giovedì 12 novembre 2015

NBT: SPECTRE

Spectre” (2015) è il ventiquattresimo film della serie di James Bond (senza contare i due film apocrifi: “Casino Royale”e “Mai dire mai”) ma non fatemi iniziare a parlare dei film precedenti altrimenti parto con uno sproloquio infinito e non mi fermo più. Meglio cominciare subito da “Spectre” senza indugi. Vi devo avvertire però: essendo un gran fan boy non potrò parlarvi di questo film con l’oggettività che si converrebbe, ma tant’è. Il film a mio parere è uno dei peggiori dell’era Craig assieme a “Quantum of Solace”. Dopo l’ottimo “Skyfall” uscito due anni fa speravo che il regista sarebbe riuscito a replicare con “Spectre” ma non è stato così. Il ventiquattresimo non è tra i migliori, poco ma sicuro. I difetti sono molti e, temo, difficilmente perdonabili.



Questa volta Bond si trova a fare i conti con la misteriosa organizzazione Spectre capeggiata dallo spietato Hannes Oberhauser. L’impostazione generale è quella del classico film di 007: inseguimenti in giro per il mondo (Messico,Londra, Roma, Austria, Marocco), sparatorie, esplosioni, Vodka Martini, british humor, completi impeccabili e via dicendo. Questa volta però si sente che manca qualcosa. Alcune parti sono state rese bene, come ad esempio la scena iniziale a Città del Messico nel Dia de los Muertos oppure l’inseguimento notturno sul Lungotevere, ma nel complesso il quadro non è particolarmente esaltante.
Il regista è lo stesso di Skyfall: Sam Mendes  (famoso per film come “American Beauty” e “Revolutionary Road”). La sua regia si mantiene sui  buoni livelli del Bond precedente e non si possono fare troppe critiche al film su questo punto di vista. La vera debolezza di “Spectre” è sicuramente la sceneggiatura, sia in primo luogo per quanto riguarda la caratterizzazione del villain, sia per l’impostazione generale. Il film non fa un bel lavoro nel presentarci le vicende, non è ben chiaro cosa sia effettivamente l’organizzazione Spectre e come sia collegata agli avvenimenti dei film precedenti.


James Bond in questo film viene interpretato ancora da Daniel Craig che si conferma per la quarta volta come un’ottima scelta. Il suo è un Bond che all’apparenza sembra duro, freddo ed implacabile ma che in realtà è incerto, pieno di dubbi. È un Bond che non ha paura di mettersi a nudo e di rivelarci le proprie insicurezze. Cade il mito dell’agente segreto invincibile, infallibile e invulnerabile. Ora è una persona che sbaglia, cade e sa rialzarsi. Questa rivoluzione del personaggio che era iniziata nei film precedenti prosegue anche in “Spectre”, è una modernizzazione della figura di James Bond che viene adeguata ai canoni cinematografici moderni. Anche se personalmente preferisco il Bond “classico” non posso negare che una rivisitazione del personaggio fosse necessaria.
L’aspetto che più mi ha deluso in Spectre è stato il villain ovvero Hannes Oberhauser alias Ernst Stavro Blofeld. Il personaggio di Blofeld è già apparso nella serie in ben sei film prima di Spectre, è una figura ricorrente nell’universo di 007. Ci viene presentato come il cattivo dei cattivi, la mente dietro a tutti gli avversari che Bond - Craig ha dovuto affrontare negli ultimi anni: Mads Mikkelsen, Javier Bardem, eccetera. In realtà in questo film non è nemmeno lontanamente carismatico come dovrebbe essere. È un personaggio banale ed insapore che non dà mai l’impressione di costituire una vera minaccia per Bond. La mia frustrazione è amplificata dal fatto che Blofeld è interpretato da quel fenomeno di Christoph Waltz.
Waltz è un attore austriaco che fino a qualche anno fa era semisconosciuto e viveva di comparsate occasionali in serie come “Il commissario Rex” e simili. Nel 2008 è stato scoperto da Quentin Tarantino ed è stato inserito in “Bastardi senza gloria” dove si è esaltato in una performance strepitosa nei panni del sadico Colonnello  Hans Landa che gli è valsa il Prix d'interprétation masculine, l’Oscar al miglior attore non protagonista e la fama internazionale. In seguito ha collaborato con registi come Roman Polanski, Terry Gilliam e Tim Burton ma la sua popolarità è sempre rimasta legata al ruolo di Landa, uno dei villan più fenomenali della storia del cinema. Quando scoprii tempo fa che era stato scelto per essere il “Bond baddie” di Bond 24 ero esaltato, sapevo che c’erano i presupposti per un cattivo coi controcazzi. Purtroppo sono rimasto amaramente deluso. Waltz è stato sfruttato pessimamente, è uno degli antagonisti più mediocri e sconclusionati che la serie ricordi. MALE!  Malissimo. Avrebbero potuto usare Stephen Hawking e sarebbe stato meglio.



Invece ho apprezzato l’idea di inserire Dave Bautista come tirapiedi di Waltz, in ogni scena in cui è presente porta dinamicità e divertimento. Per lui vale il discorso opposto a quello fatto per il villain principale, lui è uno degli sgherri migliori della serie. Grosso, cattivo e poco aperto al confronto: è lo scagnozzo che ognuno vorrebbe avere al proprio fianco.
Recitano in questo film in ruoli secondari anche Ralph Fiennes, Léa Seydoux e Monica Bellucci. Ralph Fiennes  interpreta M, il capo dell’MI6  ed è un peccato vedere un attore così talentuoso interpretare un personaggio così piatto ma comunque il suo lavoro lo fa senza infamia e senza lode. Léa Seydoux è la Bond girl di turno mentre devo ancora capire il ruolo di Monica Bellucci … cosa dovrebbe essere? Si vede solo in una scena, nella quale si accende di passione per Bond ma poi scompare dai radar e non si vede più per tutto il film. Un personaggio assolutamente inutile.
 “Spectre” come tutti i film di Bond che si rispettino è pieno di umorismo autoreferenziale, così avremo una scena in cui Craig ordinerà l’iconico Vodka Martini e gli porteranno un frullato iperproteico, oppure le classiche gag sull’agente 009 sempre nominato ma mai mostrato sullo schermo e avremo come sempre una buona dose di gallows humor molto british  (“Non puoi salvarmi, puoi solo regalarmi altri cinque minuti!” “Ottimo. C’è tempo per un drink”)
Una menzione speciale va fatta alla nuova auto di Bond: una Aston Martin DB10. Questo modello di auto è stato costruito specificamente per il film e ne sono stati prodotti solo 10 esemplari. Un’auto stupenda, una delle migliori che James Bond abbia mai guidato e...no James Bond non ha guidato solo auto spettacolari. Non vi ricordate quelle maledette BMW dei tempi di Pierce Brosnan?



A parte qualche sporadico elemento positivo Spectre rimane un film mediocre  pieno di inverosimiglianze (Bond che abbatte un elicottero con la sua Walther PPK) e incongruenze(Oberhauser /Blofeld dovrebbe essere il capo di tutti i cattivi affrontati da Craig ma allora perché né lui né l’organizzazione Spectre sono mai nominati in “Casino Royale”, “Quantum Of Solace” e “Skyfall”?) .

Come avrete capito non il mio giudizio sul film non è positivo ma d’altro canto  è comunque un film di 007 ed io (in quanto fan boy) devo ammettere che mi sono divertito a guardarlo. In fondo diciamoci la verità nemmeno uno  dei 24 bond usciti in oltre cinquant’anni dal 1962 fino ad oggi può essere considerato un capolavoro. Sono pieni di cliché e loro qualità media è mediocre ma sono film cult che noi fan amiamo così come sono: esagerati, inverosimili ed imperfetti. 

lunedì 9 novembre 2015

COMMENTO FARGO 2 - EPISODI 2 E 3

Lo so, sono in ritardassimo, ma sto recuperando. Mi dispiace avervi abbandonati così su due piedi per privilegiare una serie che non sta regalando le soddisfazione che aspettavo. Errore mio. Rimedierò. Intanto Fargo 2 è ormai arrivato alla quarta puntata (probabilmente alla quinta quando io avrò pubblicato tale commento), per cui prometti di rimettermi in pare in breve tempo per riuscire a pubblicare il prossimo commento nel giro di una settimana a partire da ora. Ma queste sono tutte illazioni e raramente mantengo le promesse, sappiatelo.


In questi due ultimi episodi Fargo ha alternato momenti convincenti a passaggi a vuoto non clamorosi ma neanche trascurabili, confermando le voci che mi erano arrivate riguardo i contro della prima stagione. Il secondo episodio in particolare, a parer mio, non è riuscito ad enfatizzare i momenti clue(edo), di cui comunque era dotato, scadendo troppo spesso nella noia gratuita. E stavolta dico noia, non lentezza. La lentezza è una scelta stilistica e di scrittura attraverso cui i tempi delle azioni vengono dilatati per avvicinarsi alla realtà ed approfondire determinati temi o personaggi. La seconda puntata invece è lenta perché non riesce a bilanciare bene scene al cardiopalma e altre di intermezzo; quindi un errore nella gestione dei tempi è stato commesso e si nota. Il regista però riesce a sopperire alla parziale mancanza di materiale con la valorizzazione di uno dei capisaldi della serie, ossia lo stile visivo. Tutto è preciso, fine, geometrico, ordinato. Ogni elemento fuoriposto si colloca perfettamente in un contesto violento e sporco di sangue, ma per certi versi puro e immacolato. Sarà la costante della neve posata sui prati del Minnesota e del Sud Dakota.
Altra costante mantenuta in questi primi tre episodi è l’ironia tipica dei fratelli Coen che permea ogni scena, ogni inquadratura. Attraverso questo stile narrativo a tratti surreale, gli scrittori riescono a creare un mondo realistico ma irreale al punto giusto per risultare allo stesso tempo ilare e minaccioso. La scena in cui il suocero del protagonista ferma i malviventi di Kansas City riesce ad essere contemporaneamente carica di pathos ed estremamente divertente, grazie soprattutto allo scrittura del personaggio interpretato da Ted Danson: sopra le righe, dissacrante, intelligente e stranamente realistico. Sul binomio antitetico realismo- surrealismo si fondo l’intero clima dell’opera finora, e, se gli sceneggiatori riuscissero a mantenere il perfetto equilibrio mostrato finora, ci troveremmo finalmente al cospetto di una perla di black humor di rara bellezza.


Il terzo episodio, a differenza del secondo, è invece carico di eventi attraverso i quali si sviluppa la trama principale legata al caso dell’assassinio del giudice e quella secondaria collegata indirettamente alle indagini, ovvero l’imminente guerra tra i Gerhardt e la mafia di Kansas City. Delle due trame quella che sulla carta dovrebbe essere più affascinante e coinvolgente è la seconda, ma lo spettatore è portato dalla caratterizzazione dei personaggi secondari e dallo sviluppo degli eventi ad aspettare con più ansia il momento in cui la telecamera si concentra sulle intuizione della nostra madre preferita o sulle macabre usanze notturne dei macellai negli anni ’70. Spero che questo terzo episodio non rappresenti l’eccezione alla regola, perché a mio parere questo perfetto connubio tra momenti di stanca televisivi ed improvvise folate di eventi significativo potrebbe rappresentare il dispiegamento delle ali di Fargo.


La caratterizzazione dei personaggi, sia quelli principali che secondari, mi è sembrata inoltre estremamente naturale, mai forzata e perfettamente in linea con l’opera in toto. Non avremo mai una scena in cui due personaggi interagiscono tra di loro per il puro sviluppo dei due caratteri, ma tutte le scene sono in qualche modo legate alla trama e quindi non risultano mai fini a loro stesse. Da questo punto di vista va dato atto agli sceneggiati di un lavoro accurato e studiato nei minimi dettagli.
Angolo delle previsioni: la guerra sarà guerra e la mafia giungerà alla felice coppietta di assassini prima dei protagonisti. In ogni caso i morti, da qui alla fine, come ha dimostrato la scena del venditore di macchine da scrivere iper tecnologiche, non mancheranno.


Finora Fargo ha rispettato tutte le aspettative pur mostrando qualche lacuna dal punto di vista della divisione degli eventi e dell’organizzazione del tempo. Rimane però stilisticamente perfetto e dissacrante. Anche l’uso delle musiche è stato sviluppato in maniera intelligente in modo da coinvolgere ulteriormente lo spettatore nel nero della serie crime più bizzarra degli ultimi anni. Le premesse sono ottime, ma riusciranno a tenere sempre costante il livello d’intrattenimento in dieci lunghe puntate?

domenica 8 novembre 2015

LA MIA PAURA PREFERITA: AGORAFOBIA

Sarà ormai l’abitudine, sarà il suo tono pacato, sarà che si mostra sempre per quello che è e mai per quello che il suo personaggio gli chiederebbe di essere, ma quando conclude un suo canonico video con “Un bacione dal vostro amico Dario Moccia”, io ci credo. Credo davvero che a parlare sia un mio caro amico. Credo che, se ci trovassimo il sabato sera a discorrere delle nostre passioni, e magari a programmare nuovi tour in Giappone, il suo tono sarebbe quello dei video, i suoi tempi, le sue espressioni. Quello che rende realmente Dario un potenziale amico è la trasparenza e la naturalezza con cui abbatte le barriere tecnologiche irrompendo in camera nostra a portare un po’ di sana Nerd Cultura.


Quando il giovane divulgatore toscano ha annunciato la sua partecipazione alla realizzazione di un fumetto, non stavo più nella pelle. Rimanere al proprio posto portando avanti delle idee ben precise e coerenti dall’inizio alla fine; questi i meriti che giustificherebbero da soli l’acquisto, a mio parere. Poi ho finalmente messo le mani sull’albo realizzato in collaborazione con il disegnatore Giovanni Fubi Guida e sono rimasto attonito. Senza parole.
Agorafobia non è quello che un fan di Dario si sarebbe potuto attendere. È diverso, nel senso che va oltre l’idea che noi avevamo del ragazzo sotto l’effetto di taurina. Agorafobia è una storia breve ed autoconclusiva sporca e cupa, fredda e disturbante. La trama, in breve, narra di un ragazzo afflitto da un grande peso nell’anima che lo ha costretto a chiudersi sempre più rispetto al mondo esterno, sia metaforicamente che fisicamente. Passa le sue eterne giornate contemplando le avvolgenti coperte, chiamando per nome i treni che passano vicino al lui. Il mondo che scorre ad uno sputo dalla sua paura. Il pensiero ricorrente è sempre la colpa per la presunta scomparsa di un amico che vediamo solo in un paio di frangenti confusi. Gli elementi che più riescono a movimentare il quadro generale non sono altro che una caduta e una sigaretta. Morte dell’anima.
Da questo punto di vista il nostro beniamino mostra della lacune in fase di scrittura spesso evidenti, attribuibili più alla mancanza di esperienza che a mancanza di idee originali. il concept di sviluppare un solo personaggio e di farlo dialogare con se stesso è, parlando per esperienza personale, la maniera più semplice di costruire una storia, sorvolando sulla scrittura di dialoghi plausibili e sul bilanciamento dei tempi dei vari personaggi.


I disegni di Fubi, che, giudicando il monaco dall’abito qualche mese fa, quando erano uscite le prime tavole, non mi avevano fatto gridare al capolavoro, invece aiutano in maniera convincente il lettore ad empatizzare con lo stato d’animo del disperato e tremante protagonista attraverso linee sporche, connotati abbozzati e macchie. Molte tavole sembrano essere frutto di un incidente di percorso, di un rovesciamento del calamaio, ma ogni linea fuori posto sembra essere lì per un motivo, per una paura recondita. Ogni elemento grafico contribuisce a creare l’aspetto fondante che contraddistingue l’opera: l’atmosfera. Ogni sguardo del protagonista sa di morte, ogni battuta detta o pensata è un’agonia sia per il personaggio che per il lettore se riesce ad immedesimarsi appieno. L’immedesimazione è appunto importante per cogliere delle sfumature di significato che rendono la lettura più appagante e coinvolgente, ma ciò che davvero conta è l’esperienza. Due momenti in particolare mi hanno colpito e toccato: l’inizio dell’opera, quando il protagonista insonne osserva i piccoli oggetti della sua prigione, e la scena dell’ombra allo specchio. Chiunque nella vita potrebbe trovarsi, o si è già trovato in passato, a lottare strenuamente con l’ombra di se stesso, a cercare di ribellarsi ad un istinto superiore che ci impedisce di vivere come vorremmo e ci costringe ad arretrare, a rinunciare alla vita che sognavamo e che ci sta sfuggendo di mano per colpa nostra. Nostra e di nessun altro. Essere nemici di si stessi al punto di non vivere più, questa è la fine dell’uomo. Un’ombra densa di dolore e rabbia che nessuno vede a parte noi; noi che facciamo finta di niente e intanto pieghiamo la schiena.


Un tema sempre attuale trattato con la semplicità di una voce esperta e di una mano mossa al punto giusto. Agorafobia (che potete trovare qui) è quindi un prodotto sinceramente poco innovativo e non esente da pecche, ma è anche un punto di partenza per nuove collaborazioni di Dario e soprattutto un viaggio. Un viaggio nella parte oscura dell’anima che viene sfiorata, ma non approfondita. Alcuni momenti davvero ben calibrati, toccanti e disarmanti. A voi la lettura dunque, purché il vostro animo sia pronto.

Un bacione dal vostro amico Mattia Santoro.


sabato 7 novembre 2015

COMMENTO AQUARIUS - EPISODI 7 E 8

Che Aquarius abbia smarrito la retta via pare ormai chiaro a tutti. Non perderò il mio tempo quindi a cercare di salvare il salvabile, perché tra umori ballerini, eventi poco interessanti e confusionari e pessima gestione dei tempi, trovare il salvabile sarebbe già impresa ardua. Vorrei invece parlarvi di ciò che Aquarius sarebbe potuto essere, ma che evidentemente non è  stato e non credo possa essere nelle successive puntate. O meglio, potrebbe essere stato, ma non nel modo giusto. È un discorso contorto, lo so, ma mi capirete solo leggendo. Quindi Aquarius sarebbe potuto essere…


… la storia travagliata di un poliziotto moralmente retto, ma dai modi burberi e con un passato da alcolista, che cede spesso ai piaceri della carne e non riesce a dare un ordine alla sua vita, ma continua imperterrito a risolvere casi con le buone o con le cattive, sfruttando le conoscenze che anni di vita di strada gli hanno garantito. Se poi una storia del genere fosse stata ambientata negli Stati Uniti durante i turbolenti e rivoluzionari anni ‘60, allora ci saremmo trovati di fronte ad un prodotto usuale nella narrazione e nella trama, ma innovativo ed accattivante nello stile.

… la storia di un giovane agente negli stupefacenti sixties che contemporaneamente fa uso di droghe illegali (per lo più leggere) e viene scelto per indagare sul pericoloso narcotraffico messicano, trovandosi inevitabilmente a nascondere le proprie attitudini tra due fuochi che rappresentano due aspetti fondamentali della sua vita. Cosa fare dunque? Quale parte appoggiare? Meglio tenersi saldo un lavoro statale ben retribuito o far valere le proprie ideologie mostrando l’elemento umano della macchina? Se a questa simpatica storiella aggiungessimo anche maggiore violenza e maggiore pathos, a mio avviso, otterremmo una serie da candidatura all’Emmy, qualità permettendo.

… la storia di un criminale efferato che raggira giovani ragazze per abusa di loro e per convincere a sostenere il suo sogno di diventare musicista folk. Questa storia sarebbe più interessante se ci fosse davvero uno stuolo di poliziotti alle calcagna del malvivente. Una corsa contro il tempo per scoprire l’ubicazione del circolo giovani amiche e per incastrare l’antagonista (che, scegliendo un nome a caso dal cappello magico, chiameremo Charles) magari facendo leva sul possesso e lo spaccio di stupefacenti, sul sequestro di minore, sull’abuso di minore, sul furto, sulla rapina privata, ecc… Diciamo che questi ipotetici agenti avrebbero qualche piccolo ed insospettabile crimine per incastrare il giovane e dannato Manson (ops, mi è scappato anche il cognome).

…  la storia di un giovane militare appena arruolatosi nella marina statunitense e costretto a scontrarsi con la dura verità della guerra in Vietnam, che si ribella al sistema e decide di denunciare al mondo le terribili torture che il popolo asiatico oppresso è costretto a subire giornalmente da quelli che in patria sono considerati molto più che eroi. In questo tortuoso percorso di verità verrà però osteggiato dal governo e dai massimo esponenti dell’esercito fino ad arrivare alla morte del giovane protagonista, ormai abbandonato anche da coloro che un volta lo sostenevano. Una storia triste ma comunque storicamente assai plausibile.

… la storia di un famoso attore di Hollywood trovato morto, nudo e crocifisso nel suo camerino durante le riprese di un film. Si verrà poi a sapere che il celebre interprete era omosessuale e i produttori volevano in tutti i modi nascondere la verità sulla sua sessualità affiancandogli spesso avvenenti escort che fingessero di essere la sua compagna. Magari si scoprirà anche, nel corso delle indagini, che l’attore era originario dei territori filosovietici e che ciò potrebbe essere stato il movente dell’efferato omicidio, considerando il clima che si respirava negli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

… la storia di una donna agente di polizia che, negli anni ’60, quando ancora le donne venivano discriminate per il loro sesso, cerca di emanciparsi lavorando sottotraccia ai casi più importanti del commissariato e riuscendo a risolverli prima dei colleghi, mostrando al mondo il futuro.



Perfino la storia del prete poker face sarebbe potuta essere molto più interessante se approfondita e analizzata con i giusti tempi. Credo comunque che il fondo lo si sia toccato quando un agente del distretto pronuncia al protagonista una frase tipo: “Ma poi quella ragazzina scomparsa?”; e la scena cambia repentinamente. Trame scollegate e sconclusionate che talvolta si perdono nel marasma generale. Dare un ordine ed un senso a tutto ciò mi risulta davvero difficile. Neanche il colpo di scena finale è riuscito in qualche modo a smuovere la mia curiosità nei confronti dei prossimi decisivi episodi e sinceramente, con The Knick e Fargo da seguire più assiduamente per meriti palesi, non sono sicuro della prosecuzione di questa rubrica ormai settimanale. Forse la concluderò, forse scriverò un articolo “Perché non ho concluso Aquarius”. Chissà.

venerdì 6 novembre 2015

FIVE BY FIVE... #3

Non ho avuto fortuna. Ero curioso di vedere “The Reflektor Tapes” ma i cinema nei dintorni avevano altri progetti per me e ho ripiegato su “The Martian”. Avrei potuto recuperarlo in streaming ma io non faccio queste cose brutte. E comunque è impossibile trovare quel dannato documentario su internet. “The Reflektor Tapes” non l’ho visto, la colonna sonora di “The Martian” era ben poco interessante (Bowie era telefonato e va bene, ma almeno mettete Life On Mars, che diamine!), insomma di che vi parlo?
Semplice, di un altro documentario. “Shut Up And Play The Hits” racconta l’ultimo storico concerto dei LCD Soundsystem, ormai 5 anni fa, al Madison Square Garden. Gli LCD sono tra le mie band preferite dell’ultimo decennio, li canticchiavo alle cinque di mattina durante la peggiore, o migliore, dipende dai punti di vista, sbronza di sempre (o almeno così mi hanno detto); negli appena tre album della loro breve carriera hanno ripescato ciò che di meglio c’è stato nella storia musicale della Grande Mela, dai Velvet ai Suicide passando per il CGBG e il Paradise Garage, per poi iniettarlo nel nuovo millennio tra synth e luci stroboscopiche. In questo documentario del 2012 viene mostrato uno spaccato interessante sia sulla quotidianità del leader James Murphy, sia sull’energia dei live, senza mai annoiare. Dimenticavo, a circa metà della prima parte si vedono gli Arcade Fire, quindi in un certo senso ho mantenuto la parola.



Kamikaze – MØ
MØ a.k.a. Karen Marie Ørsted, cantante electro-pop danese. Non avevo idea di chi fosse e fin qui niente di strano, una buona parte delle canzoni di cui parlo sono di artisti che ascolto per la prima volta, se non fosse che a quanto pare ero l’unico povero sfigato, a giudicare dalle views visualizzazioni che ha sul tubo. Eh, la vecchiaia.
Ad ogni modo, Kamikaze è il suo ultimo singolo e ha una melodia ettronica e orientaleggiante (avrei detto arabeggiante, ma visto il titolo non mi pareva il caso) molto carina e molto pop che si fa ascoltare con piacere.
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Eraser – METZ
Non so bene da dove derivi lo stereotipo del canadese buono e gentile (sul serio, li avete mai visti giocare a Hockey?), ma di certo non proviene dal mondo della musica. I METZ sono un trio canadese, appunto, e fanno un noise/punk che non sembra molto amichevole. Hanno pubblicato un ottimo album dal titolo fantasioso (METZ) nel 2012 e un secondo dal titolo ancor più fantasioso ( II ) questa primavera, di cui non so dirvi molto perché non l’ho ancora ascoltato. So dirvi però che Eraser è uscita qualche settimana fa come singolo, è veloce e violenta ed è davvero niente male.
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The Answer – Savages
Uno dei miei generi prediletti è il punk, in tutte le sue forme e di tutte le (de)generazioni. Quando scrivo questi commenti cerco di essere trasversale ai generi per quanto possibile e selezionare canzoni che in generale mi paiono buone. Oggi siete di fronte a due eccezioni: la prima è parlarvi di ben due gruppi punk, uno sta qua sopra, l’altro sono le Savages, gruppo post-punk franco-inglese tutto al femminile; la seconda eccezione è dirvi che la loro The Answer non è che mi faccia impazzire. Ho apprezzato il primo album, “Silence Yourself”, ma in questo singolo vengono esplorate sonorità dal sapore fin troppo gotico lontane dai miei gusti. Di certo c’è che i gusti sono soggettivi e che queste ragazze sono oggettivamente brave, quindi vale la pena farvele ascoltare.
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Never – Jennylee
Never è il primo singolo di Jennifer Jennylee Lindberg, cantante statunitense che sta per debuttare, a dicembre, con l’album solista “Right On”. Dal suo ascolto è lecito aspettarsi qualcosa di molto “anni ‘80”. A partire dal riff di basso in stile Jesus & Mary Chain, inzuppato nel feedback alla My Bloody Valentine, tutto contribuisce a creare un’atmosfera fumosa e ovattata alternando durante tutto il pezzo momenti più cupi ad altri più distesi. Insomma finché viene rispolverata questa parte degli eighties può ancora andare bene, mi auguro che nessuno rispolveri i Duran Duran. Ah già.   
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Confessor – Eluvium
Io e la musica ambient non è che ce la filiamo più di tanto. Non mi sono ancora chiari i reconditi meccanismi psicologici che mi portano ad associare una canzone ad un evento, un’idea, una persona o un’emozione (e probabilmente ciò è un bene), ma l’ingranaggio ambient evidentemente ha qualche vite fuori posto. Ultimamente però sto ascoltando parecchia roba che si discosta dalle, diciamo, convenzioni musicali e in una di queste derive psicosonore mi sono imbattuto in questo pezzo di Matthew Cooper, in arte Eluvium, che ho scoperto avere una certa esperienza nel genere. Confessor si ascolta ma non si ascolta, è eterea, ti passa attraverso ma qualcosa dietro la lascia, forse. Io ci devo ancora pensare ma magari voi lo trovate, ‘sto cacciavite, e mi insegnate ad usarlo (mi sento un po’ il Barney dell’ambient).
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…+2 (ecco a cosa servivano i puntini nel titolo)

Slumlord – Neon Indian / Red Cow – mewithoutYou
Siccome mi sento buono, ecco altri due pezzi per voi. Due video, anzi.
Il primo è il video di Slumlord direttamente dall’ultimo album dei Neon Indian, che sta riscuotendo parecchio consenso sia da parte del pubblico che della critica. La loro è elettronica un po’ new wave, un po’ funk, un po’ Daft Punk, un po’ italodisco, un po’ di tutto a dire il vero, e il video è un guazzabuglio caleidoscopico di luci al neon, caos discotecaro, colori sgargianti e personaggi improbabili. È lunghetto, circa otto minuti, ma è anche uno dei migliori che abbia visto da qualche tempo a questa parte.   
Di tutt’altra pasta è invece il video di Red Cow dei mewithoutYou. I mewithoutYou sono gruppo Philadelphiese o  Philadelphino, che dir si voglia, secondo me tra i più sottovalutati degli ultimi anni, oltre che parecchio strano. Il cantante Aaron Weiss per esempio, è freegano, vale a dire la digievoluzione di un vegano, e i testi che scrive sono per la quasi totalità a tema religioso. Grazie alle mie celestiali conoscenze bibliche e a Wikipedia posso dirvi che Red Cow in particolare tratta di Mosè e dell’esodo. Non ho idea di quale legame possa avere il video con la canzone, ma è carino e la musica è buona.



Marsha Bronson

lunedì 2 novembre 2015

COMMENTO AQUARIUS - EPISODI 5 E 6

Aquarius ha perso l’equilibrio narrativo che aveva mostrato di avere nelle prime puntate, andando ad evidenziare lacune di scrittura abbastanza evidenti. Abbiamo ormai perso di vista il vero obiettivo delle serie, ossia quello di riportare in vita il caso Manson e gli psichedelici anni ’60, con le loro contraddizioni, ma soprattutto con la loro rivoluzionaria forza dirompente. Niente di tutto ciò. Acquarius preferisce aggiungere, confondere e abbondare. Alla trama principale legata al malvivente folk si sono aggiunte, nel corso delle puntate, troppe sottotrame troppo poco interessanti per dare consistenza ad un sacco di juta sostanzialmente vuoto, se non per qualche insetto.


Ci sono storie di troppo che rovinano l’esperienza e dimostrano l’immaturità degli individui a capo del progetto. Obiettivamente l’intera storia riguardante il figlio di David è parsa fuori luogo e forzata. C’era già abbastanza elementi su cui lavorare e attraverso cui costruire la serie e ricostruire gli anni ’60; non vedevo la necessità di muovere una critica all’esercito attraverso una linea narrativa così ingombrante e vicina a quella principale.
Lo stesso protagonista, a furia di cambiamenti repentini e sbalzi d’umore, sta diventando progressivamente sempre più vittima degli eventi, snaturando i suoi principali connotati all’inizio della serie. Sta perdendo credibilità insomma. L’alcool, che sembrava un tabù infrangibile fino al terzo o quarto episodio, è diventato parte integrante del personaggio senza fare il minimo rumore. Senza mostrare davvero una caratterizzazione sentimentale convincente, Fox ha ristabilito una relazione potenzialmente duratura con la sua vecchia fiamma, nonché madre della ragazza scomparsa all’inizio, e poco dopo i rapporti tra i due si sono raffreddati nuovamente per poi riaccendersi al ritmo di un brano anni ’40. Una serie di eventi che non riesce a toccare lo spettatore, ma che scivola nel più totale disinteresse.


Il precedente commento si era chiuso con il blitz dei vecchi giovani innamorati per salvare la stupefatta Emma. Una volta sottratta dalle grinfie del perfido manipolatore, la madre decide di allontanarsi nuovamente la lei per affari personali lasciandola nelle mani di un burbero babysitter. Un’idea assai azzeccata e decisamente comprensibile direi. Chi di voi, dopo aver recuperato la figlia rapita, si allontanerebbe da lei? Io non saprei, probabilmente dipenderebbe dalla figlia. Tutto ciò per sottolineare un altro enorme problema della serie: la gestione dei tempi. Tutto è affrettato, confusionario, inconsistente. Nello stesso episodio un personaggio cambia umore innumerevoli volte e ciò lo porta a fare scelte diametralmente opposte. True Detective e Breaking Bad ci hanno insegnato quali siano effettivamente i tempi scenici perfetti per rendere un personaggio credibile. Aquarius, in questo senso, perde completamente di vista l’obiettivo andando ad infrangersi contro l’onda generata dai suoi predecessori, un’onda che ha smosso l’intero mondo delle serie tv.
L’unico personaggio che probabilmente si salva dopo sei episodi è il giovane agente Shafe che,a parte una parentesi incoerente negli alloggi del ricercato genio del male, mantiene ancora un minimo di coerenza e assume dei connotati sempre più realistici attraverso la sottotrama riguardante il colore della pelle della compagna.



Sinceramente non so più cosa aspettarmi. Mi piacerebbe se la serie fosse parzialmente snellita da ricami arzigogolati superflui e tornasse a ricalcare le orme che la stavano portando verso lidi ameni fino ad un paio di settimane fa, ma credo anche che, una volta intrapresa una strada così complessa e travagliata, tornare indietro sia quasi impossibile. Mi piacerebbe rivedere i protagonisti investigare su Manson alla ricerche di prove che possano incastrare quello che all’alba dei tempi era stato etichettato come principale antagonista della serie. Mi piacerebbe se ci fosse più ordine in modo da valorizzare i molti spunti positivi che, pur nel marasma generale, Aquarius continua a mostrare. Ciò che probabilmente genera più sdegno negli spettatore che, come me, ancora ci credono, sono appunto le potenzialità che la serie sta sistematicamente sprecando. Non ne interrompo la visione commentata, ma le aspettative ormai sono estinte.

COMMENTO THE KNICK 2 - EPISODI 2 E 3

Soderbergh continua il suo dipinto della grande mela marcia di inizio ‘900. L’obiettivo di ampliare il parco personaggi e di rendere la storia di più ampio respiro è evidente. Gli sceneggiatori hanno cercato di alzare l’asticella nonostante nella precedente stagione fosse posta già ad un livello encomiabile. L’aumento del numero di storie non ha però generato il risultato sperato e probabilmente è stato fatto un passo indietro rispetto ad una prima stagione che coglieva nel segno, grazie anche all’effetto sorpresa dato dalla novita. Questi due episodi si perdono troppo spesso in storie meno interessanti che allontanano l’attenzione dai personaggi principali che erano colonne portanti della serie fino a pochi mesi fa. Ci perdiamo a trovare un buon avvocato per la suora in carcere, a trovare i soldi per un buon avvocato per la suora in carcere, a convincere il marito dell’insopportabile Cornelia Robertson, a seguire la nuova storia d’amore del giovane e quasi ebreo Bertie (giovane anche perché ancora da svezzare), a conoscere il padre pastore dioscesointerra di Lucy, quando sappiamo benissimo che la suora sarà salvata solo da un gesto illegale del signor Cleary, la Robertson continuerà a fare quello che faceva prima di prendere un nuovo cognome ancor più altolocato e Bertie tornerà con l’infermiera del Knick, lo deve fare. Se non succede mi arrabbio. E il padre della povera ragazza che viene picchiata, umiliata e insultata solo per non essere più pura come un tempo? Ah no, di quello non ci interessa nulla.


Queste sottotrame tolgono spazio all’argomento principale, quel luogo che dà il nome alla serie: il Knickerbocker. In questo modo, anche le storie di Thack ed Edwards vengono diluite e perdono a poco a poco la loro capacità di coinvolgere il pubblico. Diciamoci la verità: noi fan accaniti guardiamo The Knick per le operazioni crude e macabre, per le ricerche del dottor Thackery, per le dosi del dottor Thackery, per gli amori del dottor Thackery, e anche per Edwards, che però assomiglia sempre più a Calimero. Non perché è nero, per la sfortuna.
La trama legata alla dipendenza del protagonista però è stata sviluppata in maniera troppo affrettata, non lasciando il tempo allo spettatore di assorbire i cambiamenti radicali del personaggio. Il primo episodio si era infatti chiuso con la presunta guarigione del chirurgo; il secondo invece mostra un Thack più maturo, consapevole, ma comunque dipendente da stupefacenti (in questa stagione l’oppio è stato sostituito dall’eroina, la via è quella giusta John). Come se tutto ciò che abbiamo vissuto tra la fine della prima stagione e l’inizio della seconda fosse un unico, grande ritorno nietzschiano. Cambia tutto per non cambiare nulla, e ci ritroviamo al punto di partenza con appena due variabili alterate: Bertie licenziato ed Edwards preferito a Gallinger. Troppo poco per toccare la vena creativa degli spettatori.


Capitolo Bertie: tornerà? Non tornerà? Ricercherà? Ecco, la ricerca. Secondo me sarà una delle chiavi principali per il suo ritorno al nuovo Knick: gli studi sull’adrenalina saranno intimamente collegati al lavoro svolta da Thack per curare se stesso e il mondo (ma prima se stesso, sempre prima se stesso). Una volta tornato poi spero che l’infermiera Lucy si convinca finalmente ad accettare le sue avance (so di ripetermi troppo spesso su quest’argomento, ma ci tengo particolarmente).
Per quanto riguarda Edwards invece credo che gli autori abbiano applicato un criterio conservativo che sarebbe calzato a pennello anche alla situazione Thackery: hanno sostanzialmente rimandato la soluzione del problema a data da destinarsi pur proseguendo con l’evoluzione del personaggio attraverso le confessioni all’amico chirurgo e il prepotente ritorno della Robertson. Spero che questa storia si chiuda presto, sia per la sensibilità del nostro medico nero preferito (nonché unico presente in tutta la serie), sia per il circolo di ripetitività viziosa che potrebbe venirsi a creare col passare degli episodi. Ma in questo frangente non mi aspetto di essere accontentato, anzi.


La situazione quindi, rispetto alla fine del primo episodio, è mutata di un nonnulla attraverso una narrazione frammentata e troppo lenta per essere frutto della mente degli stessi autori delle ultime frenetiche puntata della prima stagione. Purtroppo The Knick non sta migliorando esponenzialmente come mi aspettavo, ma comincia a ristagnare nella sua perfezione stilistica e registica. Credo però che questa sia solo una fase di assestamento su nuovi standard per la serie che si appresta definitivamente a fare il grande salto verso l’olimpo. Nessuna serie al mondo ha portato avanti una narrazione complessa come quella di The Knick senza accusare periodicamente dei cali. Io continuo ad essere estremamente fiducioso.


domenica 1 novembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 26 OTTOBRE - 1 NOVEMBRE


FILM: Frank (2014)
Frank è un film incatalogabile su cui avevo molte aspettative generate dalle receimpressioni non scritte degli amici e dal faccione del protagonista che spiccava in ogni trailer o locandina. Inizialmente pensavo si trattasse di una divertente commediola inglese su una band indie-alternative. Un po’ The Rocker - il Batterista Nudo, ma meno volgare e più intelligente nei contenuti, ma mi sbagliavo di grosso. Frank è un prodotto complesso, profondo e stratificato; studiato in ogni suo minimo dettaglio. esistono molte componenti in questo film che, se analizzate separatamente, risultano ben strutturate, scritte ed introdotte, ma un passo indietro rovina in parte il quadro. Da lontano le storie che si intrecciano sembrano perdere consistenza e sfumano i loro contorni in un anonimato cinematografico che appiattisce i personaggi piuttosto che farne risaltare le caratteristiche peculiari.
Il film parte e si sviluppa come la creazione di un album incredibilmente inusuale, ma poi il Frank del titolo si dimostra essere completamente diverso da quello che ci saremmo attesi, il protagonista subisce un’evoluzione negativa (rappresentata dalle sigarette che comincia a fumare nel corso della registrazione) legata in particolar modo alla fama e i membri della band si allontanano sempre più dal modello che rappresentavano all’inizio. Solitamente apprezzo molto la caratterizzazione non stereotipata, ma talvolta semplificare dei personaggi è utile per esaltarne degli altri. In quest’opera invece sono tutti sopra le righe, tutti inusuali, tutti protagonisti.
Questo modo il film, partendo da solide basi, riesce a trattare argomenti eterogenei quali morte, autismo, malattia, fobia, depressione, disturbi psichiatrici, musica di nicchia, amicizia e amore. Un complesso di elementi contrastanti che purtroppo vengono spesso relegati ad un ruolo secondario, ma che avrebbero meritato molto più spazio. Un complesso che riesce a toccare il cuore degli spettatori in maniera gentile, senza mai forzare la mano. Un film che stupisce pur mostrando qualche pecca a livello di bilanciamento e di scrittura. Recitare costantemente con una maschera indosso non è cosa da tutti, complimenti a Fassbender. Un plauso per la realizzazione realistica del mondo della musica indipendente. VOTO: 7.5



ALBUM: Più che Logico (2015)
Cremonini non è uno dei miei artisti preferiti, ma è innegabile la sua costante presenza nell’intera vita della mia generazione. Siamo nati con Squerez, cresciuti con Maggese e conseguito la maturità con Logico. E dopo Logico? Più che Logico, raccolta composta dai live del tour 2015 e da un paio di inediti. L’album si presenta come un best of in cui però mancano gli storici singoli dei Lunapop a parte 50 Special. Ricordare alcuni brani può essere una bell’esperienza per alcuni, brani che ormai associamo a periodi ben precisi della nostra vita, brani non indimenticabili ma significativi.
La qualità delle registrazioni è discreta, con qualche errore tecnico dovuto alla normale natura movimentata dei concerti. Tutto sommato però la componente live riesce talvolta a conferire nuova linfa a pezzi ormai lontani dal gusto comune, ormai evidentemente spostato vero suoni elettronici. Gli inediti inoltre rendono il tutto più interessante.
Un album insomma consigliato per i fan del cantautore bolognese, ma che tutti potrebbero benissimo apprezzare pur conoscendo pochi brani. VOTO: 7.5



ALBUM: Music from the Motion Picture: Into the Wild (2007)
Non sono mai stato un grande fan dei Pearl Jam, ma in questo caso Vedder ha superato se stesso regalandoci il racconto di un’opera strepitosa in musica. Parlare del film Into the Wild non è mia intenzione, almeno non in questa sede, ma sarebbe impossibile cercare di spiegare la grandezza di quest’album senza fare riferimento alla pellicola dello scontroso Penn. Ascoltando le varie tracce con le cuffie e il volume al massimo si ha la sensazione di avere una live brezza tra i capelli, di indossare occhiali da sole scuri, di respirare libertà da questo mondo. L’immersione è totale e il risultato fantastico. Guaranteed e Society commoventi. Per tutto il resto vi rimando all’articolo che presto dedicherò al film. Intanto ecco a voi una delle migliori colonne sonore di sempre. VOTO: 9



ALBUM: Covers (2015)
Chiudiamo in leggerezza con un EP bonus dei redivivi The Fray. In questo breve ma intenso lavoro il quartetto di Denver prende cinque successi (alcuni sinceramente un po’ meno meritevoli di altri) della musica pop moderna e, come suggerisce il titolo dell’album, tentano di farne una cover imprimendo il loro marchio pop-rock.
Maps è forse la meglio riuscita, Streets of Philadelphia forse osa troppo già solo nell’idea di voler omaggiare il boss con una cover. Le altre scorrono piacevolmente. VOTO: 6.5