giovedì 14 luglio 2016

TRAUMI INFANTILI - SAW E LE MARATONE HORROR

Eravamo rimasti a quella volta che tentammo di vedere il nostro primo horror al cinema e finimmo a guardare quella lacrima strappa storie di Twilight, ma badate bene: “il primo horror al cinema”. Perché all’epoca non ero nuovo al genere: tutte le estati infatti io e mio cugino (di ben cinque anni più grande, ma non li dimostra - fidatevi) eravamo soliti trovarci a casa sua per guardare anche tre o quattro film di genere dal dopocena fino a quando ci reggevano gli occhi. Spesso però ci si ritrovava a vedere teen slasher, film di serie b in cui il sangue sembra davvero succo di pomodoro (passato anche maluccio, con tutti i grumi e i semi) o classici che fondavano l’orrore sulla tensione piuttosto che sul gore-splatter. Quella notte però le cose andarono diversamente.


Eravamo sempre nella stessa location, casa sua, in periferia. Variabile variata della serata: i suoi genitori erano usciti a cenare fuori. Eravamo completamente soli, ma nonostante ciò, data l’elevata temperatura di quell’ennesima estate torrida meridionale, tutte le finestre e le portefinestre che davano sui balconi di quel quinto piano condominiale erano spalancante. Diversamente dal solito ci accampammo sul divano blu fuori dalla cucina. Un divano rivestito di cotone, invecchiato male. Portammo fuori il carrello con la televisioni e svariati dispositivi elettronici tra cui un nuovo lettore DVD e… guardammo “La Maschera di Cera”. Un film un po’ inguardabile che fonda tutta la sua appetibilità su Paris Hilton come protagonista indiscussa. E quando la parte migliore di un film è Paris Hilton immaginate il resto. Guardammo quindi quell’orrore (e non mi riferisco al genere) un po’ distratti, un po’ annoiati. Era ancora quel periodo florido in cui si stava meglio quando si stava peggio, e avevamo il Nokia 6630 con un paio di giochini, ma nulla più. E quando ci si sedeva a vedere un film ci si concentrava più facilmente sullo schermo, senza distrazioni di sorta che non fossero i pensieri, o il rumore del mare. Finito il primo film ci eravamo spaventati poco, e cos’è una serata horror senza stizza? Decidemmo quindi di scegliere dal mobile in soggiorno un altro film da vedere insieme, in attesa del ritorno dei miei zii. L’occhio ci cadde su una mano mozzata su inquietante sfondo bianco. Tre lettere: Saw. Ne avevamo sentito parlare molto, era uscito forse da un paio d’anni appena e quella copertina minimalista non prometteva nulla di buono.

“Che ne dici di questo?”
“Mmm, ma secondo te fa paura?”
“Boh, ma ci sta il sangue penso. Almeno quello”
“Eddai mettilo!”

Inserimmo il DVD nel lettore e l’atmosfera cambiò radicalmente. E con l’atmosfera il nostro spirito, che da disinteressato e annoiato si fece prima ansioso, poi spaventato, poi terrorizzato. Più il film proseguiva in quella lurida e candida camera, più nelle nostre menti il mondo cominciava ad assumere altra forma. Ciò che prima ci era familiare e consono ora ci inquietava, ci colpiva e ci asserragliava il respiro. Cominciammo a sentire brusii di fondo provenire dalle camere più lontane, cominciammo ad avvertire dei rumori inquietanti e sospetti che, nella nostra mente, potevano essere associati solo a dei passi leggeri di qualcuno che non conosce il luogo e vuole evitare di essere percepito. Il fruscio della corrente che scorreva da una parte all’altra della casa fece cadere qualcosa, e noi sobbalzammo in preda al panico. Per noi qualcuno si aggirava in casa indisturbato. Qualcuno che probabilmente era entrato da una finestra. Si era calato dal soffitto, si era arrampicato dal piano inferiore o aveva raggiunto il balcone che collegava le camere da letto con un balzo dalla finestra che dava sulle scale condominiali. Ciò che non sapevamo era il come, ma eravamo certi della presenza di un uomo, magari armato, magari armato di sega per mozzare. Il film intanto volgeva al termine, tra specchi e morti che rivivono; noi però eravamo ormai atterriti. I genitori di mio cugino non si vedevano ancora e l’unica cosa da fare per noi era andare a controllare e sperare che non fosse nulla, che fosse stato tutto frutto della nostra immaginazione. Dovevamo ricolonizzare quella parte di casa rimasta buia, abitata dall’uomo con la sega e da tutti quei rumori percepiti in lontananza. Dovevamo incamminarci e fare l’ultimo gesto che ci avrebbe consentito di rivivere quel posto: accendere tutte le luci. Dovevamo assolutamente, anche perché io dovevo andare urgentemente in bagno, il quale si trovava esattamente dall’altra parte della casa.


Ma chi sarebbe andato? Il cugino quindicenne padrone di casa o il bimbo ospite di appena dieci anni? Risposta esatta. Il bimbo. Fui io ad essere mandato un po’ a forza a salvare la casa dall’uomo e il mondo dalle forze del male. Mi avventurai, titubante. Con una gamba rivolta all’orizzonte ed una già caricata a molla per scattare nuovamente verso il balcone della cucina. Arrivai con passo felpato nei pressi del bagno quando vidi qualcosa muoversi nel vento, un movimento impercettibile ma reale. Corsi come un forsennato con la coda tra le gambe e il cuore a mille verso il balcone e ripresi ansimante la mia posizione, con lo sguardo verso il buio.

Eravamo spacciati. Attendevamo inesorabile una comparsa sull’uscio del balcone, quand’ecco un rumore, stavolta nitido: una chiave nella porta. Sono tornati a casa. È il momento di accendere la luce. E di andare in bagno.

martedì 12 luglio 2016

LET ME SING YOUR BLUES AWAY

Ricapitoliamo alcuni eventi importanti degli ultimi giorni, per i più distratti o semplicemente per rinfrescare la memoria:

5 luglio: Alton Sterling, afroamericano, dopo essere stato immobilizzato, viene ucciso dalla polizia di Baton Rouge, in Lousiana.
6 luglio: Philando Castile, afroamericano, viene ucciso dalla polizia mentre tira fuori dalla tasca il portafogli a Saint Paul, in Minnesota; la moglie riprende la scena e pubblica il video su Facebook.
7 luglio: Micha Johnson, afroamericano, uccide cinque agenti di polizia al termine di una manifestazione di protesta.


Senza entrare nel dettaglio di questi episodi, appare chiaro che la situazione negli States è piuttosto tesa. E non è affatto semplice per noi europei comprenderla appieno. Perché per quanto i recenti fatti di cronaca nostrani siano altrettanto preoccupanti, mettono in luce due tipologie di razzismo ben diverse. La comunità afroamericana è da generazioni parte degli U.S.A., rappresenta più del 12% della popolazione e inoltre questi omicidi sono stati compiuti da forze dell’ordine e avvengono in un paese in cui le armi le compri praticamente al supermercato. Forse l’unico punto di contatto tra i due contesti è il rifiuto da parte di una consistente fetta di popolazione, del “politicamente corretto”. Che di per sé sarebbe anche un’idea comprensibile, se fosse portata avanti con cognizione: Ricky Gervais e Vittorio Sgarbi sono politicamente scorretti, Trump e Salvini sono razzisti. C’è una bella differenza.
Ma come dicevo, al di là di queste analogie, i due fenomeni sembrano molto differenti e se già è complicato per un bianco americano addentrarsi nella cultura afroamericana e nelle sue contraddizioni vere e apparenti senza pregiudizi e senza ingenuità, è ancora più difficile per chi non vive nel paese dell’aquila calva.



In nostro soccorso giunge come suo solito la musica, che come spesso accade riflette la realtà più di quanto non facciano immagini e discorsi. Da quando sono accaduti questi episodi c’è stato un proliferare di canzoni sul tema pubblicate da artisti americani e non, afroamericani e non. Quello che colpisce è la qualità sorprendente di queste registrazioni, presumibilmente scritte, arrangiate e prodotte in pochi giorni se non ore. Tutto ciò dimostra quanto grande sia il coinvolgimento emotivo di alcuni artisti, in questo caso più che mai di alcune persone, in queste vicende. Emblematiche sono state le lacrime di commozione versate da Miguel durante un concerto di qualche giorno fa. Il cantante americano era impegnato nel tour di promozione del suo ultimo album, Wildheart – uno dei lavori più interessanti del 2015 nel panorama r&b che non ha ricevuto tutta l’attenzione che meritava, recuperatelo se ve lo siete perso – e ha colto l’occasione per dire la sua in un discorso particolarmente sentito. Discorso che ha poi rimodellato nella forma di canzone in How Many. In realtà la versione che è stata resa pubblica è How Many ruff 1, in quanto il pezzo è ancora una demo e verrà aggiornato ogni settimana man mano che il lavoro procede. Ma già in questa versione “grezza” promette di essere un grande pezzo.


Come era prevedibile è proprio l’ambiente della musica afroamericana, r&b, hip-hop e soul ad essere particolarmente attento alle tematiche legate al razzismo, difatti molti dei pezzi pubblicati arrivano proprio da queste scene. In queste situazioni diventa anche difficile per chi ascolta distinguere tra artisti che scrivono spinti da un sentimento sincero e quelli che cavalcano l’onda mediatica. Gli stessi artisti ne sono ben consci e qualcuno ha tenuto a precisarlo. Tra questi Boogie, rapper della scena di Compton, che ha pubblicato sul suo canale SoundCloud Hypocrite Freestyle, un freestyle appunto, che tra le altre cose campiona una frase della moglie di una delle vittime dei recenti avvenimenti. In perfetta coerenza con il modo di porsi degli artisti hip-hop, spesso controverso, il testo è decisamente più duro e si schiera senza tanti giri di parole, attaccando quella parte della polizia responsabile delle azioni violente ma anche la parte che rimane in silenzio di fronte ad esse. Canzoni come questa sono un’ulteriore dimostrazione di quanto sia complesso avere una visione d’insieme di questi fenomeni e contesti (fino ad ora l’analisi più interessante ed esaustiva che ho trovato è quella fatta da David Foster Wallace e Mark Costello in Signifying Rappers, Il rap spiegato ai bianchi nella traduzione italiana, che è uno dei più bei libri di musica che io abbia letto).


Ad avere un’idea il più possibile imparziale sono stati i My Morning Jacket. Anche loro utilizzando SoundCloud hanno sorpreso il pubblico condividendo una traccia inedita, Magic Bullet. Il pezzo musicalmente non ha davvero nulla a che vedere con i loro ultimi lavori in studio ma è molto orecchiabile nel suo incedere monotono ma non per questo non coinvolgente. Il cuore della canzone è il testo, ben scritto, che riesce ad esprimere concetti dati troppo spesso per scontati senza scadere nella retorica e conservando quel tocco di poesia capace di renderlo memorabile.


Non sono stati ovviamente questi gli unici esempi di artisti e che hanno voluto dire la loro con gli strumenti (letteralmente) a loro disposizione: anche personaggi decisamente più celebri come Ariana Grande e Jay-Z si sono espressi tramite canzoni o playlist create ad hoc. Quello che traspare da canzoni come queste o da lavori più complessi pubblicati negli ultimi tempi come To Pimp A Butterfly non è tanto la volontà di fare politica tramite la propria arte, nessuno di questi artisti si illude che la musica possa avere un ruolo attivo nel cambiamento, ma è il tentativo di raccontare le realtà, le persone e le emozioni, facendole arrivare il più lontano possibile. E la musica è senza dubbio il modo migliore.


Marsha Bronson  



venerdì 8 luglio 2016

TRAUMI INFANTILI - TWILIGHT

L’uomo cerca sempre di spingersi oltre i limiti della società per sentirsi vivo e attivo. Sfidare il proibito, accogliere la perversione. In quell’autunno del 2008, noi giovani compagni delle medie decidemmo di essere cresciuti abbastanza, decidemmo fosse l’ora di vedere il nostro primo horror al cinema. Perché, quando hai tredici anni, i film horror sembrano il massimo della trasgressione: sfidi i genitori, sfidi le limitazioni. Da fuori stai andando a vedere un paio di porte che si muovono col vento, ma dentro ti pare di sfidare il mondo intero. Già mesi prima avevamo tentato di entrare al cinema per vedere Rec (capostipite dei film girati a mano che "Hardcore!" levati proprio) ma eravamo stati fermati sulla soglia dal bigliettaro perché ci volevano almeno quattordic’anni, e allora avevamo ripiegato su Jumper, che ci sta Luke Skywalker che jumpa, appunto, e si sposta nello spazio. Non lo so. Un po’ X-Men e un po’ trashata, ma una trashata con Samuel L. Jackon. Ma non perdiamoci: dicevamo del nostro secondo tentativo. Era ancora il periodo in cui internet c’era, ma noi si preferiva fare le cose su carta, e allora un giorno uno del gruppo di amici portò a scuola il volantino del cinema che gli aveva procurato il fratello più grande. E lì, tra spiritosissime frasi scritte sul diario dei compagni e palle di carta infuocate che volavano per la classe, decidemmo di andare a vedere l’horror del momento: “Twilight”.



“Oh ma com’è secondo voi?”
“Boh, ma qua dice che ci sono i vampiri”
“E i licantropi pure”
“Dai allora deve essere il massimo. Dai, andiamoci”

Il tempo di mettersi d’accordo con i genitori, che quello era ancora il periodo in cui mamma e papà ti scarrozzavano in giro. E se eri fortunato tornavano a casa durante il film e ti venivano a prendere dopo, se invece c’avevi i genitori ossessivi e asfissianti, ti aspettavano fuori dal cinema per due ore. E poi ci sono quelli che i genitori entravano a vedere il film con il figlio e gli amici del figlio che tanto “Ci mettiamo due file dietro, non ci vedete neanche”. Ma di quei genitori non voglio parlare. Ci vorrebbe la galera.

Boh

Ci recammo quindi al cinema divisi in tre macchine - perché i grupponi delle medie sono sempre sostanziosi - ma con lo stesso spirito d’avventura. La stessa irrefrenabile voglia di saltare sulla poltrona del cinema per la comparsa di un abominevole licantropo con la bocca imbrattata del sangue di giovani vittime innocenti. C’avevamo la tensione per la tensione che c’aspettava.
Poi cominciò il film, e finirono le nostre speranze. Immagino non ci sia bisogno che mi dilunghi. Virilità a mille, cagnolini a petto nudo, silenzi infiniti tra i boschi, sguardi bassi, espressioni senza espressività e vampiri sbrilluccicosi. Passammo due ore ad attendere che il film ingranasse, che si entrasse nel vivo dell’azione, che cominciasse a scorrere un po’ di sangue, ma morimmo nell’attesa. E uscimmo dal cinema confusi, indecisi sul proferir parola, convinti di aver sbagliato sala. Uscimmo e ci guardammo in faccia. A tredici anni vivi quel periodo in cui esporsi è difficile e uscire con la testa fuori dal guscio dell’opinione condivisa è utopia. E si ascoltava tutti i Guns n’ Roses, anche se avevano già vent’anni. E quindi nessuno riuscì a dire sul momento quanto quell’abominio di film gli avesse tolto la voglia di vivere nelle precedenti due ore, ma concludemmo che forse non era il massimo. Poi chissà, magari i seguiti.
Solo dopo l’uscita del film scoppio inarrestabile il momento di gloria dei libretti di Stephenie Meyer e conseguenti fan fiction (leggi “Cinquanta Sfumature di”), e solo dopo noi potemmo esternare tutto il nostro rancore per quel film che un po’ ci traumatizzò per non averci traumatizzato. Che quando attendi il peggio, è lì che il peggio ti sorprende.

Ma quanto spaccavano i Guns?

giovedì 7 luglio 2016

DONNA

Mi stringi i seni
Ed io son gravida di tutte le dolcezze esistenti
Il mio volto è bianco, tu sei il mio sole.
Ti dono le mie cosce
Un regalo che non lo è ,
mi restituisci tutto
le mani,
la vita.
Il divino mi cinge i fianchi
e nasce bellezza.
Le tue mani sono il vento
le tue mani sono già impresse nel mio cuore
le tue mani le ricorderò nelle sere fredde e sole
e le terrò a mente per sentirmi felice.


Amore mio
sei il mio dio
vivo per te
nella salvezza di una vita eterna che mi doni.
Sono
nelle tue mani
che ora mi stringono i seni
che ora mi danno dei frutti
che ora
divine
mi uccidono.



Sara

domenica 3 luglio 2016

IL TEMPO DELLA MATURITÀ

Gli esami stanno volgendo al termine. Gli esami di quest’anno, di questa sessione, di questa maturità. Ricordo la mia maturità come fossero passati appena due anni, e invece ne sono passati appena due: era l’estate del 2014 e fu un’esperienza totale, un segno che resta. Resta così forte che ogni anno mi interesso nuovamente all’ambiente scolastico durante il periodo degli esami per sentire ancora quell’odore familiare, rivedere quelle facce tese, quelle teste calde, riprovare quelle emozioni che un esamino facile facile come Filosofia Teoretica B non dà. Potrebbe essere un discorso retorico, di quelli alla “Si stava meglio quando si stava peggio”, ma l’età che avanza, gli acciacchi del tempo mi portano sempre più spesso a fare questi pensieri nostalgici e malinconici che mi scende la lacrimuccia ogni volta.


Ogni anno quindi ricapito in mezzo a giovani ragazzi e ragazze nel pieno del loro esame di maturità. Li osservo, mentre gridano, si strappano i capelli, organizzano viaggi della maturità che forse faranno come premio, forse come via di fuga dalle ire dei genitori. Che sono sempre irosi in questo periodo, sarà il caldo. Li osservo e mi chiedo: “Com’ero io, com’eravamo noi in quel momento della nostra vita?
Ci hanno sempre detto che un tempo che fu i giovani erano più maturi, interessati alla politica, impegnati nel sociale. Ci hanno ripetuto che loro sì che erano pronti ad “entrare” in società, ad entrare nel mondo del lavoro, a produrre e ad essere il loro prodotto. Erano in procinto di diventare, delinearsi ed essere. E per certi versi questo discorso si sposa coerentemente con lo “slittamento dell’età” a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni, in seguito alle innovazioni tecnologiche e ai progressi in campo medico che hanno alzato notevolmente l’età media della popolazione. Tutto filerebbe liscio, tutto potrebbe essere specchio di una trasformazione sociale e generazionale imponente; tutto perfetto, se non fosse per un leggerissimo e insignificante particolare personale: quando ricapito a guardare un esame di maturità mi sento sempre meno maturo del candidato, nonostante siano passati due anni dal mio momento. Credo di essere meno maturo ora rispetto a loro, nonostante qualche anno di differenza, e credo che il mio io di due anni fa sia lontanissimo dallo standard di maturità dei maturandi contemporanei. E quindi perdo sempre, sia da un lato che dall'altro. Vuoi vedere che alla fine sono io il punto più basso della curva?


Si dice che l'età sia solo un numero, e che non esiste più la mezza stagione - no aspetta, l'ultima non c'entra. Ma forse non è l’età, non è il tempo, la cronologia che viviamo e i traumi che ci segnano, ma un’interpretazione dell’età. Forse tutto dipende da come noi crediamo di vivere un determinato momento della nostra vita. Il peso che gli attribuiamo, le responsabilità che crediamo esso abbia nel tempo perduto. E forse allo stesso modo qualcun altro avrà scorto in me una maturità inaspettata in un gesto meccanico che faceva parte del momento, inquadrato nell’immagine di una prova di umanità cresciuta. Ma tutti tendono a viversi dando meno tempo al tempo, pesando diversamente la prossima esperienza, continuando a fingersi neonati dentro per mentire ad uno specchio e al mondo che gira inesorabile, per contrastare i granelli fini che riflettono la luce della luna nella fine del nostro istante di eternità. Ci vediamo immaturi per darci il tempo di realizzare la finitezza della vita e delle possibilità che ci investono, ci passano, ci sorpassano e non ci aspettano mai; e credere di essere ancora in tempo ci dà l’illusione che quelle occasioni ripasseranno, che tornerà il tempo nell’eterno ritorno. Ma ogni esperienza ci raggiunge diversa in sé e in noi, e ogni granello di quella clessidra dorata mostra nuova facce, nuovi spigoli, calamità.
Non tutto si traduce, però, in una disfatta tremenda dell’uomo: l’immaturità dell’eternità, contemporaneamente alla chiusura di un mondo differente da quello in cui siamo cresciuti, mantiene aperte le porte di una diversa sensibilità, di un diverso approccio illuso alla vita. Che un giorno si frammenterà sotto i colpi del giorno, ma intanto tiene il cuore in ascolto del cuore chiuso degli altri. e forse questa perdita di tempo vitale vale più di mille impegni, comizi, credenze distratte.
Non siamo forse maturi fin quando non vogliamo affrontare la realtà della limitatezza temporale dei nostri giorni, finchè non ci accorgiamo di avere la necessità di lasciare qualcosa di noi in questo mondo e mettiamo da parte le forme del pensiero per essere davvero. Ma quel giorno, il giorno in cui si cresce, qualcosa del sogno muore con la nostra infanzia perduta, che non stava al tempo e non si preoccupava di starci. Che quella maturità alla fine la presi, ma non è che la volessi poi tanto. Che restare immaturi è motivo di vanto.

E non è avere vent’anni
E non è avere gli esami
Fidati è qualcosa in più
Fidati è qualcosa in più

giovedì 30 giugno 2016

MONTE DI VENERE

Nudità
Di miliardi
di corpi
Di donne
Bellissimi
E primitivi
E insanguinati.

A loro dovete rispondere.
Gridano in piazze
E sono nude
Di tutto

Si sono spogliate
Perché vediate le loro ferite
Sudicie
E mai disinfettate.

La morte
brucia avida
sui loro ventri di vita,
ride e beve il latte dei loro seni,
ubriaca balla  
perché ha fatto un patto vantaggioso
col diavolo
o con Dio.

Sono lerce
E meravigliose comunque.
Tengono i capelli raccolti
Le tette in mostra
E il pube
Senza pudore.

Eccolo il nostro corpo
Anche quando non lo desiderate
Nei vostri incubi
Eccolo
Nello stridore di denti
Ricordatelo
Denti e carezze
Denti e carezze


Dal monte di Venere
Si alza un grido
Che ghiaccia
E poi scioglie.
Dal Nilo
Risorge un respiro antico
Che stringe i suoi fianchi
Nella culla del mondo
Dai Carri del cielo
Cade un pianto
Che annaffia Giugno
Con le sue morti ,
cresceranno molti fiori.

Ma voi
Fiori
Blu
E rosa 
Lascerete sconfitta
E urla
E siete già morti
E giugno vi annaffia comunque.


 Sara

martedì 28 giugno 2016

EXIT MUSIC (NOT FOR A FILM)

In principio avevo in mente di stilare un elenco dei miei album preferiti usciti nel corso di questi sei  floridi mesi – musicalmente parlando – del 2016. L’idea non mi garbava poi molto è ho quindi optato per raggruppare alcuni album interessanti o sottovalutati che per qualche ragione fossero affini.
Da cosa cominciare? Brancolavo nel buio, fino a che la geopolitica è giunta in mio soccorso. Per chi non se ne fosse accorto infatti il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord© è uscito dall’UE. A pensarci bene poteva pure rimanere dov’era, la geopolitica. La seconda ricerca più digitata sulle tastiere inglesi nelle ore successive al drammatico divorzio è stata “Che cos’è l’UE?”, a dimostrazione che no, nemmeno gli Inglesi, quelli precisi del tè preciso alle 17:00 precise, leggono le condizioni d’uso.
Gli amichetti isolani potrebbero però non essere gli unici ad ignorare cosa ci sia esattamente sull’altra sponda della Manica, quindi per questo nuovo giro di giostra vi propongo cinque gruppi bretoni che forse conoscete, forse no. In ogni caso l’UE non si disgregherà se non li ascoltate. Voi però fatelo, eh.



YAK
Una delle nuove band più promettenti e interessanti al debutto quest’anno è proprio inglese e per di più dal nord dell’Inghilterra, il nocciolo del “leave” insomma. Nonostante questi tre ragazzi siano nati e cresciuti nel cuore operaio dell’inghilterra, culla dei Beatles, The Who, the Kinks e chi più ne ha più ne metta, nel loro sound c’è ben poco, per non dire nulla, di quel che resta della british invasion. Il loro album di debutto Alas Salvation, pubblicato lo scorso maggio suona invece come una versione molto più sporca, cattiva e psichedelica di alcuni gruppi indie della costa est. Hungry Hearts fu il primissimo singolo rilasciato, addirittura nel febbraio 2015.



WILD BEASTS
Un altro gruppo inglese che della tradizione musicale inglese conserva ben poco a cominciare dal nome, ispirato dall’espressionismo francese. D’altronde la tendenza della musica inglese ad internazionalizzarsi non è certo inedita, a dispetto di ogni anacronistico nazionalismo.
Come per quei pochi, buoni gruppi che riescono a forgiare un loro stile originale, le musica dei Wild Beasts non è immediata e i loro album, anche se molto orecchiabili, hanno bisogno di più ascolti per appassionare davvero. Ma alla fine ci riescono sempre. In attesa del prossimo album Boy King, in uscita ad agosto, vi propongo un pezzo dall’ultimo loro lavoro in studio, Present Tense, risale al 2014. Ascoltate Mecca e dite se non vi viene voglia di ascoltarlo tutto.



COSMO SHELDRAKE
Musicista semisconosciuto, anche lui inglese ovviamente. In realtà nella madre patria ci passa ben poco tempo tra corsi di musica e viaggi in giro per il mondo a catturare suoni. Sì, perché nonostante sappia suonare una moltitudine di strumenti, Cosmo fa un larghissimo uso del sampling, campionando suoni che raccoglie durante i suoi viaggi – in The Fly una mosca ad esempio – e campionando se stesso durante i live, come ha anche mostrato su Ted. Per ora ha pubblicato due EP: The Moss, scaricabile gratuitamente dal suo sito e Pelicans We, nel 2015.



FUTURE OF THE LEFT
Non è solo la questione su cui si sta probabilmente interrogando Corbyn negli ultimi giorni, ma è anche il nome di un gruppo punk gallese. Non eccelso, né troppo originale, ma ingiustamente poco considerato. Che poi diciamo le cose come stanno, se non fosse per Gareth Bale e John Cale probabilmente ci scorderemmo che il Galles esiste. Ad ogni modo i Future of The Left hanno appena pubblicato un nuovo album, il loro quinto lavoro, dal titolo che è un programma: The Peace and Truce of Future of The Left. Il disco non è male e se vi piacciono gruppi punk storici come i Minutemen o i Gang of Four apprezzerete canzoni come In a Former Life.



URUSEI YATSURA
La Scozia ha sempre avuto un panorama musicale variopinto e per niente omogeneo. Franz Ferdinand, Belle and Sebastian, Primal Scream, Mogwai, Jesus and Mary Chain eccetera. Una tavolozza di generi e influenze ricchissima se si pensa che tutto lo stato ha la metà degli abitanti di Londra. Ecco, su questa tavolozza gli Urusei Yatsura rappresentano quel colore strano ma affascinante che si è formato quasi per caso mescolandone altri che non c’entravano niente tra loro. Il nome è giapponese e significa più o meno “gente che fa casino”, loro sono appunto scozzesi e la musica che facevano non c’entrava assolutamente nulla né con il Giappone, né con le Highlands. Debuttarono nel 1996 con We Are Urusei Yatsura – la fantasia l’avevano finita tutta per scegliere il nome – album che, con pezzi come First Day on A New Planet, si può dire che abbia definito l’indie rock contemporaneo.


Marsha Bronson


sabato 25 giugno 2016

EVERYBODY WANTS SOME!!

Richard Linklater non sbaglia più un colpo, e, dopo il dibattuto ma valido esperimento cinematografico chiamato Boyhood, rimette mano ai suoi esordi per dare vita al seguito spirituale del film del ’93 “Dazed and Confused”, che aveva segnato il suo primo successo, seppur all’epoca fosse ancora un successo di nicchia. In “Dazed and Confused”, il regista-sceneggiatore raccontava nel dettaglio l’ultimo giorno di scuola di un gruppo di liceali americani nel 1976. Per il suo seguito spirituale, Linklater ha adottato una linea simile, concentrandosi sui giorni che precedono l’inizio dell’anno accademico al College e seguendo nello specifico le scorribande scalmanate del gruppo della squadra di baseball. La storia, questa volta ambientata nell’estate del 1980, vede in Jake, giovane matricola, socievole e aperto alla vita, il fulcro della vicenda, il collante che regge insieme una serie di episodi esilaranti e che apre infine le porte ad un’interpretazione più matura dell’opera. Perché, anche in questo caso, Linklater ha dimostrato le sue capacità di scrittura, al di là di quelle registiche - comunque invidiabili -, riuscendo a proporre delle riflessioni costruttive e interessanti attraverso una facciata divertente che ride di se stessa e che lascia un sorriso stampato sul viso dello spettatore. Dietro una serie di personaggi sui generis si nascondono considerazioni profonde sull’essere umani in comunità, sui contrasti, sulle speranze, le delusioni e i cambiamenti che nascono dall’evoluzione e dallo sviluppo di un soggetto in definizione progressiva. A questo proposito, la scelta dell’età e del momento di vita dei protagonisti non è casuale, andando così a scavare all’interno di una criticità notevole, nella quale spesso si perde l’essenza propria dei soggetti, ossia quel periodo che coincide con il passaggio nel mondo degli adulti.


Il messaggio dell’autore non è però così palese e nulla vieta di godersi il film per l’ottima commedia corale e giovanile che comunque resta, ma ciò coinciderebbe con una riduzione della portata dell’opera. Per andare a fondo, è necessario dunque concentrarsi su personaggi e situazioni che potrebbero sembrare secondari, di poco conto. Nello specifico mi riferisco all’amico del liceo, ora punk credente e praticante, e a Willoughby, compagno di squadra del protagonista dedito al rilassamento e alla telepatia. Ma non agli squali, a quelli non pensa affatto.
Nel primo caso, i protagonisti, membri della squadra di baseball, si trovano ogni giorno ad adattarsi ad un nuovo contesto, ad incontrare persone diverse, ad inventare segni zodiacali per far colpo sulla prossima ragazza. Il momento della riflessione è servito dall’invito del ribelle amico del protagonista ad un concerto punk. Jake e Finn si ritrovano ad impersonare il terzo personaggio diverso nel giro di tre sere. Chi sono davvero non è rilevante. Ciò che emerge è la libertà di essere chiunque dietro quei baffi modaioli, dietro il fare da Casanova. Ciò che emerge è la possibilità ancora plausibile di plasmare la loro materia per indirizzare la vita verso l’espressione piena dell’essere, verso l’originalità, verso quel guizzo che accompagna gli adolescenti sognatori e che si spegne tra il castello delle istituzioni, la produttività e la morte interiore della ripetizione. I nostri atleti preferiti dimostrano di avere ancora una materia attiva dentro che continua a produrre vita, al di là delle convenzioni, all’insegna del divertimento e della spensieratezza.


Nel secondo caso, invece, la questione si fa più profonda, con uno sguardo al futuro ed uno ad un passato perso, rimpianto e infrantosi contro l’originalità dell’essere al di fuori della società. Fin da subito Willoughby pare essere quello del gruppo di amici che meno si sposa con lo stile di vita forsennato e frenetico dei suoi nuovi compagni di squadra. Il biondo rilassato preferisce stare in disparte, ascoltare musica psichedelica e non disdegna l’uso di droghe leggere. Incisivo è il suo discorso al protagonista sull’uso proprio che bisogna fare dei propri mezzi, sulla necessità di perpetrare la propria stranezza senza preoccuparsi del giudizio altrui, senza chiudersi per proteggersi. Allo stesso modo però risulta fondamentale la conclusione della linea narrativa del personaggio, alla luce della quale muta anche la riflessione fatta in relazione al primo episodio. Lasciare tutto con il lato oscuro della luna dei Pink Floyd e il sorriso non è da tutti, ma happiness only real when shared e allontanarsi così tanto dall’aggregazione degli uomini può ritorcersi contro lo stesso soggetto. È proprio questo il punto cruciale: la doppia tendenza. Se da una parte è il soggetto a cercare una sua espressione nel mondo, dall’altra la società necessità, per sua struttura, che il soggetto prenda una posizione, e l’incastro imperfetto di questi due movimenti complessi può allontanare l’uomo da se stesso, dall’essere umano, per rincorrere nel tempo l’ombra di quello che avremmo voluto essere, di un giovane collegiale che non siamo più, tra il biliardo e le stelle.

Ciò che resta, dopo la visione di questo film, è però certamente la consapevolezza della libertà, del tempo che è sempre dalla nostra parte, dell’infinità delle possibilità. Perché è il mondo ad essere infinito, infinito e aperto. E le barriere che vediamo, i muri, le costrizioni, le differenze sono solo nella nostra mente. È l’occhio a confinare questo mondo in uno schema chiuso e repressivo. Contro la nostra natura, contro la voglia di continuare a conoscersi nel fiume d’agosto, mentre Mark Knopfler suona. Mano nella mano.

Frontiers are where you see them.