mercoledì 21 ottobre 2015

BACK TO THE PRESENT

Finalmente il giorno è giunto; il giorno che aspettavamo da trent’anni. Il giorno in cui Marty e Doc arrivano finalmente a farci visita. Oggi finisce il futuro della trilogia di Zemeckis e comincia il nostro presente. Oggi è il #backtothefutureday. Purtroppo però, girovagando per il mondo (del web), ho trovato ripetute troppo spesso le solite battute sul fatto che il 2015 ipotizzato dal film del 1989 è assai differente da quello reale. Potrebbe quindi questo giorno-tributo, una volta terminato, scalfire l’enorme successo che le pellicole in questione ottengono incondizionatamente anche ai giorni nostri? Il fatto che i nostri baldi viaggiatori del tempo appartengano ormai in tutto e per tutto al passato, potrebbe rendere la trilogia meno appetibile alle nuove generazioni?


Partiamo innanzitutto dai film: i tre capitoli di Ritorno al Futuro fondano il loro successo sull’intreccio intricato, sui protagonisti iconici e sui riferimenti alla cultura pop. L’intreccio colpisce in particolar modo considerando i primi due capitoli come episodi di uno stesso grande progetto (tralasciando quindi il terzo che, come ben sapete, si discosta molto dal “continuum spazio-temporale” della serie). Gli spettatori sono  invitati costantemente a notare i dettagli, ad imparare bene i nomi dei luoghi e dei personaggi principali, perché solo questo atteggiamento sveglio e attento consente loro di ottenere grandi soddisfazioni nella scoperta di piccoli colpi di classe quali il dialogo tra Marty e il futuro sindaco nero o il nome del centro commerciale che cambia nel futuro a causa dell’incidente del protagonista. In questo modo lo spettatore è invogliato a prestare particolare attenzione ai più piccoli dettagli perché, specialmente quando internet non era un sistema diffuso in tutte le case (secoli fa ormai), poteva vantarsi di aver scoperto un preciso easter egg che altri non avevano notato. Nasceva così quindi l’attenzione spasmodica e morbosa che la serie ha ottenuto fin dalla prima uscita nelle sale. Film che invitano lo spettatore a tendersi in avanti.
Associato a questa componente, perfettamente gestita dagli autori, la trilogia presentava un’attenzione particolare alla cultura pop soprattutto contemporanea, ma anche passata ed eccezionalmente futura. Nei primi due film infatti venivano ripresi molti fenomeni di culto, oggetto storici o icone immortali. Un esempio di queste ultime era Chuck Berry, esilarante verso la fine del primo capitolo quando, chiamato dal cugino Marvin, si ritrova faccia a faccia (o meglio, orecchio a orecchio) ad un suo futuro capolavoro, la celeberrima Johnny B. Goode. Anche i riferimenti al futuro, cioè legati al secondo capitolo, non sono da intendere, a mio parere, come semplici riempitivi e ipotesi campate in aria, ma rispecchiano chiaramente la visione che la cultura pop proponeva del futuro. Visto nel 1989, il secondo capitolo portava il pubblico ad uscire dalla sala sorridente perché assecondato nelle sue fantasie fantascientifiche futuristiche. Film che si tendono in vanti verso il pubblico.


E poi ci sono loro. Due pezzi immortali della storia del cinema. Doc Emmett Brown e Marty McFly; Christopher Lloyd e Michael J. Fox. Lo scienziato folle ma geniale e il ragazzo scapestrato ma simpatico ed irresistibile. La strana coppia che funziona ed ha parzialmente innovato le alchimie tra personaggi in film di questo genere. Due simboli degli anni ’80 di cui ricordiamo ancora tutte le battute a memoria.

“Grande Giove”

Se i miei calcoli sono esatti, quando questo aggeggio toccherà le 88 miglia orarie, ne vedremo delle belle, Marty”

“Penso che ancora non siate pronti per questa musica... ma ai vostri figli piacerà”

“Ehi, tu porco levale le mani di dosso!”
 (lo so, questa non appartiene ai due protagonisti, ma è comunque epica)

“Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!”

Battute ormai storiche, che, unite al character design dei personaggi, hanno reso cult il cult.
Questi secondo me i punti forti che rendono la trilogia ancora oggi amata da chiunque a livello mondiale. Ogni dettaglio è perfetto, ogni battuta o espressione è collocata al posto giusto e al momento esatto perché tutto scorra alla perfezione. Non film tecnicamente eccelsi, non personaggi profondi, tormentati e realistici, ma uno delle migliori saghe commerciali di sempre (se non addirittura la migliore). Si potrebbe poi parlare della componente fantascientifica, dei paradossi che tira in ballo il secondo film e parzialmente anche il primo, dell’eccezionale trovata di far ruotare i personaggi e fargli cambiare personalità senza mai snaturarli davvero, ma rendendoli sempre subito riconoscibili e amabili da chiunque. Così tanti temi e spunti di conversazione che su questa trilogia si potrebbe addirittura costruire una tesina per la maturità, cosa che vidi fare una volta, ma questa è un’altra storia.



I bimbi di oggi, che saranno poi i giovini di domani, apprezzeranno ancora Ritorno al Futuro tra cinque, dieci o vent’anni? Io credo che il mito andrà via via scemando verso una natura più cult (nel vero senso del termine) e quindi più legato ad un pubblico attempato (ah, la mia schiena!), senza però mai scendere nel genere di nicchia. Ma i capisaldi rimangono. Un giorno, non molto tardi, un bambino si rifiuterà di vivere le avventure del nostro Marty perché troppo vecchie, troppo lontane da lui. A quel punto dovrà essere la mia generazione a tenere vivo il mito della DeLorean, degli overboard e dell’almanacco sportivo, del cane Einstein e di Levi. Saremo noi a tenere in vita il cult che ha appassionato tutti e tanti ancora deve appassionare. Sperando che non veda mai la luce un remake/reboot, personalmente, credo che mio figlio non potrà esimersi dal gustarsi tutta la trilogia. In un giorno. Più volte al giorno. Povero bambino.

2 commenti:

Alberto Delibori ha detto...

E pensa che ci sono persone della nostra età che non l' hanno nemmeno visto! Purtroppo io sono uno di quelli...

Mattia Santoro ha detto...

Please rimedia. Rimedia subito, non perdere tempo!