Rieccoci a parlare di passato con le lacrime agli occhi e le sigle nelle orecchie. Oggi prosegue la scalata alla vetta attraverso cinque serie Disney, alcune più classiche, alcune più particolari, alcune più fantastiche. Ormai, arrivati a questo punto, la qualità intrinseca dei prodotti è pressoché stabilizzata su uno standard medio-alto, ciò che incide maggiormente sulla scelta delle posizioni da assegnare è il mio personalissimo gusto; per cui fatevene una ragione se non siete d’accordo, godetevi questa rosea rimembranza ed eventualmente commentate qui sotto o sui social(s) per dire la vostra. E che Magia sia!
10° POSIZIONE: Timon e Pumbaa (1995)
Ad un anno dall’uscita nelle sale del Re Leone, arrivano sul piccolo schermo le avventure delle due spalle comiche più iconiche di sempre: il suricata Timon e il facocero Bumbaa. Le risate sono garantite. Episodi molto spesso autoconclusivi che indagano il dolce far nulla della coppia nella giungla. Citazioni a raffica e trovate sempre nuove per stupire i giovani spettatori che non possono fare a meno di aspettare con impazienza l’ora di Timon e Pumbaa, l’ora del divertimento, anche a vent’anni di distanza. L’età che non si sente. Serie poco profonda ma indubbiamente riuscita e senza tempo.
9° POSIZIONE: Pepper Ann (1997)
Le disavventure semicomiche di una ragazza adolescente, poco appariscente, ma molto creativa e intelligente. La serie, che dallo stile dei disegni e dalle musiche potrebbe far pensare alla solito prodotto incentrato sui soliti stereotipi dei soliti ragazzi americani medi, in realtà scava nel profondo del personaggio di Pepper Ann mostrandone dubbi, perplessità e problemi apparentemente insormontabili legati all’età attraverso i monologhi della protagonista con la se stessa immaginaria, quella dello specchio per intenderci. Anche i personaggi secondari non sono da meno, dalla madre ai due migliori amici, tutti ben caratterizzati, divertenti e funzionali all’introduzioni di temi più interessanti; uno su tutti la difficoltà di crescere con i genitori divorziati. Una serie molto sottovalutata a causa di alcune lacune tecniche non indifferenti. Da recuperare.
8° POSIZIONE: Phineas e Ferb (2007)
I cartoni di una volta sono migliori di quelli di oggi. Ai miei tempi non c’era Peppa Pig. Si stava meglio quando si stava peggio, non esiste più la mezza stagione e altre sciocchezze simili. Phineas e Ferb ha esordito sulle reti satellitari nel lontano 2007, quando il sottoscritto scrivano aveva già dodici anni suonati, anche se ne dimostrava undici e mezzo. Credo fosse l’estate in cui cambiai voce. Dodici cominciavano ad essere abbastanza per andare in classe e raccontare di quanto fosse stata avvincente l'ultima puntata di quel cartone su Disney Channel. Sta di fatto che di serie animate come queste non se ne vedevano da tempo: esilarante, accattivante, divertente e innovativa. Una comicità quasi mai banale che cita spesso (soprattutto nelle storie del duo Agente P.-Dr. Doofenshmirtz) e riesce sempre a rinnovarsi. Trovate geniali come i cori per annunciare i luoghi o il mattone (“È divertente”). Ma ciò che risalta di più di Phineas e Ferb è l’inventiva dei creatori nell’immaginare in ogni puntata cosa potrebbero creare di nuovo due bambini usando solo la loro immaginazione. Gli sceneggiatori sono realmente riusciti ad entrare nella mente di un pre-adolescente e a capire le prerogative della fantasia di questo. Unica.
7° POSIZIONE: Fillmore! (2002)
Una delle mie serie preferite in assoluto. L’universo del giallo e del poliziesco viene adattato e riversato in uno stampino formati mini a forma di scuola media X. Intenso, coinvolgente, ben scritto e decisamente maturo. Tutto ruota attorno alla figura dell’agente Cornelius Fillmore che, coadiuvato dalla nuova arrivata Ingrid Third, si occupa della sicurezza nella suddetta scuola. Giovani malviventi, spacciatori di figurine e ragazzi scartati dalla squadra di football assetati di vendetta però rischieranno di minare costantemente il lavoro della vigilanza. Fantastici i dialoghi in salsa pulp tra il protagonista e il responsabile del corpo di agenti (due coetanei adolescenti). Interessante anche l’apertura successiva al mondo esterno alla scuola. Se al posto dell’ambiente scolastico ci fosse un quartiere malfamato della Grande Mela e al posto delle figurine ci fosse della droga oggi staremmo parlando di una rinomata e duratura serie crime in onda su Fox, invece Fillmore! fu cancellata per penuria di ascolti. L’aspetto cartoonesco inganna. Non indirizzata ai più piccoli.
6° POSIZIONE: Gargoyles (1994)
Quella sigla mi incuteva timore al punto da bloccarmi immobile davanti al televisore acceso. Forse era questo l’intento fin dall’inizio. Tutto ciò che non è Disney: stile gotico e spigoloso, atmosfere Dark, violenza e drammi adulti. Tutto meravigliosamente diverso. La storia segue le avventure di un gruppo di Gargoyle (o gargolle in italiano), ossia quelle statue di pietra che troneggiano sulla cime di torri e di chiese antiche, che, a causa di un sortilegio magico, si risveglia nella New York degli anni ’90. Dopo un iniziale sbandamento, i nostri protagonisti decidono di impiegare le loro forzo nella lotta al male, sorvolando sul loro profondo desiderio di tornare al 994 e di riunirsi ai loro cari. Da qui prendono inizio le appassionati avventure dei guardiani della notte, avventure che si mischieranno alla malavita, agli incantesimi, alla mitologia nordica e alla guerra intestina tra Gargoyle. La Disney finalmente punta in alto e colpisce nel centro, al cuore dei ragazzi ormai stanchi delle monotone avventure di quel topo fastidioso e della sua dolce metà dalla voce infrangi-cristalleria. Una serie matura, adulta e dall’intreccio invidiabile. Quel picco che segno una generazione, purtroppo non la mia.
La prossima settimana prendiamo una pausa con questa speciale classifica nostalgica e fantasiosa per lasciare spazio ad un articolo più impegnato e riflessivo. Stile classico insomma. Per cui l’appuntamento è rimandato all’ultimo giorno d’agosto, quando sulle mie spalle graverà oramai un altro anno. Ah! La vecchiaia.
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lunedì 17 agosto 2015
martedì 11 agosto 2015
TOP 15 SERIE ANIMATE DISNEY - PRIMA PARTE
Non conosco il vostro passato, non posso conoscere il
passato di ogni giovane lettore di questo blog e come egli abbia passato l’infanzia.
Però ricordo il mio passato e la mia infanzia, che, tra un giro in bicicletta e
una maratona di Pokemon Argento, era perennemente segnata dalla presenza di
Disney Channel, canale satellitare della casa di produzione statunitense. Di
tale canale ricordo ancora tutto: serie originali, film, serie tv con attori in
carne ed ossa, produzioni nostrane della Disney Italia, Giovanni Muciaccia, ma
soprattutto le serie animate, quelle che spesso riprendevano i personaggi
storici del brand di Topolino e ne approfondivano passato, presente e futuro. Perché
allora non dedicare una TOP senza FLOP (perché FLOP non ne ho trovati) alle
serie animate in questione? Ho cercato sull’onnipresente wiki con l’idea di
stilare una TOP 5. Ciò che in realtà è venuto fuori dalla mia cernita è stata una
TOP 17 (!), poi ridotta a fatica a 15 per convenienza.
Armatevi di lacrime e nostalgia quindi, stiamo per
rituffarci in un cassetto immenso e roseo della mia memoria, stiamo per
riesumare un pezzo della nostra infanzia ormai volata via. Ecco a voi le
migliori serie animate Disney.
15° POSIZIONE: Brandy e Mr Whiskers (2004)
Serie alquanto bizzarra che, almeno a prima vista, non
farebbe pensare mai alla Disney delle famose principesse, ma più a cartoni
animati psichedelici e disturbanti in voga negli ultimi anni quali Adventure Time
(capolavoro) e Sanjey e Craig. Brandy è una cagnolina ricca e snob, mentre Mr.
Whiskers rappresenta il completo opposto: sudicio, rumoroso, fastidioso e
decisamente poco attento all’outfit. Questa strana coppia si ritrova su un’isola
fuori dal mondo e dovrà imparare a collaborare per sopravvivere. Gli episodi
ovviamente sono autoconclusivi e, tranne in rari casi, non modificano la psiche
dei personaggi e il rapporto tra questi. Ciò che davvero caratterizza la serie
è la comicità “volgare” (almeno per i bambini) che faceva ridere puntando alla
pancia dei bambini. Una piccola rivoluzione per l’epoca.
14° POSIZIONE: La Famiglia Proud (2001)
Questa serie riesce forse ad essere ancor più innovativa
della precedente. Le classiche serie tv anni ’80 e ’90 che vedevano
protagonista una normale famiglia di folkloristici afroamericani vengono condensate
e rese graficamente con uno stile sporco e spigoloso; come sporca e spigolosa è
la comicità che contraddistingue l’indimenticabile famiglia Proud. In
particolare ricordo la nonna “Sugar Mama” (chiamata in questo modo da chiunque
in famiglia) e il piccolo di casa con i capelli afro. Colonna sonora nera e
decisamente azzeccata. Infinite le citazioni alla cultura Hip Pop americana di
fine anni ’90 e inizio anni 2000.
13° Posizione: American Dragon (2005)
Serie che ho amato molto all’epoca dell’uscita, forse perché
incentrata sul mondo dei draghi e dei ninja e a dieci anni tutti i bambini
amano i draghi e i ninja. Jake long è un normalissimo ragazzo che all’occorrenza
più tramutarsi in drago per combattere le forze del male. A differenza delle
serie precedenti, questa presenta una trama di fondo molto ben scritta che
viene portata avanti di episodio in episodio. Società segrete, poteri nascosti,
amori inconfessabili e colpi di scena davvero di grande effetto. Una delle
migliori serie action presenti in classifica. Sapeva esattamente cosa volessero i bambini
all’epoca e il successo di pubblico fu più che meritato.
12° POSIZIONE: Buzz Lightyear da Comando Stellare (2000)
Talvolta cavalcare l’onda è sinonimo di soldi facili a
discapito della qualità, ma non è questo il caso della serie animata incentrata
sulle ipotetiche avventure dell’enorme Buzz Lightyear, protagonista della
celebre saga di Toy Story. In realtà esiste un passaggio intermedio che molti
ignorano: la serie presente in questa classifica è in realtà il prosieguo di un
pilot-film rilasciato direttamente in VHS nello stesso 2000 dal titolo “Buzz
Lightyear da Comando Stellare: Si Parte”. La storia riprende le ipotetiche
avventure di Buzz sul suo pianeta natio, coadiuvato da tre agenti spaziali
molto sopra le righe nella battaglia infinita a Zurg. La serie probabilmente
pecca graficamente e non riesce a mantenere lo stesso livello d’intrattenimento
in tutti gli episodi, ma rivedere questo personaggio storico della Pixar in una
serie tutta sua ed esplorare con lui il comando stellare fino a quel momento
solo sognato le fa meritare il dodicesimo posto.
11° POSIZIONE: Ecco Pippo! (1992)
Pippo è esilarante. Una sagoma maldestra dedita alla
risata. I corti più datati lo vedevano sempre alle prese con situazioni surreali
e sopra le righe, ma come se la cava il nostro Pippo nella quotidianità? Ecco che
il giovane Max ci viene in aiuto e costringe lo stravagante protagonista ad
assumersi le responsabilità del padre. E il connubio Pippo-semplicità funziona
benissimo divertendo, coinvolgendo e regalando sporadicamente interessanti
lezioni di vita che un bambino non riconosce al momento ma che ricorderà e
riconoscerà poi. Una serie d’altri tempi. Si stava meglio quando si stava
peggio, ogni tanto ci credo.
Spero che anche voi abbiate ricordato con piacere queste serie di un futuro passato o di un passato futuro; facciamo di un passato passato. A lunedì prossimo per la seconda parte della classifica estiva. Buone vacanze, almeno per chi è in vacanza, altrimenti buon caldo.
giovedì 16 aprile 2015
NBT: MALINCONIA
Esistono pochi sentimenti potenti come la Malinconia, e altrettanto pochi sono quelli carichi di poesia come la stessa. Basti pensare all’enorme numero di poeti, scrittori e registi che hanno affrontato questo tema e le opere d’arte che (spesso) ne sono scaturite; stiamo parlando d’altronde di un qualcosa che può accompagnare grandi parti della nostra esistenza, un senso di profonda tristezza che almeno una volta ha colpito ciascuno di noi, per motivi sempre diversi. Ci sono individui malinconici di natura, altri che in alcuni frangenti si sentono inadeguati, altri ancora che non trovando il mondo là fuori conforme a quello che sentono dentro si chiudono in sé stessi, angosciati e terribilmente rassegnati. Ma la malinconia non scaturisce solo da questioni così grandi, può sorgere anche da una semplice delusione d’amore, da una lite con qualcuno caro o da un amicizia interrotta.
Spesso questo tipo di sentimento viaggia parallelamente ad una grandissima nostalgia, di cosa non lo sappiamo nemmeno noi; semplicemente ci terrorizza pensare che i migliori momenti della nostra vita possano essere già passati, che nulla sarà bello come è stato in precedenza. Ed è proprio questo pesante senso d’angoscia che numerosissimi artisti sono riusciti a tramutare in musica, dando vita a piccole opere d’arte rispecchianti tutti queste terribili sensazioni; sono sicuro che ognuno di voi ha in mente vari titoli, tutte tracce che vi hanno accompagnato nei momenti più bui. Io ora vorrei proporvene cinque, cinque canzoni a cui sono particolarmente attaccato e che sono sicuro possano piacere anche a voi.
SENTENCED – NO ONE THERE (2002)
No One There è una delle tracce più cupe e malinconiche che io abbia mai avuto la fortuna di ascoltare, e non per nulla è anche una delle canzoni più belle mai scritte. I finlandesi Sentenced hanno con questo pezzo costruito la gemma più nera della loro discografia, una traccia che lascia addosso un senso di rassegnazione gigantesco, una spaventosa angoscia nei confronti della vita e della solitudine. “When the wind blows to my heart, it shivers me one last time, as I reach out in the dark, no one there...” Difficile resistere alla magia di questi versi, difficile resistere alla magia di questa canzone.
GHOST BRIGADE – INTO THE BLACK LIGHT (2009)
Esistono gruppi apparentemente sconosciuti che in realtà sono capaci di sfornare pezzi che rasentano il capolavoro. I Ghost Brigade sono uno di questi gruppi: molto simili per stile ai Sentenced, anche loro provengono dalla fredda Finlandia e praticano un doom metal caratterizzato da atmosfere mistiche e cupe. La canzone in questione, Into The Black Light, è tratta dal loro secondo album, Isolation Songs , ed alla stessa maniera della canzone precedente questo pezzo ha la capacità di penetrare il nostro animo, trasudando malinconia e desolazione e possedendo un finale a dir poco maestoso. Into The Black Light non lascia spazio ad alcuna speranza, ad alcun raggio di luce, se non a quella nera. “I have waited all my life, for someone to get me out of here, I never knew the view from the edge of the world would look like this”.
BLACK SABBATH – SOLITUDE (1971)
Solitude rappresenta una delle canzoni più singolari che i Black Sabbath abbiano scritto. La sua aura mistica, il cantato morbido e malinconico di Ozzy Osbourne e le dolci sei corde di Iommi costruiscono una splendida caricatura di un animo solitario ed errante, alla ricerca disperata di una qualsiasi forma di felicità, che quasi certamente non arriverà mai. “Il mondo è un luogo solitario” dice il testo “sei da solo”; rassegnato, solo e pieno di angoscia, l’unico sollievo che il protagonista trova sta nel sedersi a casa e pensare. Tuttavia proprio questo fatto lo porta alla sconvolgente realizzazione che tutto ciò che gli rimane di certo sono solo memorie, solo pensieri, fatto che lo riempie di nostalgia. Solitude è un pezzo storico tanto quanto il gruppo che l’ha creato, non perdetevi l’opportunità di ascoltarlo. “My future is shrouded in dark wilderness, sunshine is far away, clouds linger on, everything I possessed, now they are gone”.
BURZUM – DET SOM ENGANG VAR (1994)
L’oscurità fatta a musica, la depressione e l’odio verso questo mondo tutto racchiuso in una magica, terribile e lunghissima canzone. Quello che Varg Vikernes (unico membro del progetto Burzum) ha realizzato è forse il suo pezzo migliore, quello che meglio rappresenta il suo animo perverso e disturbato. “Det Som Engang Var” significa letteralmente “Ciò che una volta era”, ed infatti il breve testo rispecchia macabramente le sensazioni di nostalgia, la perdita di ogni speranza, di ogni amore e di ogni gioia. La fantasia di ogni ascoltatore genererà le immagini che preferisce, ma di certo non saranno immagini di felicità o di qualsivoglia momento gioioso; perché Det Som Engang Var rappresenta una discesa nel Maelström più oscuro che il mondo della musica abbia mai visto, una caduta libera negli abissi più profondi del nostro animo. La canzone più oscura che io riesca ad immaginare. “Vi døde ikke...Vi har aldri levd” (“Non siamo morti... Non abbiamo mai vissuto”).
NINE INCH NAILS – HURT (1994)
Probabilmente tutti conoscete la versione di questa canzone realizzata da Johnny Cash, ma forse in molti meno sapete che la versione originale è dei Nine Inch Nails, gruppo industrial americano capitanato da Trent Reznor, che a mio modestissimo parere è uno dei migliori songwriter degli ultimi trent’anni. La traccia è l’ultima del loro disco capolavoro, The Downward Spiral, un manifesto di rabbia antisociale e di profonda introversione; l’album racconta la lenta discesa nella pazzia e nella disperazione di un uomo che non riuscendo a conformarsi trova come ultimo e unico sollievo il suicidio. Le frustrazioni dell’individuo medio, la vita in un contesto meccanico e malsano che trascinano il protagonista in un abisso; Hurt sono le sue ultime parole, dove vediamo questo personaggio lanciare un ultimo disperato segnale di speranza, poco prima di uccidersi: “If I could start again, a million miles away, I would keep myself, I would find a way”. L’ultimo barlume di luce poco prima della più profonda oscurità.
Cinque canzoni sono poche, pochissime, ce ne sarebbero migliaia da analizzare e su cui discutere. Io ho cercato di estrapolare quelle che trovo le più caratteristiche e che hanno soprattutto accompagnato me durante la mia vita; credo che la musica sia una parte importante nella crescita di una persona, soprattutto nei momenti in cui sentiamo il disperato bisogno di aggrapparci a qualcosa.
Spero di non avervi tediato con eccessive divagazioni, alla prossima.
Spesso questo tipo di sentimento viaggia parallelamente ad una grandissima nostalgia, di cosa non lo sappiamo nemmeno noi; semplicemente ci terrorizza pensare che i migliori momenti della nostra vita possano essere già passati, che nulla sarà bello come è stato in precedenza. Ed è proprio questo pesante senso d’angoscia che numerosissimi artisti sono riusciti a tramutare in musica, dando vita a piccole opere d’arte rispecchianti tutti queste terribili sensazioni; sono sicuro che ognuno di voi ha in mente vari titoli, tutte tracce che vi hanno accompagnato nei momenti più bui. Io ora vorrei proporvene cinque, cinque canzoni a cui sono particolarmente attaccato e che sono sicuro possano piacere anche a voi.
SENTENCED – NO ONE THERE (2002)
No One There è una delle tracce più cupe e malinconiche che io abbia mai avuto la fortuna di ascoltare, e non per nulla è anche una delle canzoni più belle mai scritte. I finlandesi Sentenced hanno con questo pezzo costruito la gemma più nera della loro discografia, una traccia che lascia addosso un senso di rassegnazione gigantesco, una spaventosa angoscia nei confronti della vita e della solitudine. “When the wind blows to my heart, it shivers me one last time, as I reach out in the dark, no one there...” Difficile resistere alla magia di questi versi, difficile resistere alla magia di questa canzone.
GHOST BRIGADE – INTO THE BLACK LIGHT (2009)
Esistono gruppi apparentemente sconosciuti che in realtà sono capaci di sfornare pezzi che rasentano il capolavoro. I Ghost Brigade sono uno di questi gruppi: molto simili per stile ai Sentenced, anche loro provengono dalla fredda Finlandia e praticano un doom metal caratterizzato da atmosfere mistiche e cupe. La canzone in questione, Into The Black Light, è tratta dal loro secondo album, Isolation Songs , ed alla stessa maniera della canzone precedente questo pezzo ha la capacità di penetrare il nostro animo, trasudando malinconia e desolazione e possedendo un finale a dir poco maestoso. Into The Black Light non lascia spazio ad alcuna speranza, ad alcun raggio di luce, se non a quella nera. “I have waited all my life, for someone to get me out of here, I never knew the view from the edge of the world would look like this”.
Solitude rappresenta una delle canzoni più singolari che i Black Sabbath abbiano scritto. La sua aura mistica, il cantato morbido e malinconico di Ozzy Osbourne e le dolci sei corde di Iommi costruiscono una splendida caricatura di un animo solitario ed errante, alla ricerca disperata di una qualsiasi forma di felicità, che quasi certamente non arriverà mai. “Il mondo è un luogo solitario” dice il testo “sei da solo”; rassegnato, solo e pieno di angoscia, l’unico sollievo che il protagonista trova sta nel sedersi a casa e pensare. Tuttavia proprio questo fatto lo porta alla sconvolgente realizzazione che tutto ciò che gli rimane di certo sono solo memorie, solo pensieri, fatto che lo riempie di nostalgia. Solitude è un pezzo storico tanto quanto il gruppo che l’ha creato, non perdetevi l’opportunità di ascoltarlo. “My future is shrouded in dark wilderness, sunshine is far away, clouds linger on, everything I possessed, now they are gone”.
BURZUM – DET SOM ENGANG VAR (1994)
L’oscurità fatta a musica, la depressione e l’odio verso questo mondo tutto racchiuso in una magica, terribile e lunghissima canzone. Quello che Varg Vikernes (unico membro del progetto Burzum) ha realizzato è forse il suo pezzo migliore, quello che meglio rappresenta il suo animo perverso e disturbato. “Det Som Engang Var” significa letteralmente “Ciò che una volta era”, ed infatti il breve testo rispecchia macabramente le sensazioni di nostalgia, la perdita di ogni speranza, di ogni amore e di ogni gioia. La fantasia di ogni ascoltatore genererà le immagini che preferisce, ma di certo non saranno immagini di felicità o di qualsivoglia momento gioioso; perché Det Som Engang Var rappresenta una discesa nel Maelström più oscuro che il mondo della musica abbia mai visto, una caduta libera negli abissi più profondi del nostro animo. La canzone più oscura che io riesca ad immaginare. “Vi døde ikke...Vi har aldri levd” (“Non siamo morti... Non abbiamo mai vissuto”).
NINE INCH NAILS – HURT (1994)
Probabilmente tutti conoscete la versione di questa canzone realizzata da Johnny Cash, ma forse in molti meno sapete che la versione originale è dei Nine Inch Nails, gruppo industrial americano capitanato da Trent Reznor, che a mio modestissimo parere è uno dei migliori songwriter degli ultimi trent’anni. La traccia è l’ultima del loro disco capolavoro, The Downward Spiral, un manifesto di rabbia antisociale e di profonda introversione; l’album racconta la lenta discesa nella pazzia e nella disperazione di un uomo che non riuscendo a conformarsi trova come ultimo e unico sollievo il suicidio. Le frustrazioni dell’individuo medio, la vita in un contesto meccanico e malsano che trascinano il protagonista in un abisso; Hurt sono le sue ultime parole, dove vediamo questo personaggio lanciare un ultimo disperato segnale di speranza, poco prima di uccidersi: “If I could start again, a million miles away, I would keep myself, I would find a way”. L’ultimo barlume di luce poco prima della più profonda oscurità.
Cinque canzoni sono poche, pochissime, ce ne sarebbero migliaia da analizzare e su cui discutere. Io ho cercato di estrapolare quelle che trovo le più caratteristiche e che hanno soprattutto accompagnato me durante la mia vita; credo che la musica sia una parte importante nella crescita di una persona, soprattutto nei momenti in cui sentiamo il disperato bisogno di aggrapparci a qualcosa.
Spero di non avervi tediato con eccessive divagazioni, alla prossima.
Cristiano Chignola
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