia, quando tentavamo di riprodurre lotte epocali con diversi giocattoli: Winnie the Pooh vs Optimus Prime, Rex di Toy Story vs Topo Gigio. Tanta voglia di fantasia e nessuna pretesa di plausibilità. Il tempo delle mele, ahimè, è però passato, e se resta divertente perdersi ogni tanto nell’esagerazione degli effetti speciali, lo stesso non si può dire quando a peccare è la base di un film, la sceneggiatura.


“Alien vs Predator” si pone arrogantemente come crossover tra due saghe storiche del cinema d’intrattenimento, senza però spendersi per rendere l’incontro dei due mostri (sacri) una possibilità credibile. Ciò contribuisce alla prima mezz’ora di noia assoluta in cui viene imbastita una trama banale, scontata e soprattutto fuori dal tempo per quanto riguarda le cronologie delle due saghe, prese singolarmente. Un’inutile quanto abusato cliché del mostro che si risveglia tra i ghiacci e dei personaggi umani piatti e insulsi, utili alla sola costruzione di queste basi pericolanti. Una volta raggiunto il momento dell’incontro dei due mostri poi, la trama viene decisamente accantonata per lasciare spazio all’action nudo e crudo, senza fronzoli, senza motivi, senza senso insomma. E a questo punto torna il problema del regista, dimostratosi incapace di dare all’opera un sentore anche minimo della grandezza della saghe da cui nasce questo crossover. Anderson è stato colpevole di aver ridotto la portata del fenomeno attraverso scelte di regia che penalizzano una pellicola dal grande budget, relegandola a prodotto di serie b, segnato da gravi problemi tecnici. Eppure, nascendo come autore di blockbuster tratti da videogiochi (Mortal Kombat, Resident Evil), Anderson avrebbe dovuto sguazzare nell’action più vuoto, con una vena spinta di trash, ma così non è stato e l’amore che il regista probabilmente prova per l’impianto videoludico ha condotto l’intera baracca ad avvicinarsi sempre più ad un’impostazione e ad una messa in scena proprie del mondo a 64 bit.


Questa tendenza esplicita del film non sarebbe un problema insormontabile se si trattasse di un prodotto dell’Asylum, se fosse una copia non licenziata dello xenomorfo di Ridley Scott, ma l’atteggiamento da opera di serie b che trasuda fin dal primo frame di “Alien vs Predator” è insostenibile alla luce della grandezza dei padri. E una produzione del genere, che vede tra i suoi produttori anche Walter Hill, che può vantare lo storico Dan O’Bannon tra gli autori del soggetto, doveva essere corretta o cancellata in partenza, per non infangare il buon nome dei registi, degli sceneggiatori e di tutti i tecnici che hanno preso parte alla quadrilogia originale.
Fondamentalmente, il grande problema di “Alien vs Predator” è che mai sarebbe dovuto essere concepito un abominio di queste dimensioni; ma la distanza dalla saga originale di cui ci siamo occupati in attesa dell’uscita di “Covenant” contribuisce fortunatamente a relegare questo errore cinematografico nel cassetto della memoria volatile, quella che non passa alla storia. Un neo su un percorso quasi netto, che ha saputo risollevarsi con “Prometheus” e che promette di tornare ai vecchi fasti con l’imminente uscita di “Alien: Covenant”.


Ah sì, il protagonista maschile è Raoul Bova, che si ridoppia nella versione italiana. Potevo dire anche solo questo per stroncare il film. Mi sarei risparmiato inutili discorsi.

Alla prossima settimana con l’ultimo appuntamento della rubrica “Aspettando Covenant”. Mercoledì sarà la volta del ritorno il grande stile del padre della saga originale, Ridley Scott, col suo discusso e complesso “Prometheus”.

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giovedì 27 aprile 2017

ASPETTANDO COVENANT: ALIEN - LA CLONAZIONE

Ce n’era bisogno? Non ce n’era bisogno. Dopo la conclusione pressoché perfetta delle avventure di Ripley nel film precedente, la produzione aveva in mano ben poche carte da giocare per riaccendere la fiamma della serie. E un Alien senza Sigurney Weaver era considerato una manovra fallimentare in partenza. Come ovviare allora all’annoso problema della morte del personaggio cardine di una serie di film? Semplice: spostiamo gli eventi nel tempo di duecento anni e rendiamo plausibile la clonazione di Ripley (da cui il titolo del film). Una scelta così lontana dalla origini però pesa sull’intero prodotto e non fa che avvicinare l’opera quarta del brand ad un gusto action che non rispecchia più la filosofia delle origini.


Dopo quattro lunghi film, la molla che produce l’azione è ancora la stessa di sempre: una corporazione terrestre ha in mente di mettere le mani sull’arma biologica rappresentata dagli xenomorfi e farà di tutto per riuscire a recuperare un essere della specie aliena. In realtà l’aggancio che “Alien - la clonazione” cerca di creare con il suo predecessore non è affatto pessimo, poiché riesce a mantenere un legame tra il ritorno forzato di Ripley e la nuova ondata di xenomorfi. Il problema è che la struttura abusata, a partire da “Aliens”, di un’opera a metà tra l’horror e l’action, che si risolve sempre con un atto di eroismo della protagonista, spegne ogni forma d’interesse e non riesce a trovare il guizzo giusto per ridare originalità ad un film che sa di già visto.

Alien - the clone wars

Eppure i presupposti per un nuovo grande capitolo c’erano tutti: Jean-Pierre Jeunet in cabina di regia, Joss Whedon alla sceneggiatura, un cast di livello e l’utilizzo di una CGI più adatta rispetto al film di Fincher. E infatti il film non manca di alcune sequenze ben realizzate, decisamente all’altezza dei film precedenti, come la fuga sulla scala o la scena nella stanza della regina. La regia più ricercata di Jeunet, pur non risaltando particolarmente nelle sequenza d’azione - talvolta appiattite - riesce a ricreare un ambiente realistico, ma che al contempo sembra voler sottolineare lo stacco temporale che intercorre tra il terzo e il quarto film della saga. Come il suo predecessore, “Alien - la clonazione” è un’opera di fantascienza, ma si tratta di una fantascienza differente, tendente ad un futuro ancor più remoto. Questa caratterizzazione dello spazio viene accentuata anche da una colonna sonora che prende le distanze dalle musiche che avevano accompagnato l’originale Ripley.

Quegli occhi umani

Jeunet non abbandona gli elementi ideologici e politici che la serie porta avanti da quasi trent’anni, come la questione degli androidi, che torna con una maggiore carica nel personaggio interpretato da Winona Ryder. L’evento centrale della clonazione di Ripley saprà inoltre aggiungere una componente riflessiva all’opera. Quanto c’era di umano nell’ultimo xenomorfo espulso violentemente attraverso il forno nel vetro? Cosa resta di umano dopo una serie di esperimenti genetici di questa portata?
La risoluzione degli eventi - senza la risoluzione dei dilemmi etici - lascia spazio ad un finale drammatico e carico di pathos, ma indubbiamente lontano dalla vetta della morte sacrificale di Ripley. Il clone e l’androide si interrogano sul senso delle storie del mondo, sullo sfondo di una Parigi devastata dall’uomo.


Le avventure di un’iconica Ripley terminano con questa malinconica chiusa, alla ricerca di un senso per la devastazione che abbiamo dovuto ammirare nel corso di quattro lungometraggi. Il vero problema di questo quarto capitolo della saga è quello di venire dopo tre episodi meritevoli di aver esplorato a dovere le possibilità offerte da un concept di fondo meraviglioso. Se l’opera di Jeunet fosse staccata dal brand di Alien e portasse un altro nome, probabilmente staremmo parlando di un cult di successo degli anni ’90, ma l’effetto more-of-the-same che pervade la maggior parte delle scene di questo film non può non spegnere l’interesse degli spettatori. In verità l’intera saga ha dimostrato di non voler ricercare l’originalità narrativa, quanto soddisfare il palato più facile di un pubblico di massa a partire dal secondo capitolo. E “Alien - la clonazione” non è altro che l’evoluzione naturale di una saga in fase calante, che si muove a braccetto con l’abbassamento del gusto collettivo.
 
Quando è lunedì 24 aprile e la tua università non fa ponte


Anche per oggi abbiamo concluso l’analisi non richiesta di questo capitolo non richiesto. Dopo le avventure di Ripley, e prima di giungere a "Prometheus", l’attenzione di InsideMAD si sposterà sugli spin off, sugli spin off crossover, su “Alien vs Predator”. Ci vuole molto coraggio per andare fino in fondo.
A mercoledì prossimo, segnatevi l’appuntamento nell’agenda, mi raccomando.

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mercoledì 19 aprile 2017

ASPETTANDO COVENANT: ALIEN 3

Dopo il 1986, anno di uscita del secondo capitolo diretto dal mostro sacro James Cameron, la Fox, che deteneva i diritti per un eventuale terzo capitolo, sondò varie volte il terreno e arrivò più volte ad assegnare l’incarico di scrivere una sceneggiatura, ma nessuno degli incaricati negli anni riuscì a produrre uno script soddisfacente, o quantomeno completo. Tardi e ritardi storici portarono la storia del brand al 1992, quando una bozza di sceneggiatura venne affidata ad un giovane David Fincher, fino a quel momento autore di videoclip musicali. Fincher - che solo successivamente sarebbe esploso come uno dei registi cult degli anni ’90 - riversò nella realizzazione del terzo capitolo della saga la sua voglia di stupire, anche attraverso una realizzazione ardita, che non disdegnava tecniche più vicine al mondo video ludico, in piena fase evolutiva. Il vero problema di questa produzione fu a monte, ossia riguardo la stesura di una sceneggiatura che, anche nella sua versione definitiva, appariva più simile ad un agglomerato di idee differenti che ad un corpo unico. Questo si tradusse nella coabitazione di più anime all’interno di un’unica pellicola visivamente, ancora una volta, impressionante, ma che da punto di vista del contenuto, ancora una volta, non riuscì a toccare le vette d’intensità del primo capitolo.


La storia riprende pochi giorni dopo la fine del secondo capitolo. Ripley, Hicks, Newt e l’androide moribondo Bishop si trovano sulla scialuppa di salvataggio dopo essere sfuggiti all’attacco dello xenomorfo regina. Un facehugger è però riuscito ad intrufolarsi all’interno dell’abitacolo, facendo così attivare il sistema di sicurezza che tenta un atterraggio di fortuna su un pianeta vicino. L’impatto col suolo ha conseguenze traumatiche e Ripley è l’unica superstite dei trio di umani. Il pianeta su cui la protagonista atterra stavolta è una colonia penale popolata da soli venticinque detenuti, accusati dei crimini più atroci. Insieme alla protagonista però anche il parassita alieno è sopravvissuto all’impatto e la sua presenza su Fury 161 minaccia di annientare l’intera colonia di detenuti. Questa volta il facehugger si servirà di un cane per riuscire a dare vita all’alien e questo influirà sulle caratteristiche morfologiche del mostro assassino, più agile e aggressivo rispetto ai due precedenti capitoli.
Arrivati al terzo atto di una saga sostanzialmente ancorata a dei topoi ben definiti, gli elementi fondanti della trama cominciano a ripetersi di pellicola in pellicola e questo tende a minimizzare la portata assoluta di una sceneggiatura come quella di “Alien3”. Siamo nuovamente di fronte ad uno scontro che coinvolge un solo alieno, come nel primo capitolo, ma la preparazione degli umani per affrontarlo sfocia gradualmente verso l’azione frenetica dell’action puro in stile Cameron. L’opera di Fincher si pone quindi a metà tra l’horror d’ambiente di Scott e ciò che gli sceneggiatori avevano prodotto dal calderone di idee lasciato dal primo capitolo. Il primo atto di questo terzo episodio è decisamente tendente alla creazione di una tensione di fondo legata all’incombente minaccia aliena e, seppur l’isolamento di Ripley sia una parte fondante di questo sentimento d’angoscia crescente, è difficile accettare la morte fuori campo dei protagonisti di “Aliens”. Hicks e Newt erano stati tasselli fondamentali dello sviluppo della caccia allo xenomorfo e i nuovi sceneggiatori non hanno minimamente esitato a tagliarli in toto dal nuovo film. Lo stesso Cameron ebbe da ridire, poiché una scelta in questo senso di stacco tra i due capitoli tende a far rileggere il finale del secondo film solo in relazione a sé stesso. L’opera di Cameron infatti perde di significato al si là della figura di Ripley e questa mancanza relativamente grave evidenzia lo sviluppo travagliato di “Alien3”.

Un bacino sulla guancia, dai

Dopo una fase di stallo, l’azione esplode nel momento in cui avviene il primo contatto tra Ripley e il nuovo alien, nell’iconica scena in cui la lingua dentata dello xenomorfo sfiora la guancia tremante della protagonista. Da quel momento in poi, Fincher sembra voler riproporre una caccia all’intruso simile a quella del primo capitolo, quindi situata all’interno di cunicoli claustrofobici, senza però rinunciare alla velocità guadagnata nella realizzazione delle scene d’azione di Cameron. Da ottimo mestierante quale è, Fincher riesce a ricavare il meglio da una sceneggiatura non eccezionale e si dimostra in grado di realizzare il suo Alien in una cornice di sabbia e sangue, colorata di un arancione tendente al deserto dell’ultimo superstite. Il film del ’92 è inoltre memorabile per la conclusione della vicenda di Sigourney Weaver che, braccata dalle organizzazioni terrestri che bramano il potere dello xenomorfo, decide di gettarsi nella fornace per porre fin definitivamente alla vita dell’alieno che cresceva in lei. Una sequenza epica che si carica dell’emozioni provate dallo spettatore nel corso dell’intera trilogia.

L'epica fine che tutti sognavamo, l'epica fine che la fine non è

Se c’è una mancanza evidente in “Alien3” è quella di non aver saputo scavare oltre le apparenze del capitolo precedente. Ci sono le organizzazioni a scopo di lucro, ci sono i rinnegati dalla società, c’è uno scontro epico contro la vita aliena, ma non c’è alcuna possibilità per lo spettatore di speculare su una storia non detta, perché la svolta completa al puro intrattenimento ha tagliato le gambe ad ogni forma di fantasia.


Se anche questo terzo capitolo non ha saputo attingere a dovere dalle fondamenta della serie, riuscirà “Alien: Covenant” ad invertire la tendenza e a tornare ai fasti di un tempo. Appuntamento al prossimo mercoledì con la recensione del non richiesto Alien 4 o “Alien: la clonazione”. Un nome, un programma.

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mercoledì 12 aprile 2017

ASPETTANDO COVENANT: ALIENS

Nel 1986 toccò a James Cameron rimettere mano al progetto originale condotto da Ridley Scott. E “Aliens”, seguito diretto del primo capitolo, mutò la sua forma per essere ad immagine e somiglianza del suo regista.


Ripley si risveglia dopo un ipersonno durato ben 57 anni e si trova a dover giustificare gli eventi tragici del primo film di fronte ad una commissione che ha occhi solo per l’aspetto economico. Una compagnia mercantile che antepone la salvaguardia delle merci alla vita di un manipolo di sciagurati. Il pianeta sul quale era avvenuto il contatto con lo xenomorfo anni prima è ormai stato colonizzato, ma qualcosa va storto: viene perso il contatto radio con la nuova colonia e Ripley viene convinta ad accompagnare una squadra di marine spaziali per sventare un’eventuale minaccia aliena.
Se l’incipit di questo secondo capitolo si lega perfettamente al clima della conclusione del primo, tragico e disperato, il momento dell’incontro con l’equipaggio dei marine rappresenta un vero e proprio twist nelle attitudini della pellicola, che vira vertiginosamente verso un genere action fantascientifico con tinte horror. È in questo ambito che James Cameron può sfoggiare tutta la sua abilità registica e la sua minuziosa cura per i particolari, riuscendo ad imprimere nella saga il suo marchio caratteristico. Se da un lato però questa variazione sul tema potrebbe rappresentare un enorme punto a favore per l’ampiezza della portata del fenomeno Alien, dall’altro pesa eccome l’abbandono di una stile ben preciso, fatto di tunnel claustrofobici, dense nebbie e freddi reali. Il passaggio da un singolo Alien a svariate centinaia di Aliens è la perdita dello stile impeccabile di Ridley Scott, e necessariamente delle atmosfere volute esplicitamente dal duo O’Bannon-Carpenter.


A reggere il cambiamento di registro cinematografico sono proprio le motivazione che spingono il gruppo di Ripley, ancora un’iconica Sigurney Weaver, a visitare il pianeta rinominato LV-426: nel primo capitolo l’azione dell’equipaggio della Nostromo nasceva da una richiesta d’aiuto e si muoveva su un territorio sconosciuto, nel suo seguito invece i marine spaziali portano sul luogo la loro dose di maschilismo, di egocentrismo e di violenza inaudita. L’obiettivo dichiarato dei marine è quello di spazzare via ogni forma di vita aliena, ma sarà davvero solo questo lo scopo della missione? Questa svolta action è resa possibile anche dallo sviluppo ipotetico che le armi avrebbero visto nel tempo d’ibernazione della protagonista, passando ad essere strumenti di morte per i soliti xenomorfi. Tale cambiamento produce però anche l’effetto collaterale dell’annullamento dell’aura di invincibilità che valeva per il primo “Alien” e che contribuiva pesantemente a creare quel clima infame di caccia al cacciatore inarrestabile, che avrebbe scovato e sventrato ogni membro della Nostromo, fino all’ultimo superstite. Le poche apparizioni dello Xenomorfo nel film del ’79 lasciavano allo spettatore la certezza dell’evidente destino funesto. Ciò non accade nel seguito, in cui gli alieni soffrono eccome gli armamenti della squadra d’assalto e possono impensierire gli umani contando soprattutto sul numero.
Anche la squadra dei protagonisti non regge il confronto con quella del primo film: nell’opera di Cameron regnano gli stereotipi che portano ad una caratterizzazione banale, scontata, indirizzata fin dalle prime battute ad essere un semplice supporto dell’azione bellicosa. La situazione muta leggermente quando il numero dei protagonisti scende in seguito alla mattanza degli xenomorfi e la scenografia più occlusiva aiuta il film a rientrare nei ranghi di un thriller claustrofobico. Imperdibile la scena dell’arrivo dell’ondata di alieni in cui viene staccata la luce principale della nave e resta soltanto una fioca quanto penetrante luce rossastra che illumina i volti degli ultimi superstiti dello “Scontro finale”.peccato però che questa parvenza di realismo fantascientifico duri il tempo di arrivare al duello decisivo che vede Ripley contrastare lo xenomorfo regina a bordo di un esoscheletro elevatore da carico.


“Aliens” non riesce a bissare l’immensa riserva di spunti narrativi del primo e si concede al pubblico per essere gustato come esagerata epopea galattica. Se “Alien” aveva reinventato un immaginario collettivo, riuscendo a slegarsi completamente dalle logiche del suo tempo, il suo seguito è direttamente figlio degli anni ’80 e vive in funzione di alcune espedienti narrativi propri di quegli anni, ormai obsoleti. L’opera di Cameron resta un grande film d’intrattenimento, che è possibile apprezzare anche senza aver visto il lavoro di Scott. È un peccato che gli sceneggiatori non abbiano sfruttato appieno il calderone di idee lasciato da O’Bannon, trasportandosi invece 57 anni nel futuro per avere la possibilità di un film rumoroso e lineare. Le mancanze di “Aliens” generano ancora più aspettative negli sviluppi della trilogia prequel che arriverà nelle nostre sale il prossimo 11 maggio con “Alien: Covenant”.

Non perdere ogni mercoledì l’appuntamento fisso con la recensione di un capitolo della saga di Alien. La prossima settimana sarà il turno del terzo capitolo, stavolta per la regia di David Fincher, Alien 3.


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mercoledì 5 aprile 2017

ASPETTANDO COVENANT: ALIEN

Verso il secondo film della trilogia prequel diretta dal veterano Ridley Scott, ripercorriamo l’evoluzione di una saga cinematografica iconica a partire dal primo capitolo del 1979, diretto dallo stesso Scott.


Nato dalla penna di Dan O’Bannon, con l’insospettabile quanto inconfondibile zampino di John Carpenter, "Alien" narra l’esperienza di morte e desolazione della nave spaziale Nostromo, il cui equipaggio è costretto ad una lotta serrata per la sopravvivenza. La storia, ormai nota ai più, prende corpo quando la nave Nostromo, durante un viaggio di lavoro, riceve una richiesta d’aiuto da un satellite vicino. L’equipaggio sbarca sul pianeta indicato per portare soccorso, ma si trova dinanzi alla carcassa di una nave spaziale, nella quale viene ritrovato un cadavere dalle fattezze umane, ma di una stazza esagerata. Kane, uno dei tre uomini dell’equipaggio scesi dal Nostromo in perlustrazione, entra nel cuore della nave abbandonata e scopre una distesa di uova misteriose, protette da una coltre di nebbia. Una di queste uova si schiude lasciando fuoriuscire un essere simile ad un crostaceo che attacca Kane,rompendogli il casco e aggrappandosi al suo volto. L’uomo è quindi riportato sul Nostromo dai suoi compagni per ricevere le cure adeguate, ma il parassita alieno che gli occlude le vie respiratorie ha ridotto Kane in uno stato comatoso. Questo è solo l’incipit di una drammatica odissea che vedrà l’equipaggio della Nostromo tentare in ogni modo di placare l’incontrollabile furia omicida dell’alieno xenomorfo, entrato nella nave insieme al corpo di Kane.


Rivisto anni dopo, "Alien" sembra sentire il peso del tempo, ma i pochi punti a sfavore di una pellicola storica non intaccano i pregi innovativi con cui aveva saputo conquistare tutti nel lontano ’79. "Alien" non stupisce solamente per una regia pulita e coraggiosa o per le interpretazioni perfette, ma è nella costruzione della suspance che riesce ad essere ancora all’avanguardia. Il vero motore del film non è infatti l’azione, ma ciò che non accade di fronte alla telecamera; ciò che lo spettatore può attendersi fin dalle prime sequenze, ma che non sa quando arriverà imperterrito a devastare la quiete silente dello spazio desolato. La tensione è palpabile e si propaga nei volti, nelle strutture della Nostromo, nella nave abbandonata che l’equipaggio tenta di soccorrere. I tentativi di arginare un fenomeno mortifero imprevisto lasciano gradualmente il posto alla consapevolezza della fine, all’incapacità di poter reagire efficacemente di fronte ad una minaccia di quelle proporzioni. E lo spettatore è inserito perfettamente nel contesto dell’equipaggio senza futuro, tanto da caricarsi di tensione quasi fosse egli stesso presente sulla nave spaziale, intento a nascondersi dall’alieno implacabile. Questa coesione d’insieme, percepibile fin dalla prima visione dell’opera, supera i confini dello schermo e trasmette emozioni caricate dal coinvolgimento. Il freddo del pianeta lugubre vi entrerà nella pelle, il vento della scena finale i scompiglierà i capelli. Ogni frame è un quadro dalle colorazioni fredde che vi vede protagonisti insieme allo sciagurato equipaggio della Nostromo.


Ma "Alien" non è “solamente” l’azione non agente che si carica di tensione, è anche una narrazione che procede per grandi trovate narrative sfruttate nell’attimo degli eventi presenti. Le premesse e i dettagli che connotano la credibilità del contesto fantascientifico sono infatti elementi curati nel minimo dettaglio che celano una storia antecedente e uno sviluppo futuribile. Ogni scelta in fase di scrittura è indirizzata a delineare i tratti di un universo vivo, fatto di navi spaziali da carico, pianeti inesplorati, androidi e alieni assetati di sangue. Tutto ciò che è stato solo accennato in questo primo capitolo lascia aperta la porta all’espansione di una narrazione quanto mai convincente e legittima: la nave abbandonata presente sul pianeta, la comunicazione di avvertimento, il cadavere dalle dimensioni esose, l’androide presente sulla Nostromo e soprattutto gli xenomorfi. "Alien" è infatti il risultato dello scontro tra l’equipaggio di una nave e un solo xenomorfo, ma la distesa di uova non schiuse nel cuore della nave abbandonata lascia presagire ben altri sviluppi, certamente più drammatici. Il primo capitolo ha quindi in sé le fondamenta di un’espansione cinematografica giustificata, di uno sguardo al futuro passato che ha avuto il giusto spazio con "Prometheus" e che si realizzerà presumibilmente con "Covenant", in uscita il prossimo 11 maggio.

A mercoledì prossimo per il prosieguo di questo excursus storico-xenomorfico. Prossima tappa: Aliens.