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venerdì 7 ottobre 2016

FIVE BY FIVE #16

Ri-benvenuti in questa piccola piccola rubrica gentilmente ospitata su questo Blog, rubrica che con oggi arriva alla sua sedicesima puntata. Almeno credo, non do troppa importanza ai numeri. Eppure dovrei, che sono importanti: per esempio è appena uscito l’album numero dodici dei Green Day, che potrebbe essere una gran bella notizia se non fosse per altri tre numerini, Uno!, Dos! e Tre!. Al quatro tentativo non ci casco. Se però è successo il miracolo e Revolution Radio – questo il titolo dell’album – è perfino meglio di American Idiot allora ditelo, o scrivetelo che rimedio. Nel frattempo vi consiglio come al solito cinque pezzi novi novi che potreste esservi persi nel vorticoso turbine settembrino.  


Ben quattro anni hanno aspettato i Dirty Projectors per fare nuovamente capolino dal luogo magico da cui provengono. Dopo l’abbandono di Angel Deradoorian ci sarà quindi un seguito agli ottimi Swing Lo Magellan e Bitte Orca, giusto per citare  gli ultimi e probabilmente più celebri loro album. Da un primo ascolto di Keep Your Name però, pare che davvero il nome sia tra le poche cose, se non l’unica, rimaste dei “vecchi” Projectors: mancano i riff di chitarra alla Steve Howe, mancano i continui cambi di ritmo, manca quella la complessità, quell’intreccio di voci tipico dei loro lavori. Di fatto Keep Your Name è un pezzo hip-hop e l’unica labile traccia del passato sono le classiche percussioni gommose udibili di tanto in tanto (oltre ad un loop di piano preso in prestito da Impregnable Question, come qualcuno ha fatto notare). Forse i fan di lunga data storceranno un poco il naso ma per quanto riguarda il sottoscritto Keep Your Name è un gran bel pezzo e fa ben sperare per questa inedita versione della band statunitense.



Capito a Berlino qualche settimana fa e ovviamente non manco di fare una tappa a Kreuzberg per osservare da vicino la fauna hypster nel suo habitat naturale: i ristoranti vegani (ossimoro?). Nel pieno della mia deriva psicogeografica la mia attenzione viene catturata da un gigantesco murales che occupa tutta la facciata di un palazzo. È davvero immenso, anche perché per qualche oscura ragione i palazzi a Berlino non hanno le finestre sui lati, quindi lo spazio per dipingerci è notevole. Su l’intera parete campeggia quindi un numero, 715, un testo piuttosto criptico, ma soprattutto l’altrettanto criptica copertina del nuovo album dei Bon Iver. La trovata pubblicitaria è geniale, ma a dirla tutta non era poi così necessario un tale dispendio di energia (e vernice): ogni album della band di Justin Vernon è di per sé un evento, considerando che tra una pubblicazione e l’altra passano ere geologiche. Su 22, A Million si potrebbero fare un mucchio di considerazioni, ma mi limito a parlare di uno dei pezzi secondo me migliori dell’album: 33 “GOD”  sintetizza al meglio lo spirito che permea l’intero l’album, la sua anima comunque ancora folk, la sua veste elettronica e tuttavia mai fredda o asettica e i frutti raccolti dopo i vari flirt con l’hip-hop.



Hanno cambiato nome ma la sostanza è rimasta quella ermetica, misteriosa e celatamente violenta – in una parola post-punk – di prima. I Preoccupations (f.k.a. Viet Cong) sono tornati con un album eponimo che per molti versi sembra il fratello del precedente. Nello specifico Memory potrebbe essere la “sorella” di Death data la durata simile (10/11 minuti) ma le somiglianze si fermano qua. Se nella sorella maggiore Matt Flegel cantava praticamente per tutta la durata del pezzo, accompagnato da schitarrate aggressive in un crescendo caotico, nella nuova si contano poche, indecifrabili righe, una linea di basso preponderante, drum-machine e una lunghissima coda strumentale, quasi ambient, che data la posizione centrale della canzone (è la quarta traccia) spezza letteralmente l’intero album in due metà. 



In quel di Los Angeles sono ormai lontani i tempi del punk hardcore o del glam-rock che ne facevano nel bene e nel male un punto di riferimento della musica d’oltreoceano e non solo. Non è blasfemo dire che oggi la Città degli angeli non ha più una “forma” definita, almeno dal punto di vista della musica. Non è quindi così strano che una delle novità più interessanti di quelle parti non mantenga nessun legame con la tradizione. Cherry Glazerr è il progetto – inizialmente solista, poi evolutosi in vera e propria band – di Clementine Creevy e il loro nuovo singolo sembra attingere dalla scena rock britannica di una decina di anni fa (Arctic Monkeys e compagnia per capirci) piuttosto che dalla scena autoctona. Il potente riff di chitarra in particolare ricorda quello di The Fallen dei Franz Ferdinand, come mi è stato fatto notare. Al di là delle influenze che si possono o meno trovare, Told You I’d Be With The Guys è una bella canzone e questa ragazza è da tenere d’occhio.



Per chi non li conoscesse, i BADBADNOTGOOD sono un gruppo jazz canadese. Dire jazz in realtà è piuttosto riduttivo, in realtà non disdegnano affatto incursioni in altri generi. Quest’anno hanno pubblicato un nuovo album, ma soprattutto hanno messo lo zampino in una caterva di altri dischi, con risultati è sempre ottimi. L’ultima manina l’anno offerta all’esordiente Mick Jenkins – di cui è appena uscito l’album The Healing Component – nel singolo Drowning. La canzone e il video sono già di per sé densi di significato, soprattutto se contestualizzati nell’America di questi ultimi mesi – difficile rimanere indifferenti a quell’ “I can’t breath” ripetuto più e più volte – e l’andatura flemmatica della linea di basso che accompagna tutti i sei minuti del pezzo cla perfettamente l’ascoltatore nella parte, ti inonda i polmoni fin davvero ad affogare, schiacciato dalla realtà che la voce calda del giovane rapper ti posa placidamente nel piatto.

Marsha Bronson

martedì 12 luglio 2016

LET ME SING YOUR BLUES AWAY

Ricapitoliamo alcuni eventi importanti degli ultimi giorni, per i più distratti o semplicemente per rinfrescare la memoria:

5 luglio: Alton Sterling, afroamericano, dopo essere stato immobilizzato, viene ucciso dalla polizia di Baton Rouge, in Lousiana.
6 luglio: Philando Castile, afroamericano, viene ucciso dalla polizia mentre tira fuori dalla tasca il portafogli a Saint Paul, in Minnesota; la moglie riprende la scena e pubblica il video su Facebook.
7 luglio: Micha Johnson, afroamericano, uccide cinque agenti di polizia al termine di una manifestazione di protesta.


Senza entrare nel dettaglio di questi episodi, appare chiaro che la situazione negli States è piuttosto tesa. E non è affatto semplice per noi europei comprenderla appieno. Perché per quanto i recenti fatti di cronaca nostrani siano altrettanto preoccupanti, mettono in luce due tipologie di razzismo ben diverse. La comunità afroamericana è da generazioni parte degli U.S.A., rappresenta più del 12% della popolazione e inoltre questi omicidi sono stati compiuti da forze dell’ordine e avvengono in un paese in cui le armi le compri praticamente al supermercato. Forse l’unico punto di contatto tra i due contesti è il rifiuto da parte di una consistente fetta di popolazione, del “politicamente corretto”. Che di per sé sarebbe anche un’idea comprensibile, se fosse portata avanti con cognizione: Ricky Gervais e Vittorio Sgarbi sono politicamente scorretti, Trump e Salvini sono razzisti. C’è una bella differenza.
Ma come dicevo, al di là di queste analogie, i due fenomeni sembrano molto differenti e se già è complicato per un bianco americano addentrarsi nella cultura afroamericana e nelle sue contraddizioni vere e apparenti senza pregiudizi e senza ingenuità, è ancora più difficile per chi non vive nel paese dell’aquila calva.



In nostro soccorso giunge come suo solito la musica, che come spesso accade riflette la realtà più di quanto non facciano immagini e discorsi. Da quando sono accaduti questi episodi c’è stato un proliferare di canzoni sul tema pubblicate da artisti americani e non, afroamericani e non. Quello che colpisce è la qualità sorprendente di queste registrazioni, presumibilmente scritte, arrangiate e prodotte in pochi giorni se non ore. Tutto ciò dimostra quanto grande sia il coinvolgimento emotivo di alcuni artisti, in questo caso più che mai di alcune persone, in queste vicende. Emblematiche sono state le lacrime di commozione versate da Miguel durante un concerto di qualche giorno fa. Il cantante americano era impegnato nel tour di promozione del suo ultimo album, Wildheart – uno dei lavori più interessanti del 2015 nel panorama r&b che non ha ricevuto tutta l’attenzione che meritava, recuperatelo se ve lo siete perso – e ha colto l’occasione per dire la sua in un discorso particolarmente sentito. Discorso che ha poi rimodellato nella forma di canzone in How Many. In realtà la versione che è stata resa pubblica è How Many ruff 1, in quanto il pezzo è ancora una demo e verrà aggiornato ogni settimana man mano che il lavoro procede. Ma già in questa versione “grezza” promette di essere un grande pezzo.


Come era prevedibile è proprio l’ambiente della musica afroamericana, r&b, hip-hop e soul ad essere particolarmente attento alle tematiche legate al razzismo, difatti molti dei pezzi pubblicati arrivano proprio da queste scene. In queste situazioni diventa anche difficile per chi ascolta distinguere tra artisti che scrivono spinti da un sentimento sincero e quelli che cavalcano l’onda mediatica. Gli stessi artisti ne sono ben consci e qualcuno ha tenuto a precisarlo. Tra questi Boogie, rapper della scena di Compton, che ha pubblicato sul suo canale SoundCloud Hypocrite Freestyle, un freestyle appunto, che tra le altre cose campiona una frase della moglie di una delle vittime dei recenti avvenimenti. In perfetta coerenza con il modo di porsi degli artisti hip-hop, spesso controverso, il testo è decisamente più duro e si schiera senza tanti giri di parole, attaccando quella parte della polizia responsabile delle azioni violente ma anche la parte che rimane in silenzio di fronte ad esse. Canzoni come questa sono un’ulteriore dimostrazione di quanto sia complesso avere una visione d’insieme di questi fenomeni e contesti (fino ad ora l’analisi più interessante ed esaustiva che ho trovato è quella fatta da David Foster Wallace e Mark Costello in Signifying Rappers, Il rap spiegato ai bianchi nella traduzione italiana, che è uno dei più bei libri di musica che io abbia letto).


Ad avere un’idea il più possibile imparziale sono stati i My Morning Jacket. Anche loro utilizzando SoundCloud hanno sorpreso il pubblico condividendo una traccia inedita, Magic Bullet. Il pezzo musicalmente non ha davvero nulla a che vedere con i loro ultimi lavori in studio ma è molto orecchiabile nel suo incedere monotono ma non per questo non coinvolgente. Il cuore della canzone è il testo, ben scritto, che riesce ad esprimere concetti dati troppo spesso per scontati senza scadere nella retorica e conservando quel tocco di poesia capace di renderlo memorabile.


Non sono stati ovviamente questi gli unici esempi di artisti e che hanno voluto dire la loro con gli strumenti (letteralmente) a loro disposizione: anche personaggi decisamente più celebri come Ariana Grande e Jay-Z si sono espressi tramite canzoni o playlist create ad hoc. Quello che traspare da canzoni come queste o da lavori più complessi pubblicati negli ultimi tempi come To Pimp A Butterfly non è tanto la volontà di fare politica tramite la propria arte, nessuno di questi artisti si illude che la musica possa avere un ruolo attivo nel cambiamento, ma è il tentativo di raccontare le realtà, le persone e le emozioni, facendole arrivare il più lontano possibile. E la musica è senza dubbio il modo migliore.


Marsha Bronson  



martedì 28 giugno 2016

EXIT MUSIC (NOT FOR A FILM)

In principio avevo in mente di stilare un elenco dei miei album preferiti usciti nel corso di questi sei  floridi mesi – musicalmente parlando – del 2016. L’idea non mi garbava poi molto è ho quindi optato per raggruppare alcuni album interessanti o sottovalutati che per qualche ragione fossero affini.
Da cosa cominciare? Brancolavo nel buio, fino a che la geopolitica è giunta in mio soccorso. Per chi non se ne fosse accorto infatti il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord© è uscito dall’UE. A pensarci bene poteva pure rimanere dov’era, la geopolitica. La seconda ricerca più digitata sulle tastiere inglesi nelle ore successive al drammatico divorzio è stata “Che cos’è l’UE?”, a dimostrazione che no, nemmeno gli Inglesi, quelli precisi del tè preciso alle 17:00 precise, leggono le condizioni d’uso.
Gli amichetti isolani potrebbero però non essere gli unici ad ignorare cosa ci sia esattamente sull’altra sponda della Manica, quindi per questo nuovo giro di giostra vi propongo cinque gruppi bretoni che forse conoscete, forse no. In ogni caso l’UE non si disgregherà se non li ascoltate. Voi però fatelo, eh.



YAK
Una delle nuove band più promettenti e interessanti al debutto quest’anno è proprio inglese e per di più dal nord dell’Inghilterra, il nocciolo del “leave” insomma. Nonostante questi tre ragazzi siano nati e cresciuti nel cuore operaio dell’inghilterra, culla dei Beatles, The Who, the Kinks e chi più ne ha più ne metta, nel loro sound c’è ben poco, per non dire nulla, di quel che resta della british invasion. Il loro album di debutto Alas Salvation, pubblicato lo scorso maggio suona invece come una versione molto più sporca, cattiva e psichedelica di alcuni gruppi indie della costa est. Hungry Hearts fu il primissimo singolo rilasciato, addirittura nel febbraio 2015.



WILD BEASTS
Un altro gruppo inglese che della tradizione musicale inglese conserva ben poco a cominciare dal nome, ispirato dall’espressionismo francese. D’altronde la tendenza della musica inglese ad internazionalizzarsi non è certo inedita, a dispetto di ogni anacronistico nazionalismo.
Come per quei pochi, buoni gruppi che riescono a forgiare un loro stile originale, le musica dei Wild Beasts non è immediata e i loro album, anche se molto orecchiabili, hanno bisogno di più ascolti per appassionare davvero. Ma alla fine ci riescono sempre. In attesa del prossimo album Boy King, in uscita ad agosto, vi propongo un pezzo dall’ultimo loro lavoro in studio, Present Tense, risale al 2014. Ascoltate Mecca e dite se non vi viene voglia di ascoltarlo tutto.



COSMO SHELDRAKE
Musicista semisconosciuto, anche lui inglese ovviamente. In realtà nella madre patria ci passa ben poco tempo tra corsi di musica e viaggi in giro per il mondo a catturare suoni. Sì, perché nonostante sappia suonare una moltitudine di strumenti, Cosmo fa un larghissimo uso del sampling, campionando suoni che raccoglie durante i suoi viaggi – in The Fly una mosca ad esempio – e campionando se stesso durante i live, come ha anche mostrato su Ted. Per ora ha pubblicato due EP: The Moss, scaricabile gratuitamente dal suo sito e Pelicans We, nel 2015.



FUTURE OF THE LEFT
Non è solo la questione su cui si sta probabilmente interrogando Corbyn negli ultimi giorni, ma è anche il nome di un gruppo punk gallese. Non eccelso, né troppo originale, ma ingiustamente poco considerato. Che poi diciamo le cose come stanno, se non fosse per Gareth Bale e John Cale probabilmente ci scorderemmo che il Galles esiste. Ad ogni modo i Future of The Left hanno appena pubblicato un nuovo album, il loro quinto lavoro, dal titolo che è un programma: The Peace and Truce of Future of The Left. Il disco non è male e se vi piacciono gruppi punk storici come i Minutemen o i Gang of Four apprezzerete canzoni come In a Former Life.



URUSEI YATSURA
La Scozia ha sempre avuto un panorama musicale variopinto e per niente omogeneo. Franz Ferdinand, Belle and Sebastian, Primal Scream, Mogwai, Jesus and Mary Chain eccetera. Una tavolozza di generi e influenze ricchissima se si pensa che tutto lo stato ha la metà degli abitanti di Londra. Ecco, su questa tavolozza gli Urusei Yatsura rappresentano quel colore strano ma affascinante che si è formato quasi per caso mescolandone altri che non c’entravano niente tra loro. Il nome è giapponese e significa più o meno “gente che fa casino”, loro sono appunto scozzesi e la musica che facevano non c’entrava assolutamente nulla né con il Giappone, né con le Highlands. Debuttarono nel 1996 con We Are Urusei Yatsura – la fantasia l’avevano finita tutta per scegliere il nome – album che, con pezzi come First Day on A New Planet, si può dire che abbia definito l’indie rock contemporaneo.


Marsha Bronson


mercoledì 1 giugno 2016

UN'ALTRA GIORNATA AL MI AMI FESTIVAL

Clicca QUI per il racconto della prima giornata del festival.


Non le ho più trovate, le chiavi. Ci sono rimasto male, mi piaceva quel portachiavi ramato a forma di granchio. Eppure ero sicuro fossero le mie quelle mostrate dai Gazebo Penguins lì sul palco. Ma cominciamo dal principio:

“Lì c’è il bassista, ho capito dove siamo. Torno subito.”

Mi allontano verso il bar, sgusciando tra la folla ammassata in attesa che Contessa salga sul palco. Che poi a me I Cani nemmeno piacciono tanto. Arrivo alla cassa e trovo parecchia gente che ha avuto la mia stessa brillante idea, quindi mi metto in fila pazientemente e passo dieci minuti buoni a pensare che avrei fatto meglio ad andare all’altro bar; intanto sul palco hanno problemi tecnici e la voce del nostro Niccolò va e viene. Dopo essermi reso conto di non avere nessuna possibilità di ricongiungermi alla nave madre di questo blog e un po’ annoiato da un pubblico statico manco fosse un concerto dei Godspeed You! Black Emperor, mi allontano dal palco Pertini, partigiano, e mi dirigo verso il palco Rizla, marca di cartine.
Al Rizla trovo i Gazebo Penguins impegnati ad offrire un’esibizione grezza ma energica ma soprattutto trovo, finamente, un pogo. Apro un breve ma sincero inciso sul pogo: il pogo è l’unica circostanza in cui può esistere sincera solidarietà tra gli uomini, dove i princìpi evangelici trovano espressione, scevri da ogni ipocrisia, dove sei pronto ad abbracciare chi ti ha appena fratturato l’osso parietale con una gomitata, dove non meno di quindici mani si abbasseranno ad afferrarti se dovessi cadere. Il pogo è utopia.
È nel pogo che ho perso le chiavi, quelle col portachiavi a forma di granchio. Il resto della storia lo conoscete, più o meno.


Non pago dell’esperienza sono tornato il giorno seguente, questa volta in macchina in modo da non dover usufruire del servizio navetta, poco efficiente. Mi godo dalla prima all’ultima nota il concerto dei Joe Victor, band country/folk romana in cui milita il tastierista più felice che io abbia mai visto esibirsi e che ha insieme agli altri membri del gruppo, la capacità straordinaria di trasmettere tutta la sua gioia anche al pubblico. Si avverte subito che la giornata promette qualcosa di completamente diverso dal giorno precedente: la gente si muove, tanto, e sono solo le 19.
Dopo di loro salgono sul palco i C+C=Maxigross che ho avuto occasione di vedere dal vivo già una volta. Nemmeno questa volta mi convincono. Offrono un concerto asciutto, asettico, soffrono il contrasto con l’esibizione precedente alla loro e per quanto la musica sia ben suonata non coinvolgono più di tanto. Intravedo un tipo con un’enorme massa di dreadlocks raccolti in un cappello: è uno dei motivi per cui sono qui, ma di lui parlerò fra poco. Intanto vado ad ascoltarmi Matilde Davoli e Wrongonyou al Rizla Stage approfittandone per rilassarmi un poco sul prato, poi torno al Pertini per assistere alla seconda delle ragioni per cui sono andato al Mi Ami anche questo Sabato.


Riesco a trovare giusto in tempo un ottimo posticino ad una buona distanza dal palco, vicino al chitarrista dei C+C=Maxigross e alla sua maglietta psichedelica, e attendo mentre la gente si affolla. I musicisti salgono sul palco, le luci si abbassano, la musica comincia e all’improvviso il pubblico si trasmuta in un mare di teste ondeggianti, come in un qualche rituale atavico: il pezzo è Tanca e a suonare è IOSONOUNCANE. Suona buona parte di DIE, qualche pezzo da La macarena su Roma e chiude con la già classica Stormi, cantata da tutti, ma proprio tutti. Un’esibizione tra le migliori del festival, senza alcun dubbio.
Il resto della serata lo trascorro girovagando per il festival, tra un palco e l’altro senza mai soffermarmi troppo da nessuna parte. Ascolto il pop esotico dei Selton e sono tentato dal pogo che si crea durante lo show dei Ministri, ma desisto memore del giorno precedente. Arriva anche il momento discotecaro con The Bloody Beetroots che fa un paio di passaggi in consolle e il resto del tempo lo passa a saltare, fare cose, dire cose. Ad un certo punto parte un remix di New Noise dei Refused e decido che posso farne a meno. Niente di personale, Sir.


È ormai notte fonda ma manca ancora un atto per chiudere questa seconda giornata e promette di essere una degna conclusione. Dubfiles è un progetto nato dalla mente del produttore dei Mellow Mood Paolo Baldini, il tipo coi dread di cui parlavo prima. Per farla breve c’è un grosso mixer, in ogni canale c’è la traccia di un diverso strumento e lui fa magie abbassando e alzando fader e girando rotelline. Su questa base reggae si innestano improvvisazioni di vari artisti: Giulio e uno dei gemelli (non so distinguerli) dei Mellow Mood e Forelock a ‘sto giro. Tutto ciò avviene non su un palco, ma in mezzo al pubblico, a terra, in un clima danzereccio di dread oscillanti, visi spensierati e menti forse non troppo lucide difficile da descrivere con efficacia, bisogna viverlo. Perfino Carlo Pastore ondeggia con un drink in mano e un sorriso ebete stampato in faccia.
Con questa immagine (quella dei Dubfiles, non la faccia di Pastore) si è chiusa l’esperienza MI AMI di quest’anno, con un bel po’ di buona musica, qualche storia da raccontare in più e un mazzo di chiavi in meno.


Marsha Bronson

venerdì 4 marzo 2016

FIVE BY FIVE #11 - PUNK NEVER DIES

Normalmente l’idea che si ha del punk è quella della cosiddetta ondata del ’77: ragazzi a torso nudo, magri e scarni come la musica che suonano, borchie, mohawk, fiumi di eroina ecc. Immagine in parte reiterata dai gruppi punk revival a cavallo tra secondo e terzo millennio. Di per sé non è un’idea sbagliata, ma è decisamente superficiale, nel significato letterale del termine: riguarda solo la superficie, ciò che ha abbandonato il sottobosco della giungla sonora, il mainstream, insomma (mainstream che, non mi fraintendete, non ha necessariamente una connotazione negativa, i Nirvana erano mainstream).
Il fatto è che all’interno di un genere come il punk, nato nei bassifondi, tra i figli di operai con poche alternative e tanta rabbia, chi ha l’ardire di allontanarsi dal cuore del movimento e raggiungere luoghi dove scorrono i soldi ma meno il sangue, difficilmente sopravvive a lungo. I Sex Pistols sono implosi, i Clash sono riusciti a riacciuffare lo spirito originario per i capelli suonando in giro per i pub di mezza Gran Bretagna sul finire della loro carriera, senza Curtis i Joy Division hanno cambiato nome e genere e per finire, in tempi più recenti, i Green Day si sono ammosciati. Fate attenzione non sto dicendo che sia stato un loro demerito (ok, per quanto riguarda i Green Day sì), anzi, di questi gruppi ho apprezzato le evoluzioni, probabilmente anche perché le ho conosciute col senno di poi. Quello che sto dicendo è che i cambiamenti di cui sopra sono conseguenze naturali, fisiologiche. Il fulcro creativo/distruttivo del punk sta alla base del punk stesso, in quel sottobosco musicale, nel terreno sudicio e per questo fertile della società.
In effetti fin dall’inizio il termine “punk”, letteralmente “teppistello”, aveva un significato diverso. Innanzitutto nasce ben prima del genere vero e proprio, nel ’71, citato per la prima volta da Dave Marsh sulla storica rivista Creem, ma soprattutto ha un’accezione ben più ampia di quella che si tende ad attribuirgli, riferendosi a un’attitudine nei confronti della musica, del Rock ‘N’ Roll, a uno stile grezzo, a volte rabbioso, rumoroso e proiettato verso di se, indifferente e forse un po’ cinico verso il mondo. Perché è questo che è il punk, un modo di (es)porsi, un sentimento, e sia esso di rabbia, di noia, di sconfitta, rassegnazione o paura, viene vomitato in faccia al mondo o a chiunque stia ad ascoltare non per comunicarlo o perché sia la cosa giusta da fare (contrariamente all’apparenza siamo lontani dalla politica), ma perché si può fare. Un urlo viscerale, primigenio, e non intendo quello di Gillespie ma quello di Cobain, incompreso e incomprensibile, a prescindere da quanti documentari gli dedichino, al punto da farsi esplodere il cranio. Un grido angoscioso il cui eco si propaga ciclicamente, assumendo, sì, varie sfumature a seconda delle orecchie attente, ma senza mai cambiare davvero. Il punk non cresce, brucia per poi rinascere dalle ceneri con la stessa rabbia e lo stesso destino di autodistruzione. Fa per il gusto di disfare. È proprio questa indole da eterno sconfitto, quindi certamente vivo, che ha permesso al punk di perdurare forgiando una quantità di pesciolini d’oro dalle infinite forme e colori. Oggi ve ne propongo cinque come sempre, nuovi, classici, conosciuti e meno. Buon ascolto!



Guerilla Toss – Flood Dosed (2015)
I Guerilla Toss sono un gruppo punk nel senso più puro del termine. I suoi componenti sono ex studenti d’arte e la band è nata proprio con lo scopo di ironizzare e magari sovvertire la struttura e i metodi dell’istituzione scolastica. La loro musica è eterogenea e caotica, inteso positivamente, ascoltatevi il singolo Polly’s Crystal per rendervene conto. Schitarrate post-punk si mescolano a testi un po’ parlati, un po’ urlati, basso e batteria funkeggiante e sintetizzatori dalle esplorazioni cosmiche. Non sono un ascolto facile, può lasciare perplessi i puristi e non convincere chi non bazzica i questi “ambienti sonori”, ma sono un gruppo da tenere d’occhio e soprattutto d’orecchio.  



Viet Cong – Viet Cong (2015)
Perla inspiegabilmente ignorata dai più e accolta tiepidamente da pochi, il debutto dei canadesi Viet Cong  è uno di quei dischi che andrebbero ascoltati e riascoltati all’infinito. Le radici sono chiare: la precedente esperienza dei Women con i loro arpeggi dissonanti e nebbiosi, il suono pulito dei Wire. Il clima che si respira è quello del post-punk, non più così rabbioso ma più consapevole, disilluso, cinico, forse nichilista, costretto ad un progresso insensato. I testi sono un gioiello di frasi ed espressioni criptiche ma estremamente evocativi. Dopo numerosi ascolti l’album lascia infatti vuoti di senso e pieni di immagini e suoni e la sensazione è che bastino quelle immagini e quei suoni per stare bene.



Streetlight Manifesto – Everything Goes Numb (2003)
Non tutto il punk è però così cupo e grigio. Soprattutto quando si va a pescare nell’ambiente tutto patricolare dello ska-punk, le atmosfere sono ben diverse. Gli Streetlight Manifesto si distanziano a loro volta dal classico ska-punk: abbandonano quasi del tutto le chitarre in levare, il ritmo è sempre molto sostenuto, rimangono e si fanno sentire anche parecchio i fiati, regalando a tutto il loro album d’esordio una coerenza gioiosa caratteristica. È un genere questo diametralmente opposto, concettualmente, dal post-punk dei suddetti Viet Cong, a dimostrazione di come partendo da uno stesso punto si possa giungere a destinazioni differenti con idee e intenti differenti. Dipende molto dall’indole di ognuno credo, ma anche la voglia di trovarsi in un posto migliore, in un tempo migliore, può essere il giusto modo di affacciarsi al mondo.



Refused – The Shape of Punk To Come (1998)
Su quest’album è stato detto tutto ormai: le infinite influenze, dallo straight edge alla techno passando per il jazz, la batteria orgasmica di Sandström, le fantastiche linee di basso di Björklund, la dinamica irripetibile (e irripetuta ahimè); c’è tutto, perfettamente bilanciato e tenuto insieme da tanta, tanta rabbia. TSOPTC è uno di quegli album “nodo”, è un punto di arrivo per innumerevoli correnti e un punto di partenza per altrettante. Il merito più grande di questo grande album è però più profondo. È la ridefinizione di un non-genere come il punk, è la ricerca di un New Noise, di un rinnovamento in aperto conflitto con il punk-revival che spopolava in quegli anni. L’obiettivo, se ne esiste uno, era quello di dare una nuova forma al punk, mantenendone lo sprito. Ci sono riusciti? No, e proprio per questo, sì.



G.L.O.S.S. – DEMO (2015)
Per concludere questa carrellata, non potevo non citare l’ultima significativa incarnazione di questo genere. G.L.O.S.S. sta per Girls Living Otside Society’s Shit che di per sé è già eloquente. Sadie, Jake, Julaya e Corey sono quattro transessuali cresciute nell’underground di Boston da cui hanno assorbito tutta la rabbia che esplode poi nella loro musica. DEMO è il loro debutto, pubblicato a Gennaio 2015 ma che ci ha messo un annetto buono a farsi notare al di fuori della nicchia del queer-punk. Sono appena otto minuti di musica che però rimarranno per ben maggiore tempo incastrati nel vostro bel cranio. È impossibile infatti rimanere indifferenti di fronte alla forza suonata e urlata da queste ragazze:

They told us we were girls / How we talk, dress, look and cry
They told us we were girls / So we claimed our female lives
Now they tell us we aren’t girls / Our femininity doesn’t fit
We’re fucking future girls / Living outside society’s shit

Se c’è qualcuno a cui può essere dato il triste titolo di sconfitto in questi anni, quel qualcuno sono queste ragazze e ciò che rappresentano.
Se c’è qualcuno che può essere chiamato punk in questi anni, quel qualcuno sono queste ragazze e ciò che fanno.

Marsha Bronson

    



                

sabato 20 febbraio 2016

FIVE BY FIVE #10

Lo so, vi aspettate che abbia da dire qualcosa su Sanremo ma ahimè rimarrete delusi perché Sanremo non l’ho proprio guardato. A dire il vero ho acceso la tv la sera della finale, c’erano Elio e le Storie Tese vestiti da Kiss. Ho guardato l’esibizione e ho spento, fiducioso che sarebbe stato impossibile durante la serata superare così alte vette di epicità. Al di là di quel piccolo capolavoro però non ho visto altro, non ho ancora nemmeno sentito le canzoni in gara, e non perché “Sanremo fa schifo, fanno musica di m***a, ecc. ecc.” (che poi chi è che guarda Sanremo per le canzoni?) ma perché sono in sessione d’esami e ho tante cose a cui pensare, ad esempio scrivere qualcosa per questa rubrica. Non vi parlo nemmeno dei Grammy, e stavolta per un motivo molto più serio: i Grammy fanno schifo. E fanno schifo perché vogliono farlo, è una scelta ben precisa: fare qualcosa che piaccia a quella fetta di pubblico che segue e dà importanza ai Grammy. Autoerotismo insomma. Per i cinque pezzi di oggi ho preso spunto da questi due eventi che, per caso o per scelta, non ho seguito, e vi propongo qualche artista italiano e qualche artista che meriterebbe di essere valorizzato ma non lo sarà. Ah e c’è anche un grande ritorno. Buon ascolto!  


Chi è Edo Brenneke? Non lo so bene nemmeno io, è difficile trovare informazioni perfino sull’onnipotente internet. Questo per darvi l’idea di quanto poco sia considerata, al di fuori di certi ambienti, la scena emergente italiana. Il che è un vero peccato perché questo Brenneke è in gamba e i suoi (pochi) lavori, un solo EP eponimo fino ad ora, sono decisamente interessanti. Quest’anno dovrebbe uscire il suo album d’esordio vero e proprio, Vademecum Del Perfetto Me, quindi vi consiglio di tenere le vostre orecchie ben ritte e ascoltare il singolo Le Cose Lucenti.



Lui forse – ma solo forse – è leggermente più noto, o quantomeno il fatto che sia poco conosciuto al grande pubblico è giustificabile con il suo essere molto di nicchia, come si suol dire. Lo stile di questo cantautore partenopeo è difficile da inserire all’intero di qualche genere o stile in particolare, non è etichettabile, e ciò va tutto a suo favore. Non essendo in grado di spiegarvi a parole com’è la sua musica non mi resta di farvela sentire. Superman è uno dei singoli del suo ultimo album, Giovanni Truppi. La fantasia manca nei nomi ma non nelle note, e ancor meno nei video come vedrete. Ah, se siete piccini non guardatelo il video, che poi mi sgridano.



Per quanto riguarda invece quegli artisti che avrebbero meritato più considerazione ma, ahimé, non l’hanno avuta, ho scelto due album usciti nell’anno appena trascorso. Il primo è Painted Shut del gruppo indie-folk Hop Along. Gli Hop Along in realtà avevano già pubblicato un album qualche anno fa, Get Disowned, anche questo notevolissimo e totalmente ignorato da critica e pubblico. Con questo nuovo lavoro hanno confermato le loro potenzialità, nonostante la scarsa considerazione che hanno ottenuto. Era da un po’ che ne volevo parlare quindi eccolo qui, ascoltatevelo per piacere.


Il secondo è Love Songs For Robots, di Patrick Watson. Anche questo uscito nel 2015, forse leggermente più considerato, ma presto e ingiustamente caduto nell’oblio. Non è un disco perfetto ma contiene molti spunti e più di qualche pezzo particolarmente riuscito, sarebbe un peccato perdervelo. Non fatelo.


Fianalmente rieccolo. Ho scoperto James Blake relativamente tardi, quando uscì Overgrown, e ci ho messo un po’ ad apprezzarlo, non è musica semplice anche se allo stesso tempo molto immediata. Come spesso accade ciò che a primo acchito mi lascia perplesso finisce col coinvolgermi molto di più di tutto il resto. Lo so, è strano, ma forse non così tanto. In tutti i modi, così è stato con Blake e come potete immaginare stavo attendendo sue nuove da tempo con trepidazione. Che dire, sono stato accontentato: Modern Soul, primo singolo del suo prossimo album sembra proprio confermare le doti di quell’ormai non più ragazzino che ha messo insieme Dubstep e R&B come pochi avrebbero saputo fare.


Marsha Bronson