mercoledì 16 dicembre 2015

COMMENTO THE KNICK 2 - EPISODI 8 E 9

La maturazione è quasi compiuta; ma maturazione non è necessariamente sinonimo di perfezione, e questi due episodi di The Knick ne sono l’esempio. La vicinanza della conclusione di questa convincente seconda stagione comincia a farsi sentire più insistentemente nel ritmo, ma non nelle trame e sottotrame che, esclusa quella legata a Thack, non sembrano ancora voler tendere ad una chiusura degna di tale nome. Dubito quindi si possa ottenere un finale soddisfacente dal punto di vista della conclusione delle storie sviluppate finora - specialmente di quelle meno interessante e oggettivamente a tratti tediose - ma Soderbergh sembra più indirizzato ad una complesso di finali aperti e senz’altro drammatici e disfattisti, come la negatività sviluppatasi nel doppio episodio in analisi oggi dimostra ampiamente. Tutto sommato stiamo parlando di due puntate che alzano ulteriormente il livello della seconda stagione, ma che soffrono di un evidente problema di ritmo se analizzate in coppia: sembra quasi che le due siano state invertite, non per contenuto, ma per stile di scrittura e regia. Nell’ottavo episodio infatti accadono molti più eventi, i tempi sono ridotti e i personaggi non riescono neanche ad elaborare le problematiche che li colgono decisamente impreparati, mentre nel nono il ritmo sembra scemare verso una nuova situazione di stallo apparente, propedeutica evidentemente alla valorizzazione del finale. Escludendo però l’atto ultimo dalla riflessione specifica, mi trovo a dover criticare, seppur non aspramente, questa scelta degli sceneggiatori.


Passiamo dunque, come di consueto, all’analisi dello sviluppo delle varie storie che coinvolgono i protagonisti; e da dove partire se non dal dottor baffo che, nel male e nelle disgrazie, pur sempre amiamo alla follia? Thackery stavolta non riesce ad imporre appieno la sua superiorità teorica (del personaggio) e recitativa (dell’attore) sul resto dei protagonisti della vicenda, complice anche una scrittura frettolosa e poco credibile, specialmente a cavallo tra i due episodi. L’evento su cui non posso sorvolare in un’adeguata critica semisimilcinematograficaetelevisiva, nonostante non sia mia intenzione fare spoiler clamorosi (anche se sia io che voi sappiamo che, se siete qui, è perché le puntate le avete viste eccome), è la morte della sciagurata Abigail. Un personaggio travagliato, sempre alla ricerca della sopravvivenza, sempre puntando al minimo per vivere in pace, pur senza la grazia, ma purtroppo colpito da una sciagura immonda fin dalla sua prima apparizione. Una morte del genere è ammissibile, sì, ma il modo con cui è stara resa ha stonato in maniera clamorosa. I tempi della morte, l’accettazione, le reazioni. Un cliffanger interessante sviluppato in maniera quasi pessima che ha portato via un personaggio senza riuscire davvero a smuovere la trama generale e senza riuscire a prendere lo spettatore; sbigottimento immediato e reazionarie escluso. Oltretutto non mi è ancora ben chiara la dinamica del decesso, ma forse verrà spiegata in seguito. Magri si è trattato di un tragico errore umano. Da quel momento in poi Thack è ricaduto nell’oblio della doppia dipendenza e sembra essere ormai l’ombra di se stesso; disaffezione totale alla vita. credo quindi che il finale provvederà in particolar modo a cambiare questa situazione insostenibile, nel bene o nel male (ma credo più nel male - ormai non mi fido più degli sceneggiatori).


Rimanendo nel Knickerbocker, Edwards ed Everett hanno cominciato una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi, neanche fisici. In ogni caso il mio supporto, e credo anche quello del pubblico da casa (che ogni tanto scelie anche Gesù), va indubbiamente per il medico afroamericano che, spero, non abbia riportato gravi problemi dopo il colpo infertogli all’occhio già malconcio dal finale della prima stagione. In compenso Everett ha sudato un tantino freddo in occasione della spassosissima sequenza in cui la moglie, malata ma esilarante, ha bellamente confessato di aver ucciso il medico psichiatra che le aveva cavato i denti poco tempo addietro, appena prima di attentare alla vita di un secondo uomo, un detective in azione, di cui ancora non abbiamo notizie. Fantastico siparietto comico molto nero che riesce a far ridere di morte, malattia, omicidio e sofferenza. Il giovane sostenitore dell’eugenia come teoria scientifica riconosciuta non ha però perso tempo dopo l’internamente della moglie e l’ha immediatamente rimpiazzata con la sorella, che a dire la verità sembra identica. Non mi stupirei se le due attrici fossero davvero imparentate. Una sottotrama che ha dunque aggiunto una componente interessante e divertente, ma che poco ha avuto a che fare con la realtà dell’ospedale.
Tornando agli altri personaggi legati al Knick, Bertie non si è fatto vivo se non per qualche operazione, mentre è stato riportato in scena il padre della nuova e smaliziata Lucy, ma il tempo dedicato a questi frangenti ha relegato tale sottotrama nella periferia della serie. Interessante la storia d’amore mancata tra la suore e l’autista (anche se palesemente telefonata e destinata a sbocciare con il tempo, vista anche la tenacia dell’uomo) e divertenti le avventure sentimentali di Herman (personaggio più detestato dell’intera serie) che, nonostante tutti i suoi sforzi, si ritrova sempre e comunque ad essere nelle mani di qualcun altro.


La nota dolente più evidente di questo doppio episodio, a parte forse il cattivo bilanciamento di alcune storie, è la forzata volontà di allargare il contesto specifico della storia ad ambienti estranei a New York attraverso le vicende epidemiche della famiglia Robertson e le indagini della scontenta Cornelia. La realtà intima dell’ospedale e le storie personali dei vari protagonisti avevano portato la serie ad assumere un’impronta individualista e decisa su alcuni avvenimenti. Le stesse indagini dell’ispettore della sanità durante la prima stagione mi erano infatti parse forzate, lente e distaccate dal contesto. Ma il vero apice della forzatura è stata l’imbarazzante sequenza, filtrata manco fosse una foto di instagram, in cui ci viene mostrato un Thack senza baffi (e quindi indubbiamente molto più giovane) alle prese con un epidemia in un paese esotico. In tale occasione ci viene anche spiegata la relazione, quantomeno iniziale, tra il protagonista e il Robertson padre. Scene decisamente fuori contesto, superflue e fuorvianti per il corretto prosieguo della narrazione principale. Una piccola e breve caduta di stile che non intacca però il livello complessivo.
Un grande merito però va riconosciuto ciecamente agli sceneggiatori e allo stesso Soderbergh: riuscire a costruire una così convincente stagione d’intermezzo tra l’esoridio e il tanto pubblicizzato cambio di location non è da tutti; anzi è cosa rara. Fallire in questo senso e dare vita ad un prodotto monotono e attendista sarebbe stato molto più facile (vero, How i Met Your Mother stagione 9?).


La fine è ormai alle porte. Personalmente credo che grandi giudizi definitivi e risoluzioni drastiche vengano rimandate alla terza, e spero non ultima, stagione. Intanto spero che Thack si risollevi dal lutto e che Edwards non abbai riportato danni troppo gravi perché mi piacerebbe davvero vederlo nel nuovo Knick (ma ne dubito fortemente). Credo poi che un personaggio tra la suora e il suo socio Tom vanga arrestato, e immagino anche possa scapparci il morto illustre prima della fine per dare quel pepe percepito solo a tratti durante questa complessa seconda stagione. L’hype s’impenna.

domenica 13 dicembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 7-13 DICEMBRE


FILM: Whiplash (2015)
Ormai l’avrete intuito: arrivo sempre tardi quando si tratta di momenti importanti. Diciamo che il tempismo non rientra propriamente nelle mie doti innate. Anche in questo caso mi confesso colpevole di non aver riservato la giusta attenzione nel tempo giusto a questo film, di cui pure avevo sentito parlare molto bene da fonti autorevoli come il mio collega di blog Davide Quercia. Dopo aver fatto ammenda, però, direi di passare alla receimpressione  vera e propria.
Il panorama odierno è saturo. Prodotti freschi e innovativi, sia nella forma che nella sostanza, spesso annegano nel tentativo di emergere dal mare della mediocrità e della banalità. Whiplash ce l’ha fatto, invece. Tale pellicola è riuscita a raggiungere il successo planetario stracciando ogni canovaccio antiquato e proponendo finalmente qualcosa di nuovo. La scrittura, in particolar modo, mi ha stupito per la capacità di saper intrattenere andando oltre gli stilemi classici e quindi oltre la forma mentis comune. Non abbiamo eroi, non abbiamo background, né morale, né finale strappa lacrime. Non abbiamo lo sviluppo dei personaggi secondari o sottotrame utili ad allungare un medio metraggio per trasporlo sul grande schermo. Abbiamo solo ed unicamente un ragazzo provato dalla sua ambizione giustificata ma ossessiva e un insegnante dispotico e controverso. Due personaggi soltanto attorno ai quali ruota l’intera vicenda. L’unico elemento che poteva farci associare Whiplash alla linea comune del cinema americano era la componente romantica che per pochi minuti tenta di prendersi la scena a dispetto della musica, ma così non è, e lo sviluppo della narrazione dimostra quanto in realtà tale elemento sia stato inserito solo in maniera funzionale al resto della trama portante; e la scena della chiamata a pochi minuti dalla conclusione della vicenda dimostra chiaramente la validità di tale mia affermazione.
Il protagonista in realtà non è né il ragazzo né J.K. Simmons, ma l’ambizione malata del primo che si sviluppa si pellicola attraverso la musica. Teller infatti, consapevole delle sue grandi doti, comincia a focalizzare la sua esistenza solo sulla carriera da batterista, fagocitando in essa ogni altro aspetto della sua vita. il suo obiettivo però non è solo la realizzazione umana che deriva dal successo, ma una vera e propria scalata all’olimpo dei suoi sogni per ottenere la notorietà e quindi il riconoscimento delle sue capacità da parte di persone a lui estranee. Esattamente in questo punto degenera la comune ambizione di ogni essere umano e si sfocia nella profonda problematica interiore che lo porta, anche attraverso la figura del cinici direttore del Daily Mail, a compiere gesti inconsulti e inconcepibile ad un occhio poco attento alle emozioni.
Tutto questo complesso si traduce in profonda tensione emotiva che il regista Damien Chazelle riesce a rendere perfettamente attraverso un’ansia spasmodica crescente che colpisce e coinvolge anche lo spettatore più granitico e insensibile.  L’agitazione del protagonista è palpabile e sfocia nella scena del concerto prima della crisi del protagonista.
Il rapporto tra i due protagonisti è assai solido e convincente, riuscendo anche a generare una sorta di detto - non detto che prende forma definita nel finale, quando non riusciamo a giungere ad un giudizio definitivo sul comportamento del maestro nei confronti del giovane allievo. Chi ha preso gli spartiti del primo batterista? Molte emozioni e molti eventi per la trama fondamentali vengono resi unicamente attraverso sguardi, evitando così abilmente i celebri spiegoni del cinema commerciale e di quello scadente italiano in particolare.
La musica rappresenta quindi la chiave di lettura, o meglio, il linguaggio scelto dal regista per la realizzazione del film, e ciò la rende fondamentale per poter comprendere appieno il senso dell’opera. I brani scelti risultano perfetti nel contesto e le scelte registiche per la realizzazione delle scene più concitate valorizzano ulteriormente la pellicola. Meravigliosa e mozzafiato la scena dell’interminabile assolo finale.
I due attori protagonisti meriterebbero di essere citati molto più spesso quando si parla di interpretazione memorabili; Teller, nonostante qualche piccola sfumatura fuori posto dovuta probabilmente alla giovane età, regala un giovane tormentato e psicotico, stratificato al punto giusto, ma quello che più ha stupito sia me che la critica specializzata è stato J.K. Simmons. Semplicemente magnifico. Un film che andrebbe visto anche solo per le scene in cui è presente questo mio nuovo idolo. Pellicola indipendente di assoluto e indiscusso valore che, dati alla mano, ha incassato briciole rispetto a quanto avrebbe meritato. Vi invito quindi a recuperarlo e a farne tesoro, perché Whiplash è cinema, e questo cinema è meraviglioso. VOTO: 9.5



FILM: Dragon Ball Z: The Fall of Men (2015)
Guardalo, mi hanno detto. È il miglior live action su Dragon Ball, dicevano. Non sono ancora in grado di dare un giudizio sul prodotto in relazione alla serie che l’ha ispirato, ma, in ogni caso, credo che il livello del prodotto sia globalmente medio-alto, e il fattore gratuità ne aumenta notevolmente l’appeal.
Fallo of Men è un cortometraggio indipendente, della durata di appena venticinque minuti, rilasciato gratuitamente circa un mese fa su youtube. Eventualmente foste interessati, potete trovarlo qui.
La storia tenta di esplorare un universo parallelo a quello conosciuto e anche al parallelo già svelato attraverso il personaggio fautore degli universi paralleli all’interno della saga, ossia Trunks, che per l’occasione è stato però privato dei suoi caratteristici capelli grigi per lasciare spazio ad una più credibile acconciatura usuale ed occidentale. Purtroppo infatti nessuno dei personaggi presentati sembra avere fattezze, movenze e connotati orientali, ma è come se l’intero brand fosse stato trapiantato in una cittadina del Maine (King reign). Tale Trunks alternativo al quadro si troverà, dunque, a combattere da solo contro la minaccia di Cell forma perfetta. Mi fermo altrimenti rischierei di rovinare la maggior parte del corto con commenti inutili se non l’avete ancora visto.
Registicamente il prodotto sembra realizzato con cura, ma probabilmente i soldi disponibili per il progetto erano inferiori a quelli rischiesti dalle ambizioni del progetto, in quanto taluni elementi sembrano essere più grezzi e abbozzati rispetto al contesto in cui si trovano. La computer grafica ad esempio è invasiva e molto fastidiosa, specialmente in alcuni specifici frangenti dello scontro finale. Anche la scrittura dei rapporti tra i vari (pochi) personaggi sembra essere ridotta allo scheletro nudo a causa di mancanze economiche.

In generale però qualche strizzatina d’occhio alla serie animata e la sequenza finale, con annessa sorpresa, rendono giustizia ad un prodotto amatoriale realizzato da veri fan per veri fan della serie animata e del fumetto con cui siamo cresciuti. Non un capolavoro e neanche il grande lavoro che mi aspettavo dopo qualche recensione entusiastica, ma un piccolo omaggio molto godibile. VOTO: 7

giovedì 10 dicembre 2015

NBT: IN THE HEART OF THE SEA

Una famosa espressione proverbiale recita: “la realtà spesso supera la fantasia”. Niente di più falso, la fantasia per definizione è più straordinaria della realtà, sempre. Non che sia impossibile creare ottime storie partendo da avvenimenti reali, bisogna però saper scegliere con cura quali raccontare. La storia vera che ha ispirato “In the Heart of the Sea” non era adatta ad essere un soggetto di un film e questo a mio avviso è il peccato originale che ha reso il tutto fallimentare.



Il regista Ron Howard ha basato molti dei suoi film più famosi su storie vere (basti pensare a Rush, Frost/Nixon, A beautiful Mind e via dicendo) ma il problema di fondo di un film tratto da una storia vera è la necessità di riportare gli eventi così come sono avvenuti, si può usare una versione dei fatti romanzata ma comunque la struttura di base della storia deve rimanere fedele alle vicende realmente accadute. “In the Heart of the Sea” è tratto da una storia vera che a mio parere non era sufficientemente interessante per poterci basare un film. Avrei preferito di gran lunga che Howard avesse impostato il proprio film sul romanzo “Moby Dick”, l’opera di Melville avrebbe offerto spunti infinitamente più interessanti da portare sullo schermo tanto più che con la CGI dei nostri giorni è finalmente possibile creare una balena bianca degna della sua controparte letteraria.



A proposito di CGI, Ron Howard in questo film la usa in maniera spropositata e spudorata, dico spudorata perché non cerca in alcun modo di nasconderla. La migliore computer grafica è quella invisibile, qui invece dispiace dirlo ma è visibilissima. Personalmente non apprezzo molto la regia di Howard e con questo film non mi ha fatto ricredere, tra le altre cose sono stato infastidito non poco dai continui improbabili super close-up disseminati per tutto il film.
Non è solo la regia, “In the Heart of the Sea” a mio parere fa cilecca sotto molti punti di vista. Il film vorrebbe essere epico ma fallisce, vorrebbe essere grandioso ma fallisce, vorrebbe essere tragico ma fallisce. In realtà potrei parlavi a lungo degli elementi fallimentari di “In the Heart of the Sea” ma sarebbe solo deprimente, invece mi piacerebbe sorvolare misericordiosamente su questi aspetti e provare a trovare dei pro in questo mare di contro. In primo luogo Brendan Gleeson: adoro questo attore. Gleeson si vedrà al massimo per una ventina di minuti in tutto ma la sua presenza è il maggior pregio di questo film. Poi mi ha impressionato la trasformazione fisica degli attori in particolar modo quella di Chris Hemsworth  . A proposito di Hemsworth, dato che è il protagonista penso sia il caso di soffermarci sulla sua performance, in poche parole direi che l’espressione “senza infamia e senza lode” non abbia mai trovato esemplificazione migliore. Un altro pro del film è la realizzazione della balena in CGI, anche se non mi ha convinto  molto la scelta di non renderla del tutto bianca come dovrebbe essere (però posso capire le motivazioni che hanno portato a questa scelta: una balena in CGI completamente bianca sarebbe infatti risultata troppo “finta”).



Non riesco realmente a trovare altri elementi positivi in questo film che, intendiamoci, non è un disastro completo ma piuttosto sembra navigare mollemente nelle acque stagnanti della mediocrità. “In the Heart of the Sea” si propone degli obiettivi ambiziosi ma non riesce a realizzarli ed è un vero peccato perché personalmente avevo ben altre aspettative per un film che può vantare un setting così suggestivo. Il film manca di inventiva e di originalità ma soprattutto è noioso, molto noioso. E questa è la colpa più grave di cui un film possa macchiarsi. 

martedì 8 dicembre 2015

NOI NON SIAMO SALERNITANI

Il calcio è il nuovo oppio dei popoli.

Scopriamo una carta: nonostante sia ampiamente consapevole di quanto in realtà il gioco del calcio funga da enorme anestetico e contemporaneamente da valvola di sfogo ingiustificata per diversi milioni di Italiani, a me piace abbastanza e quando posso lo seguo. Lungi da me però un condizionamento della mia vita privata in relazione ai risultati della domenica. Quello è, a parer mio, un degenero dell’iniziale e genuina passione che dovrebbe accompagnare ogni evento sportivo. Ma qui in Italia il calcio è molto di più.


Essendo legato ancora alle mie terre natie, spinto dalla curiosità di luoghi abitualmente non frequentati, ho deciso, con la mia famiglia, di passare una giornata diversa andando a vedere al Menti di Vicenza la squadra di casa sfidare la drammatica Salernitana nel posticipo dell’ennesima giornata di serie B. La partita, per la cronaca, è terminata con un deprimente e sonnolento 0-0, ma non è stato tanto lo “spettacolo” (se di spettacolo si può parlare) in campo o il risultato finale a colpirmi, quanto un paio di cori intonati dalla curva biancorossa (foltissima) rivolti alla desolata amaranto. A pochi secondi dal fischio d’inizio, infatti, è aleggiato nell’aria un dolcissimo e per niente razzista “Benvenuti in Italia!”. Si, siamo nel 2015 e, dopo anni di sanzioni, partiti politici speranzosi che inneggiavano all’odio (che - badate bene - non sono morti, ma digievoluti), discorsi politicamente corretti e curve chiuse, ci ritroviamo ancora a parlare di razzismo territoriale. Ci ritroviamo ancora a parlare di sciocchi tifosi di curva, categoria tanto rumorosa quanto incolta, che interpretano il sostegno alla loro squadra del cuore (o della pelle, se ce l’hanno tatuata addosso) come insulto della compagine avversaria e dei loro pochi supporter accorsi dal lontano sud. E quale modo migliore di provocare un centinaio di infreddoliti se non dimostrare di dormire ogni notte con lo Chabod sul comodino, facendosi beffe della "questione meridionale" e richiamando all’odio verso il diverso che tanto caro fu ai vecchi giovani padani?


L’Italia ha da sempre mostrato delle evidenti difficoltà nell’unificazione dei popoli peninsulari, che da sempre si sono formati con modelli culturali di matrice diversa (ma indubbiamente compatibili), negli ultimi anni, però, lo spostamento della rabbia e dell’odio represso, derivato dall’insofferenza a cui ogni essere umano è sottoposto giornalmente, verso gli stranieri più stranieri ha fatto in modo che il meridionale venga oggigiorno malvisto ma non violentato verbalmente; guardato con sospetto, come quei rom che rubano il rame (reale piaga sociale - sveglia!1!!1), ma dopotutto accettato, perché la società lo vuole, perché l’Italia lo vuole, perché i giornali lo vogliono. Ma quando l’arbitro fischia, la bestia è libera di scorrazzare e di esprimere la sua antidemocratica idea sopita. E quindi benvenuti in Italia piccoli Salernitani, benvenuti nella civiltà degli incivili e delle bestie!
L’altro coro che mi è rimasto in mente e mai se ne andrà è invece molto più divertente, spigliato e ironico: “Noi non siamo Salernitani!”; con annesso elementare battito di mani classico imparato alla Juilliard di New York. Al ché io e mio fratello, anche lui presente al big match, ci siamo guardati con un leggero sorriso ricolmo di amarezza e consapevolezza. Come spiegare loro che una costatazione di fatto non fa un’offesa, o meglio: come spiegare a me e a mio fratello l’accezione dispregiativa che una marmaglia di gente ha tentato di dare alla parola per la popolazione di una città vicina a noi e alla nostra cultura? Cosa vuol dire “Salernitani” in quel contesto? Tutto. Tutto ciò che di negativo vi viene in mente. Cancellate la parola “Salernitani” e aggiungente un aggettivo dispregiativo a piacere; il peggiore che vi viene in mente. Non sbaglierete.


Questa mia riflessione non vuole andare contro il Vicenza, il Verona, il Vercelli (e tutte le squadre che cominciano per V), ma vorrei fosse intesa in senso generale. Anche per le tifoserie del sud che cantano gli stessi cori a parti invertite. Perché se questo è il mondo che ruota attorno al rettangolo verde, cambio volentieri canale.

Ma nel caso specifico un consiglio per il Vicenza (che non leggerà mai quest’articolo su questo blog sconosciuto) ce l’avrei: caro signor Vicenza, quando il prossimo anno, verso agosto, i tuoi tifosi verranno da te con i soldoni guadagnati d’estate ad acquistare un abbonamento per la curva, assieme alla tessera e a qualche gadget biancorosso, regala loro anche un libriccino, anche piccolo. Basterebbe poco. Basterebbe “Il Piccolo Principe”, magari nella versione illustrata, così da renderla accessibile anche ai meno abbietti alla lettura. Grazie. 

domenica 6 dicembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 30 NOVEMBRE - 6 DICEMBRE


ALBUM: A Head Full of Dreams (2015)
La delusione della settimana, del mese e forse dell’anno. I Coldplay tornano (a far danni) con la loro testa piena di sogni, ma musicalmente molto deludenti. I toni si avvicinano, come previsto da me medesimo, decisamente più al confusionario ma interessante Mylo Xyloto, ma senza riuscire a rimanere impressi come era stato per l’album tanto criticato pubblicato nel 2011.
AHFOD si apre con l’omonima canzona che ci annuncia la linea declinante presa dalla band per l’intero album. Una ritmo sincopato molto pop-synth infatti contraddistingue fin da subito il brano in questione; un pezzo molto confuso, mixato in maniera troppo alta e compressa e troppo lontano dalla semplicità e dal timbro alternative che Martin era riuscito quasi sempre ad imprimere nei suoi lavori. E stiamo parlando di una dei pezzi migliori. Poi un paio di canzonette pop immediate e altrettanto confusionarie (tra cui anche il duetto evitabile con Rihanna… Ehm, volevo dire Beyoncé), precedono Everglow, probabilmente la migliore dell’intero album per pulizia, qualità del suono, scrittura e coerenza stilistica coi la band nel nostro immaginario. Da qui in poi un lento declino privo di picchi che archivia l’album come il peggiore della band inglese finora. Potrei salvare la dolce e nostalgica Amazing Day (con tanto di riff ripetuto e cori oh uh oh finali) e in parte Fun, ma nulla più.

Sarà il periodo dicembrino, ma ogni brano presente in AHFOD mi è sembrato una discreta interpretazione di un classico della musica natalizia; ma forse è l’albero addobbato solamente ieri ad avermi condizionato. In sostanza un prodotto controverso nella sua coerenza, che sembra accantonare quasi definitivamente i Coldplay per rilegarli a simpatica band pop, molto poco originale. Va però fatto un discorso più generale per una questione di giustizia: cambiamento e miglioramento sono due parole complementari ma dissimili; apprezzo sempre i gruppi, le persone che hanno il coraggio di cambiare e rinnovarsi per rompere la routine e stupire il mondo con le loro doti sopite, ma in questo caso è mancato totalmente un legame diretto tra la soggettività dal compositore , Martin, e la sua opera. Mi spiego meglio: quando un artista di valore produce qualcosa, è sempre l’artista in questione a farlo, e ciò implica una determinata versione del genere o del brano prodotto; in questo caso invece no. Sembra che i Coldplay abbiano smarrito i Coldplay, se non fosse per qualche sporadica eccezione di cui ho parlato in precedenza. Se avessi riconosciuto la voce di Chris Martin non avrei mai detto fossero loro. VOTO: 5


FILM: 50 e 50 (2011)
Vera e propria sorpresa della settimana. Film che in pochissimi avranno sentito nominare e ancor meno l’avranno visto. 50 e 50 è la storia di un giovane impiegato americano né felice né triste, né soddisfatto né amareggiato. A capovolgere la sua vita arriverà un cancro raro alla colonna vertebrale. Il protagonista si ritroverà ad avere il 50% di possibilità di morire, da cui il titolo “50 e 50”.
Le premesse potrebbero sembrare tragiche, ma non è affatto così. Il grande merito di questo film è infatti la comicità dissacrante e coraggiosa che si mantiene dall’inizio alla fine attraverso il personaggio di Seth Rogen, fantastico e terribile migliore amico, e il padre malato di Alzheimer. 50 e 50 non solo alterna scene commoventi ad altre molto ilari, ma riesce a far coesistere queste due componenti antitetiche nella stessa inquadratura. Riderete dei capelli mancanti di un malato e della memoria di un anziano signore, ma forse è così che si dovrebbe fare.
Il protagonista, Joseph Gordon-Levitt (che per comodità chiameremo Robin - che nessuno usa mai il suo secondo nome) inizialmente sembra non proprio a suo agio nella parte e non riesce, a mio parere, a caratterizzare al meglio un personaggio che, fino all’annuncio della malattia, non risalta minimamente rispetto agli altri. con il prosieguo invece emergono molte qualità è sfaccettature del giovane, anche grazie alle capacità attoriali di Robin. A risaltare dall’inizio alla fine è invece Rogen (che coppia di supereroi) che riesce a far ridere in ogni momento, nonostante non sia conosciuto principalmente per le sue doti davanti alla macchina da presa.
Un film sconosciuto che quindi consiglio a chiunque, per la delicatezza e l’ironia con cui riesce a trattare il tabù più radicato del mondo. VOTO: 8



FILM: Summer Camp - Primi Amori, Primi Vizi, Primi Baci (2006)
Altro film scelto in maniera totalmente randomica (un po’ come Destiny, per intenderci) basandomi sul fatto che “parla di campeggio, è un film per dodicenni, sarà divertente!”. Ed effettivamente lo è, ma forse non sempre in maniera volontaria.
La trama è abbastanza molto semplice: un gruppo di bambini va in campeggio. Punto. Aspettate, forse così è troppo semplice. Un gruppo composto da bambini e preadolescenti va in campeggio e gli animatori credono di doversi accoppiare per forza, altrimenti il film non potrebbe andare avanti. Così va meglio. Effettivamente la trama è sostanzialmente questa; tutti prima della fine del film (sia adulti che ragazzi) ci tengono e riescono a trovare l’altra parte della mela di Platone all’interno del gruppo. Unito a questa componente romanticheggiante però rimane anche il campeggio in sé, che forse è l’aspetto più riuscito dell’intera pellicola. Riusciamo infatti a respirare l’aria della convivenza forzata, dei piccoli problemi che mandano avanti il gruppo, della spensieratezza di essere giovani e lontani da casa. In questo il film si dimostra ben costruito, nonostante la leggerezza generale e qualche forzatura propria dei film senza molte pretese.
Ciò che più mi ha colpito in negativo è però la qualità intrinseca del prodotto: doppiaggio italiano alquanto scadente, fotografia moribonda e regia decisamente banale. Un film quindi poco innovativo e qualitativamente inferiore alla media delle produzione americane (quelle che hanno il simbolo dei dollari al posto degli occhi), ma estremamente divertente, soprattutto se visto in compagnia. Non si prende sul serio e non va preso sul serio; e poi c’è Omar Sy, che fa ridere anche quando dorme. VOTO: 6.5

venerdì 4 dicembre 2015

FIVE BY FIVE #5

Utorrent si avvicinava, dovevo coprire i costi di produzione prima che lo streaming diventasse troppo forte. Ora quell’antica industria discografica andava portata in salvo…
Sembrava impossibile ma a quanto pare ce l’ha fatta di nuovo Adele a invertire la tendenza che il mercato musicale ha preso ormai da tre lustri. Come abbia fatto francamente rimane un mistero per me. Certo, Adele è una brava cantante e ha una bella voce (che sono due cose diverse, mi raccomando), ha alle spalle produttori in gamba e una grande casa discografica che le garantisce visibilità (insieme ai post dei fan italiani), i suoi dischi non sono secondo me eccezionali ma sono più che discreti e soprattutto si rivolgono ad un pubblico molto amplio, tuttavia non mi sembrano queste ragioni sufficienti a giustificare un successo di vendite strepitoso come il suo. Quello che è certo è che la montagna di soldi che ha fruttato “25” a risollevare le sorti di un settore marcio fino all’osso come quello delle major discografiche.
Ma basta parlare di cose tristi e deprimenti che è quasi Natale. In più nelle ultime settimane sono uscite tante ottime canzoni di artisti e generi più diversi e come al solito, io ne ho scelte cinque:


Evrglow – Coldplay
Mannaggia ai Coldplay. È comprensibile che abbiano voglia di cambiamento e di mettersi in discussione, ma è sempre neccessario? Il cambiamento è un processo, e una parte della maturazione artistica dovrebbe includere il capire se la strada che si è intrapresa abbia portato ad una vera crescita o abbia invece snaturato l’identità del gruppo. Il fatto che Everglow sia a) una canzone così classicamente Coldplay nella struttura e nello stile e b) una canzone decisamente migliore, nel senso di “più sentita”, con più “anima” se volete, del singolo Adventure of a Lifteime, fa pensare che forse, semplicemente, Chris Martin e compagni non sono pronti per un nuovo cambiamento.
Everglow non è stata ancora rilasciata come singolo quindi va e viene sui canali non ufficiali di youtube. Qui c’è il link per ascoltarla su Spotify.


To Know You – Wild Nothing
Il 2015 deve ancora finire  ma il 2016 comincia pian piano a delinearsi, musicalmente parlando. Il nuovo lavoro della band di Jack Tatum esce il prossimo 19 febbraio, e io già mi chiedevo se sarebbero riusciti a mantenere l’ottimo livello dei loro album precedenti (“Gemini” e “Nocturne”). Un indizio potrebbe essere giunto dal primo singolo estratto: To Know You  fa presagire un cambio di stile, almeno in parte, con un riff più aggressivo e una linea di basso pronunciata. E a me piace un sacco.  
Ascolta su Youtube


Blackstar – David Bowie
Chi invece sembra essere sempre pronto a qualsiasi genere di metmorfosi è lui, David Bowie. Blackstar è il primo singolo che anticipa il suo nuovo album dallo stesso nome, in uscita il prossimo febbraio, ed è una sorpresa da tutti i punti di vista. Nel video ci vengono mostrati scheletri di astronauti (Major Tom, sei tu?), paesaggi di altri mondi e altre cose poco comprensibili amalgamate da assoli di sax, tastiere e sintetizzatori, in un inquietante arcano cosmico. In tutto questo c’è anche spazio per una parte centrale più vicina al “normale” stile del duca bianco, dopotutto la canzone dura ben dieci minuti.
Blackstar è la dimostrazione che Bowie è superiore ad altri artisti della sua generazione, non perché fa musica migliore, ma perché sa osservare e assorbire la realtà musicale che lo circonda, senza mai cristallizzarsi in una forma fissa ma al contempo rimanendo sempre se stesso. Chapeau.
Ascolta su Youtube


Sticky Drama – Oneohtrix Point Never
Si pronuncia, credo, One (come “uno”) – O (come “zero”) – Trix (come “trix”) Point Never ed è uno dei nomi d’arte di Daniel Lopatin. Lopatin è sbucato qualche anno fa dal sottobosco musicale sperimentale di Brooklyn e da allora ha fatto tante cose belle. Sticky Drama è il singolo estratto dal suo ultimo album, “Garden of Delete”, e come potete sentire è decisamente originale, per non dire strano. Io personalmente non sono riuscito ad apprezzarla del tutto appena l’ho ascoltata, ma solo in un secondo momento, inquadrata nel contesto dell’album dove assume nuove e interessanti sfumature. Di certo uno dei miei album preferiti in questo 2015 forse un po’ povero di musica veramente nuova.
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Kalandar – Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood & The Rajastan Express
Greenwood è più o meno un genio. Chitarrista dei Radiohead e a mio avviso vero fulcro creativo della band, polistrumentista, uno dei pochi al mondo ad avere la padronanza dell’Ondes Martenot, compositore di colonne sonore e tante altre cose. Un musicista coi controattributi insomma. Durante lo scorso anno è stato in india ad esplorare le caleidoscopiche sonorità locali in compagnia di Neil Godrick (produttore di molti dei lavori dei Radiohead), del musicista indiano Shye Ben Tzur e del collettivo di musicisti israeliani e indiani Rajastan Express. Il risultato di questo esperimento (documentato da Paul Thomas Anderson) è l’album “Junun”, uscito un paio di settimane fa e molto, molto interessante. Kalandar è probabilmente il pezzo in cui è più evidente la mano e la mente dello stesso Greenwood.
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Marsha Bronson


mercoledì 2 dicembre 2015

COMMENTO THE KNICK 2 - EPISODI 6 E 7

Attraverso un complesso e contorto giro che è passato dallo sconvolgente finale della prima stagione, Soderbergh sembra essere stato in grado di rimettere ogni elemento al suo posto originario. La situazione, nel suo insieme, pare infatti tornata ad essere quieta e luminosa come lo era qualche mese prima. I principali cambiamenti che hanno ricostituito l’integrità della storia sono stati il ritorno del figliol prodigo Bertie, la nuova luce negli occhi di Thack, la rinascita della premiata ditta Cleary-Harriet (di nuovo pronti a far danni) e le vecchie abitudini dell’accantonata ma rediviva Cornelia Robertson. Un quadretto variopinto di tonalità calde che sembrerebbe finalmente volgere l’attenzione ad un futuro più radioso, piuttosto che all’eterno ritorno ammirato finora, ma la convivenza è difficile e i problemi fanno parte della vita. in questo caso l’evento che tenta di minare le fondamenta del trittico di chirughi è la posizione del dottor Algie nel nuovo Knick, ormai prossimo all’inaugurazione. Per la sciagurata pecora nera, infatti, non ci sarebbe posto nella nuova struttura a causa del coloro della sua pelle e al cambiamento del target della struttura. Sarebbe davvero un peccato vedere il povero Edwards disoccupato e lontano dal suo collega mentore Thack, ma credo che ciò si verificherà entro la fine della stagione in corso e il giovane dottore deciderà di aprire una clinica clandestina dedicata agli altri afroamericani in difficoltà in una New York così razzista. Una sorta di ampliamento della subclinica che gestiva nello scantinato dell’ospedale durante la prima stagione. Illazioni.


Ciò che emerge maggiormente da questo doppio episodio è lo sviluppo di alcuni personaggi chiave. Alcuni sembrano essere più convincenti, altri molto meno. Thack sembra aver finalmente ritrovato la serenità al fianco della sua vecchia fiamma Abigail e i momenti di forte debolezza sembrano essere ormai strascichi lontani di un ricordo passato, come conferma la sua nuova dipendenza prima dell’operazione delle gemelle siamesi: l’amore. Un’evoluzione graduale che ha portato l’uomo più solitario del pianeta a fare un passo indietro per lasciare spazio ad altre personalità influenti nella sua vita, e ciò si sta ripercuotendo anche sulla trama della serie, che vede Thack sempre meno centrale nella narrazione. Ormai quasi tutti i personaggi, abilmente costruiti durante le puntate, riescono a reggersi in piedi da soli e ad attrarre l’attenzione su di solo senza il bisogno della presenza del collante generale.
Altra evoluzione significativa è quella di Bertie, che, attraverso un peregrinare circolare e costante, è tornato alla madre senza la madre, ma molto più maturo, consapevole e preparato dal punto di vista medico. Quando aveva lasciato il Knickerbocker sembrava ancora un ragazzo talentuoso ma impacciato, ancora legato profondamente alle radici familiari e probabilmente sostenuto oltremodo dalle finanze paterne. Ora invece tutto ciò è stato sovrastato da una personalità nuovo, innamorata e sicura di sé, emersa in particolar modo nell’abbraccio con il suo superiore, gesto attraverso cui il giovane mette un macigno sulle vecchie ruggini e sul disguido Lucy. Lucy che invece ha subito probabilmente lo sviluppo meno credibile e più affrettato. Nel giro di due tre puntate è passata dall’essere una giovane infermiera innocente, innamorata e succube del padre, a losca approfittatrice, incline alla prostituzione, senza sogni e senza grandi aspirazioni o progetti di vita. una morte interiore che stupisce più per le tempistiche per le motivazioni, che a dire la verità ci sarebbero tutto. Il fondo si è toccato con la scena in cui la giovane figlia di Bono si è concessa per denaro al feticista strozzino ninja giapponese spacciatore d'oppio (che detto così sembra un personaggio di un anime molto troppo sopra le righe). Una nuova caratterizzazione che purtroppo stride troppo con quella precedente e che rende il personaggio poco credibile alla luce degli avvenimenti imminenti, ossia uno scontro con la famiglia Robertson, una rottura difficile e il ritorno a Bertie.


Dal punto di vista tecnico, invece, Soderbergh ha tentato di virare verso uno stile più moderno e consueto, abbandonando le atmosfere più cupe per colori più accesi, ma senza mai rinunciare ai suoi meravigliosi piani sequenza. Una scelta stilistica questa che tende ad evolversi di pari passo con la trama. Il crollo del finale della prima stagione è infatti coinciso con l’apice della cupezza e della malinconia trasmesse dalla fotografia e dalla regia.

La seconda stagione di The Knick sembra aver ormai preso una piega decisiva e l’insieme risulta nel complesso troppo addolcito e tranquillo per poter essere reale, per poter durare a lungo. La crisi e dietro l’angolo. Mi aspetto un peggioramento graduale verso un finale e verso il cambiamento più importante dell’intera serie: il trasferimento al nuovo Knick. Aspetto trepidante.

domenica 29 novembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 23-29 NOVEMBRE


FILM: Paura e Delirio a Las Vegas (1998)
Da dove cominciare? Paura e Delirio a Las Vegas è un concentrato di elementi inqualificabili che fa dello stesso film un prodotto quasi impossibile da analizzare, ma ci proviamo lo stesso. Verso gli inizi degli anni ’70, un giornalista e il suo avvocato partono alla volta della città del peccato (che stavolta non è quella di Millar) per realizzare un servizio su una gara motociclistica. Fin qui tutto normale, se non fosse per un piccolo dettaglio da non trascurare: la droga. I due protagonisti (Depp e Del Toro) sono infatti dipendenti da tutte le droghe esistenti in quel momento in America, e tale loro lieve debolezza stravolge completamente l’intera esperienza del film. Ciò porta la trama a passare in ultimo piano per lasciare spazio al Delirio a cui i due personaggi molto sopra le righe vanno in contro; a parte poche scene, infatti, si potrebbe dire che, agli occhi di uno spettatore esterno, non accade nulla di rilevante sullo schermo.
Le scene più ispirate sono quindi indubbiamente quelle che vedono Depp in preda agli effetti degli stupefacenti: la sequenza con i dinosauri raggiunge vette di nonsense esilaranti, ma il vero culmine è la ricostruzione della sera precedente nel secondo albergo di Las Vegas. Pazzia totale. Da questa analisi emerge quanto le due interpretazioni  siano state fondamentali per la resa delle scene alterate. Due maestri che vent’anni fa promettevano decisamente molto bene.
Una componente purtroppo troppo ridimensionata ad un’analisi complessiva della pellicola è quella storica: la situazione statunitense in quegli anni, indubbiamente interessante e ricca di spunti utili allo sviluppo di una trama più consistente, viene rapidamente liquidata senza grandi giri di parole. Ma forse l’obiettivo del veterano Terry Gilliam era un altro.
A parte un paio di monologhi interessanti e profondamente veri, dunque, il film non presenta ulteriori contenuti degni di nota che conferiscano uno spessore all’opera. Ci troviamo “solo” di fronte alla delirante descrizione della mente di un individuo perennemente sotto l’effetto di stupefacenti  di ogni tipo, e se dovessimo valutare il prodotto unicamente sotto questo aspetto il voto sarebbe buono perché complessivo di una regia interessante, delle interpretazioni fantastiche, della novità, della comicità e del coraggio necessario per portare sul grande schermo questo agglomerato vuoto. Ma basta questo per fare un film? Forse si. VOTO: 8



FILM: Invictus (2009)
Clint Eastwood è una certezza, Morgan Lucius Freeman un pilastro del cinema mondiale, Matt Damon un grande attore troppo spesso sottovalutato. Nelson Mandela è invece il simbolo di una generazione. Di un mondo che forse non esiste nella realtà, più ma che alberga nei nostri cuori. L’utopia vivente che ha fatto la storia col silenzio e con il perdono.
Invictus è la storia romanzata dell’insediamento di Mandela in Sud Africa e dei mondiali di Rugby del 1995. Eastwood cerca di ridare voce ad una favola dura mai davvero raccontata attraverso un punto di vista interno che il mondo potrebbe non aver colto a suo tempo. L’incipit è di altissimo livello e lo spettatore riesce in pochi minuti a focalizzare l’attenzione sul momento storico e politico descritto dalle immagini. Lo sviluppo è convincente fin quando la storia riesce a svilupparsi su due binari in maniera bilanciata. Quando invece l’attenzione si sposta quasi unicamente su Damon e sulla sua squadra, la tensione venutasi a creare precedentemente sfuma gradualmente verso una scalata sportiva per niente elettrizzante ed appassionante. I match di rugby non prendono lo spettatore (o almeno non me) e scorrono via senza lasciare traccia, denotando una carenza in questo genere specifico per quanto riguarda il grande Clint. Sottotrama che prende il sopravvento in maniera totalmente antiadrenalinica.
Il vero fulcro dell’opera è colui che sarebbe dovuto essere il protagonista per l’intera durata del film: Nelson Freeman. Il vecchio Morgan è infatti una controfigura perfetta del politico sudafricano e, in ogni inquadratura in cui è presente polarizza l’attenzione riempiendo la scena in maniera unica. Una storia più nelsoncenrica avrebbe giovato alla narrazione e avrebbe nascosto le lacune di Eastwood in modo più convincente.
Un plauso particolare va fatto ad una scena meravigliosa che da sola vale tutto i prezzo del biglietto, ovvero quella in cui la squadra sudafricana è chiamata ad incontrare un gruppo di disagiati bambini neri. L’apice. Valutando il film nel complesso non posso però astenermi dal denotare una netta carenza nella seconda parte, dovuta in particolar modo al cambiamento discutibile del protagonista. Il voto è quindi la media tra la prima e la seconda parte, il tutto amalgamato dall’irraggiungibile qualità del regista premio Oscar. VOTO: 8


ALBUM: Saint Cecilia EP (2015)
I Foo Fighters ritornano (anche da seduti) e tentano un ritorno a sonorità passate con un EP nostalgico, compassato, ma anche convincente, formato da cinque brani. Il primo pezzo, che poi da il nome all’intero EP, sembra davvero tornare agli inizi dei 2000 con una chitarra ispirata e la voce di Dave (Davide, se siete di Cesena) ruvida e graffiante come un tempo. Un’ulteriore conferma delle immense potenzialità della band dell’ex batterista dei Nirvana. Le altre quattro canzoni invece sembrano essere un po’ meno innovative basandosi su sonorità più tradizionali; ma il livello riamane comunque alto.

Molti gruppi raggiungono l’apice della loro produttività molto presto, continuando poi a trascinarsi senza più molto da dire, da cantare. I Foo Fighters invece spostano sempre più un passo oltre il loro apice e continuano un percorso musicale talvolta sottovalutato, ma di indubbio valore. Una mosca quasi trasparente. VOTO: 7