domenica 6 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 31 AGOSTO - 6 SETTEMBRE


FILM: Tutto Molto Bello (2014)
Perché non vederlo e perdere dieci anni di vita? Detto, fatto. Tra il primo e il secondo lungometraggio del conduttore di Colorado sceglier non saprei. Forse questo “Tutto Molto Bello” riesce a non essere fastidioso come il precedente per la scrittura più oculata e per certi versi umana dei protagonisti. Il problema, come al solito, è la comicità: un film comico che non fa ridere. Situazioni surreali, battute sporche, personaggi disgustosi al limite della decenza umana, Ruffini vestito da Beep Beep. I più fastidiosi però sono in assoluto Scintilla, mai una risata, solo lacrime, e Angelo Pintus, scadente anche e soprattutto a livello di recitazione. Sembra tutto sbaglaito. I tempi, la musicalità delle parole, la regia, la scelta degli attori, Pupo. Ma che ci fa Pupo in questo film? Pupo che oltretutto viene presentato intento a giocare a poker e, visti i suoi trascorsi, ironizzare su una piaga sociale che cresce rapidamente di pari passo con la disoccupazione e che è riconosciuta da anni come vera e propria patologia psichiatrica, beh diciamo che non fa ridere così tanto.
Ruffini, fai altro. Please. #tuttomoltobrutto VOTO: 2.5


FILM: Paycheck (2003)
Opera occidentale e occidentaleggiante del maestro dell’action cinese John Woo. Il film, scritto dallo sceneggiatore di Blade Runner, nonché autore di celebri romanzi di fantascienza, Philip K. Dick presenta un duplice volto legato all’eterogeneità delle due anime che hanno dato vita al prodotto. Da una parte Woo dirige perfettamente le scene d’azione che risultano divertenti, frenetiche e mai monotone; dall’altra la mano di Dick si sente nella scrittura di una trama intricata, complessa e funzionale al modo di fare cinema del regista asiatico. L’apice dell’intrattenimento si ha quando il protagonista, lo smemorato neo Batman, deve riuscire a ricostruire un puzzle temporale attraverso gli oggetti che lui stesso ha depositato nel cavò di una banca. Un biglietto del treno, un pass, un accendino. Tutto servirà a chi sa già il proprio futuro. Alcuni elementi, sia secondari che principali, soprattutto nel finale, però rischiano di rovinare l’intera esperienza facendo calare spaventosamente il livello del film. Sarebbe potuto diventare un classico del genere e invece no. VOTO: 7.5



FILM: Un Natale Stupefacente (2014)
Io di solito evito molto volentieri i cinepanettoni e le loro reincarnazioni moderne (quelle che non hanno più “Natale a…” nel nome, per capirci), ma un’intervista di Lillo e Greg su Sky Cinema in cui Lillo intervista Greg e viceversa mi aveva fatto parzialmente ricredere riguardo l’improbabile qualità del prodotto. Certo però che Vanzina alla regia non si smentisce mai, e ciò che ne viene fuori, manco a dirlo, è il solito film di Natale che parte leggermente meglio degli altri, ma finisce comunque con incesti, finzioni e gente che sta con gente ma ama gente e inganna altra gente per stare con la gente che ama davvero. Solito prodotto scadente in cui neanche i due comici romani, che io apprezzo oltremodo, riescono ad esprimere la loro verve nonsense e rimangono incastrati in una scrittura banale che vorrebbe essere per tutta la famiglia, sì, ma per una famiglia di decerebrati. Ovviamente bocciato. Irritanti e superficiali le figure dei due assistenti sociali prima pro famiglia tradizionali e poi improvvisamente gay, che poi uno di loro è il Libanese di “Romanzo Criminale - La Serie”. Che brutta fine. VOTO: 4



ALBUM: The Geeks and the Jerkin' Socks (2011)
Shaka Ponk (SHK PNK), gruppo francese che conoscevo solo per “My Name is Stan”, singolo di un paio di anni fa che non mi aveva fatto impazzire per l’amalgama rivedibile tra i suoni discordanti e la voce roca della vocalist. Consigliato però da amici ho deciso di concedere comunque loro una possibilità e di ascoltare per intero il lavoro da cui era tratto il controverso singolo. Il riscontro è stato ottimo: il funk anni ’80 e '90 che torna mescolato all’elettronica francese funziona e regala brani decisamente convincenti quali “Run Run Run”, “Brunette Localicious” e “I’m Pick”. Assieme a questi brani di buona fattura, ho però notato anche altri molto meno curati nella scrittura, prevedibili e armonizzati in maniera non eccellente in questo modo la commistione di suoni fastidiosi finisce per stancare l’orecchio dell’ascoltatore anziché stupirlo. Alti e bassi. Ma quella sulla copertina è Tempesta? VOTO: 7

venerdì 4 settembre 2015

DO YOU BELIEVE IN DESTINY?

A volte ci si trova in circostanze particolari nelle quali non si può fare a meno di pensare al destino, al fato. A volte un (di)segno divino sembra l’unica spiegazione a coincidenze astrali che hanno dell’impossibile. Se ci mettessimo a riflettere un attimo su ciò che siamo e che abbiamo, tutte le cause della nostra vita potrebbero essere ricondotte a sfumature lievi e impercettibili. Una sfera che viene appena sfiorata da Aldo sulla cima di un piano inclinato. Un battito d’ali di una farfalla. Quel momento della nostra vita in cui un’ammissione di responsabilità anziché la solita rinuncia avrebbe portato la nostra intera esistenza a virare bruscamente verso altri lidi, nuovi lidi, mete e orizzonti. A volte quindi, guardando da lontano, tutto ciò che possiamo fare è sentirci piccoli. È pensare che esista qualcosa fuori di noi che regoli perfettamente gli incastri del tempo. Un’entità che compone quel puzzle limando alla perfezione tutti gli spigoli usciti imperfetti dalla nostra fabbrica. Quell’entità che chiamiamo Destino.


È questo il tema portante di How I Met Your Mother, la serie comedy per eccellenza. Il nuovo Friends; la sitcom degli anni 2000. Tutte etichette di cui abbiamo sentito abusare per anni e che ancora oggi aleggiano nelle conversazioni di chi, come me, si è lasciato coinvolgere appieno da Ted Mosby nella sua ricerca di vita. La donna e la felicità. Per quei pochi che non la conoscessero, HIMYM tratta di un ventisettenne aspirante architetto che passa le sue serate tra la compagnia degli amici al McLaren, la ricerca di una ragazza e la speranza di un futuro migliore, magari mettendo in pratica insegnamenti di anni di studi. Dopo un paio di stagioni passate più in sordina e decisamente più leggere, il personaggio di Ted,interpretato da un più che mai convincente Josh Radnor, subisce un’evoluzione successiva alle peripezie che la vita lo costringe ad affrontare. Egli comincia gradualmente a credere nelle coincidenze che hanno segnato alcuni suoi momenti e si accorge di quanto queste abbiano poi spalancato le porte a nuove esperienze. Comincia a credere nell’esistenza di un’unica anima gemella e si decide ad impiegare tutte le sue forze nella spasmodica ricerca di questa. Da “quella giusta” all’ “anima gemella”: ecco l’evoluzione embrionale del protagonista. Dapprima impegnato nel trovare le affinità, i dettagli, il benessere. Poi ossessionato dall’insieme, da quella persona che possa rappresentare per lui sempre fonte di nuova ispirazione, nuova linfa, vita. Una, forse nessuna. Unica.


Ma torniamo a noi, al destino. Ogni storia d’amore del giovane Ted è segnata profondamente dal caso e dalle coincidenze: dal corno blu ai cellulari identici, dalle promozioni di Robin e di Victoria all’identità del chirurgo contattato per rimuovere il tatuaggio a farfalla, dai tentativi di sabotaggio di Lily all’irrefrenabile vizio di cercare la gente su internet prima di averla conosciuta. Tutto è all’apparenza futile e insignificante, ma tutto peserà oltremodo sulle scelte future e sulle occasioni di vita del protagonista. Ma la più grande coincidenza mai congeniata e riportata sul piccolo schermo è l’intera storia della madre. L’amorevole e dolce ragazza con l’ombrello giallo. Tanti piccoli dettagli che legano i due personaggi fin dalle prime stagioni; una corsa continua e instancabile per inseguire quella donna che ci viene presentata solo nell’ultima scena dell’ottava stagione. Otto stagioni, otto anni. Una costruzione minuziosa e certosina dei creatori che hanno dato vita ad una trama e ad un personaggio centrale nella narrazione senza che questo fosse effettivamente presente sulla scena. La madre è qualcosa che esula dalla normale scrittura americana dei personaggi delle sitcom e delle serie in generale. La madre è contemporaneamente soggetto e oggetto: è personaggio che vive cresce e cambia nell’ombra ma è anche fine ultimo delle ricerche che spingono avanti la serie per nove lunghe stagioni. È la conferma della teoria sul destino. Senza la figura della madre cadrebbe ogni cosa, la serie si sbriciolerebbe come un castello di sabbia in un uragano. La madre è la giustificazione di nove anni di indizi, strade sbagliate prese con molto raziocinio ed altre esatte prese solo grazie al caso, anni di coincidenze e porte mai chiuse, anni di crescita e di attesa. Aspettando che tutto questo caos prenda forma, che tutto abbia un senso.


Quante erano all’inizio e quante sono state nel corso della serie le possibilità di Ted di incontrare la ragazza con l’ombrello giallo? Nessuna o infinite? A voi la scelta. Credete che ogni dettaglio di ogni singola giornata vuota della nostra vita rappresenti l’occasione da cogliere, il momento in cui diventiamo protagonisti o pensate che gli alti e i bassi facciano tutti parte di un percorso infinito che dipinge con maestria il quadro della nostra vita e ha in serbo per noi l’oggetto dei nostri desideri solo alla fine di un lungo susseguirsi di coincidenze? Nessuna delle due forse, o entrambe. Forse è vero che tutto è parte di un percorso, forse è vero che esiste qualcosa più grande di noi; ma se diamo per buono tutto ciò, dobbiamo anche ammettere che sta a noi riconoscere la nostra ragazza con l’ombrello giallo quando il destino farà incrociare le nostre strade. Perché tutti incontreremo primo o poi la ragazza con l’ombrello giallo. Be in the right place at the right time. That's it.



Leggendo attentamente quest’articolo potreste intuire quanto, a mio parere, il finale frettoloso di tutta la serie abbia inevitabilmente urtato le basi di queste teorie sul fato. Ma ne riparleremo. Statene certi.

mercoledì 2 settembre 2015

TOP 15 SERIE ANIMATE DISNEY - FINALE

Eccoci arrivati all’ultima parte della nostalgica classifica incentrata sulle migliori serie TV animate targate Disney. Quelle con cui siamo cresciuti, che ci hanno formato e informato sul mondo. Quelle serie che ci svegliavano meglio la mattina o che ci tenevano compagnia nei pomeriggi autunnali di pioggia, quando non si poteva far altro che stare a casa. Le serie di cui ancora oggi ricordiamo sigle, personaggi ed episodi storici. Un pezzo di noi.


5° POSIZIONE: Cip Ciop - Agenti Speciali (1989)
Ricordate Cip e Ciop, i due fastidiosi scoiattoli che da sempre rovinano i momenti di tranquillità sull’amaca del malcapitato Paperino? Ecco, prendete quei personaggio, rendeteli più umani e vestiteli da novelli Sherlock e Holmes. Avrete così ottenuto il giallo Disney più divertente, appassionante e variegato. I due protagonisti, affiancati da altri tre personaggi coloratissimi e molto divertenti, formeranno una novella Misteri e Affini alla caccia di loschi malviventi. Gli elementi che ancora ricordo chiaramente di questa serie, ormai passata di moda, sono il metodo meticoloso e attento con cui i protagonisti ricercano indizi utili alla risoluzione dei casi, la frenesia degli inseguimenti, i colpi di scena e la perfetta costruzione delle storie. Una costruzione che pone sui dettagli e sulla suspance le sue fondamente. Se non ci fosse stato Scooby-Doo non ci sarebbe stata Cip e Ciop, ma senza Cip e Ciop non ci sarebbe stata Fillmore. Un’opera storica da recuperare e gustare ancora oggi. Fatelo.


4° POSIZIONE: Ricreazione (1997)
I personaggi più iconici di sempre. Il ritratto perfetto della vita di un bambino delle elementari. Ricreazione riesce a ricreare quel momento in cui tutto è più grande ma l’immaginazione di un pargolo ha la meglio sulla cattiveria del mondo, sulla routine, sulla tristezza e una semplice e ordinaria giornata di scuola può trasformarsi nell’esperienza più entusiasmante di sempre. Ciò che dimentichiamo di saper fare crescendo. La mia fanciullezza in una sola semplice serie. Meravigliosa.


3° POSIZIONE: Lilo E Stitch (2003)
L’omonimo lungometraggio animato del 2002 ha dato inizizio ad una serie di prodotti seondari legati al brand dell’esperimento 626. Tra questi spicca indubbiamente la serie animata andata in onda prima su Disney Channel e poi sulle reti Rai. Le atmosfere sono le stesse dei film: isolotto nelle Hawaii, surf, musica folkloristica, problemi familiari e molto Elvis. Ciò che di nuovo la serie introduce sono gli altri esperimenti; e per ognuno Lilo e Stitch dovranno trovare una sistemazione utile alla comunità dopo aver salvato il potenziale pericolo dalle grinfie di Gantu e dell’accanito preparatore di panini 625. La serie spinge fortemente sul lato collezionistico e sulla curiosità innata del giovane pubblico centrando perfettamente nel segno. Un esperimento più fantasioso dell’altro, una puntata migliore dell’altra. Ricordo perfettamente almeno la metà degli episodi, questo vorrà pur dire qualcosa. What Children Want!


2° POSIZIONE: Kim Possible (2002)
LA Storia del canale. Basterebbe solo questo per descrivere Kim Possible, ma parliamone ancora un po’. In realtà la serie narra di Rufus, talpa senza pelo, amante dei burritos e dei tacos, che vive nella tasca del pantalone di Ron Stoppable. È lui il vero protagonista. La talpa, non Kim, non Ron. Ma se vi interessa la storia della donzella, essa ruota attorno all’agente segreto più divertente della storia dell’animazione. Avventure ben congeniate, epiche ed esilaranti. A metà tra storie originali e parodie dei classici d’azione e di spionaggio vicini alla serie dell’agente 007. Una comicità classica ma sempre fresca e un finale di serie ( il film “Kim Possible - La Sfida Finale”) che rende giustizia all’intera produzione superando il livello medio degli episodi. Ciò che ogni serie perbene meriterebbe e che invece quasi mai viene realizzato. Il nuovo punto di riferimento per tutte le serie action nate dal 2000 ad oggi. Storico.


1° POSIZIONE: DuckTales (1987)
Prima di DackTales il mondo era diverso: il muro di Berlino era ancora in piedi, non esisteva l’Unione Europea tanto cara a Salveenee, la Disney non produceva serie originali e l’idea di creare degli spin-off con le star dei film era ancora lontana quando i responsabili della casa di produzione decisero di trasporre sul piccolo schermo la serie a fumetti DuckTales. Zio Paperone, Qui, Quo e Qua, Jet, Archimede e sporadicamente Paperino. La dinastia dei paperi alle prese con le avventure di Indiana Jones. Prima di Kim Possible fu Paperon De’ Paperoni a dettare i canoni delle serie animate Disney per quasi quindici anni. Perfetta, con l’aggiunta di una sigla storica che probabilmente rende più in italiano che in lingua originale, strano ma provare per credere. Cosa chiedere di più? Irraggiungibile.

Ora potete finalmente rilasciare tutte le lacrime trattenute. Spero che questa serie vi abbia fatto tornate, anche se per poco, un po’ bambini. Spero che tutti voi, grandi e piccini, ricordiate chiaramente la vostra infanzia. Quando non c’erano responsabilità o problemi. Quando il mondo era più colorato.
A presto con la prossima TOP/FLOP. A presto. Lacrime.


domenica 30 agosto 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 24-30 AGOSTO


FILM: Ted 2 (2014)
Seguito del successo di pubblico (non di critica, badate bene) dal creatore de “I Griffin” e “American Dad”, Seth McFarlane. Stavolta il nostro Teddy Bear preferito sarà costretto a difendersi in tribunale dalle accuse di non essere una persona indipendente ma una proprietà. A tratti questa trama, decisamente più complessa e profonda di quella del primo film, sembra essere solo il pretesto per nuove e più dissacranti battute; uno sguardo più attento invece potrebbe notare l’evoluzione del brand e il tentativo del simpatico Seth di muovere una critica più acuta e fondata alla società moderna. Le risate non mancheranno affatto e i temi saranno assai più accattivanti. In senso generale invece la pellicola pecca molto nella costruzione infantile dei personaggi in un contesto più maturo, ma, sorvolando su alcune falle, si potrebbe azzardare la superiorità di questo film sul precedente. VOTO: 7


FILM: Delivery Man (2014)
Remake della commedia canadese “Starbuck- 533 figli e non saperlo”. Il regista è lo stesso del titolo originale e ciò potrebbe lasciar pensare ad una mera manovra commerciale per bissare il successo del primo film sfruttando i soldi della Hollywood bene; in realtà la qualità aumenta di pari passo con il budget e tutto sommato il remake con vero investigatore Vince Vaughn riesce a superare il progenitore in molti aspetti. Fotografia, regia, recitazione, montaggio e sonoro. Delivery Man si dimostra all’altezza delle aspettative, nonostante un finale leggermente banale e qualche sporadica caduta di stile. Diverte e intrattiene per un’ora e mezza; non un prodotto indimenticabile, ma godibile. VOTO: 7




FILM: Un’Ottima Annata (2006)
Ridley è un must del cinema americano, una colonna che in passato ha firmato capolavori ancora oggi insuperati, pellicole che hanno segnato una generazione. Il tempo però passa per tutti e non sempre i registi si avvicinano al vino per qualità, non sempre migliorano invecchiando. A volte finiscono le idee, a volte si stancano e stancano il pubblico, a volte propongono pellicole vuote di contenute e sostenute solo dalla forma e dalle interpretazioni delle singole star. È questo il caso di “Un’Ottima Annata”, film in cui un Russell Crowe, ormai in crisi di mezz’età, abbandona il lavoro di broker in Inghilterra per tornare alle origini, alle radici e alla semplicità della vita di campagna. Un enorme manifesti “si stava meglio quando si stva meglio insomma”. Una commedia in cui si ride ma non troppo, si riflette ma non troppo, ci si appassiona alla scontata storia d’amore ma non troppo. Si salvano le meravigliose riprese della Borgogna e le interpretazioni dei due protagonisti, perché Crowe è sempre Crowe. Peccato la profondità di trama non esista. Un prodotto medio e dimenticabile, ma non per questo negativo. VOTO: 6.5



ALBUM: Multi-Love (2015)
Terzo lavoro per gli Unknown Mortal Orchestra (unknown anche perché non li conoscevo una settimana fa e sinceramente non posso dire di conoscerli tuttora) che recuperano le sonorità tipiche degli anni ’80 e tentano di riproporle ad un pubblico più giovane che purtroppo o per fortuna ha perso la possibilità di vivere di persona quegli iconici anni in quanto venuti alla luce tempo dopo. Giovani tipo me insomma.

L’album parte bene con il singolo che dà il nome al lavoro stesso, ma poi si perde e si ripete in maniera eccessiva peccando nell’arte del rinnovamento: a tratti non sembra una rielaborazione della musica di quegli anni, ma una copia. A volte sembra mancare quella scintilla che si percepisce nei prodotti d’alta scuola. Dopo un inizio convincente quindi l’album presenta una flessione dapprima impercettibile, poi sempre più evidente. Ogni flessione ha però un miglioramento finale: “Necessary Evil” e “Puzzles” infatti riescono a riportare l’album su determinati binari. Un prodotto conciso che nasconde in sé diverse luci e talune ombre, ma che tutto sommato ha i suoi picchi d’interesse scavando dove pochi scavano e dove pochissimi riescono a scavare. VOTO: 7

giovedì 27 agosto 2015

NBT: LOLITA

Ciao sono Paolo e oggi Mattia mi ospita nel suo blog per parlare del film “Lolita” di Stanley Kubrick. Ora, su questo argomento ci sarebbe molto da dire e molto di cui discutere ma con il vostro permesso mi soffermerò solo su un aspetto in particolare di questo film (che poi è anche l’elemento centrale della storia) ovvero la relazione tra Humbert (James Mason) e Lolita (Sue Lyon). Una relazione certamente scandalosa da inserire in un film a quei tempi, si parla di una liaison tra un uomo di mezza età ed una quattordicenne dopotutto. Aggiungete poi che Humbert è anche il patrigno di Lolita e otterrete una relazione con incesto e pedofilia. È naturale pertanto che all’epoca il film fece scalpore ma a mio avviso l’attrazione che Humbert prova per Lolita non è affatto carnale o per lo meno non solo. Vedrò di spiegare il mio punto di vista nel modo più esaustivo possibile.


Humbert si innamora di Lolita nell’istante stesso in cui la vede non solo perché giovane e bella ma anche e soprattutto per l’aura che emana, un’aura di leggerezza e semplicità. Lolita è pura e autentica, ma allo stesso tempo è anche maliziosa e impertinente. Humbert poi, convivendo con Lolita e la madre di lei, impara a conoscere meglio tutti gli aspetti del carattere dell’amata. Scopre che Lolita, pur essendo già precocemente adulta sotto molti punti di vista, mantiene spesso dagli atteggiamenti quasi bambineschi, è una ragazza spesso deliberatamente infantile e ed è proprio questo suo modo fanciullesco e spensierato di guardare al mondo che lo attrae in particolar modo. Per usare le parole di Humbert stesso: “What drives me insane is the twofold nature of this nymphet, a veteran nymphet perhaps, this mixture in my Lolita of tender, dreamy childishness and a kind of eerie vulgarity”.
Lolita è immatura, puerile e forse anche sprovveduta ma è una boccata d’aria fresca per Humbert disgustato dalla banalità dei suoi coetanei. Nel film i coetanei di Humbert sono rappresentati da Mrs. Haze (la madre di Lolita) e dai coniugi Farlow: personaggi insulsi ed insipidi che non suscitano in Humbert alcun interesse. Humbert arriva anche a sposare Mrs. Haze ma lo fa solo per poter rimanere vicino a Lolita. Nel periodo in cui i tre convivono nella stesa casa è evidente il contrasto tra la figura di Mrs. Haze e Lolita: la mediocrità e la volgarità della madre fanno da contraltare alla solarità e sensualità della figlia.
La madre di Lolita morirà, investita da un’auto, poco tempo dopo e finalmente Humbert potrà iniziare la sua tanto agognata relazione con la figliastra. Humbert fa di tutto per impedire che Lolita possa abbandonarlo ma è proprio questo comportamento ossessivo che esaspera la ragazza e che alla fine la induce a fuggire con Quilty (Peter Sellers).


Tre anni dopo la sua fuga Lolita contatta nuovamente Humbert per chiedergli del denaro. Nella scena finale in cui Humbert la incontra per l’ultima volta nella nuova casa di lei, Lolita sembra essere cambiata radicalmente. Ora è una donna. La sua adolescenza sembra esserle scivolata di dosso. Porta degli spessi occhiali, indossa un grembiule per stirare e mostra una gravidanza in stato avanzato. È sposata con Richard Schiller, un ragazzo squattrinato ed insignificante. Deve occuparsi alle faccende di casa e tenere d’occhio il bilancio familiare. Ora ha obblighi e responsabilità, non è più quella ragazza spensierata che Humbert aveva conosciuto tre anni prima. Lolita si è trasformata in Mrs. Dolores Schiller. Una casalinga qualunque.
La fine dell’innocenza di Lolita? Non sarei propenso a chiamarla così dato che non era particolarmente innocente neppure in precedenza. No, qui siamo di fronte alla fine della leggerezza di Lolita. Tutta quella vivacità, tutta quella joie de vivre di cui Humbert si era follemente innamorato se ne sono andate lasciando spazio ad una nuova Lolita disincantata, adulta, matura. Questo cambiamento così evidente scandalizza Humbert. La Lolita che aveva conosciuto e amato non esiste più, dopo che aveva sofferto così tanto per conquistarla gliel’hanno portata via. Hanno ucciso Lolita! Le hanno tolto ciò che la rendeva speciale. Ma che cos’era che la rendeva così unica? Di preciso non si può spiegare: era una scintilla effimera, fugace, eppure così bella. Quella scintilla si è spenta e Lolita è diventata una donna qualunque, certo ancora splendida esteriormente eppure terribilmente ordinaria.
  
Humbert si rende conto che forse era stato un folle anche solo a sognare che sarebbe rimasta per sempre la sua “ninfetta” (così la definisce nel suo diario), che non sarebbe mai cresciuta e che avrebbe conservato quella scintilla per tutta la vita.
Humbert alla fine consegna a Lolita i soldi che gli aveva chiesto ed è costretto ad abbandonarla tra le lacrime.



Come avrete capito si tratta di una storia d’amore estremamente squilibrata ed è quasi un miracolo che un film del genere sia uscito al cinema in quegli anni. Quello che emerge dal film però non è la ricerca da parte del protagonista di rapporti sessuali con una minorenne (come può sembrare ad un primo impatto) ma piuttosto la voglia di trovare nuovi stimoli per amare.  Autenticità, freschezza, spontaneità: ecco cosa cercava veramente Humbert, non tanto la soddisfazione carnale.
Infatti l’elemento erotico in “Lolita” è molto sublimato per non dire del tutto assente: visto con gli occhi di oggi questo film è estremamente casto. Certo per alcuni versi Kubrick fu costretto a rendere il film casto per evitare che venisse censurato, ma secondo me rivedere la storia di Nabokov in un’ottica meno sessuale dà la possibilità al pubblico di comprendere i sentimenti del protagonista e permette che si instauri un’empatia tra lo spettatore e Humbert. Se il film fosse stato più spinto a mio avviso questa empatia non ci sarebbe stata perché il pubblico non sarebbe riuscito ad andare oltre al sentimento di ribrezzo nei confronti di un uomo che approfitta in maniera turpe di una adolescente.

P.S. Le opinioni che ho espresso si riferiscono in modo specifico al film e non al libro dal quale è stato tratto. Nel libro di Nabokov (che non ho ancora letto) a quanto pare la relazione tra i due è molto più scabrosa, e l’età di Lolita è di soli 12 anni.


Paolo Della Corte