giovedì 30 novembre 2017

DETROIT - IL FILM PIÙ IMPORTANTE DELL’ANNO

Kathryn Bigelow mette le sue indiscutibili doti al servizio di uno specchio planetario che taglia trasversalmente le pieghe del tempo, restituendo un’immagine di ieri che è il ritratto di oggi. Ma le fondamenta di questa nostra società impediranno alla storia di irrompere fragorosamente domani?


Nel 1967, in un’epoca di grandi cambiamenti sociali, la città di Detroit, nel Michigan, fu il teatro di una rivolta urbana che presto si trasformò in una vera e propria guerriglia. A scatenare gli eventi drammatici fu l’ennesimo abuso da parte della polizia locale che irruppe in una casa privata del quartiere nero per interrompere una festa e condurre tutti i presenti in caserma. Gli scontri durarono quattro giorni, dal 23 al 27 luglio. 43 morti, 1.189 feriti, più di 7.200 arresti e oltre 2.000 edifici distrutti. La storia del film si concentra su alcune di queste morti avvenute nel teatro degli orrori dell’Algiers Motel.



Detroit è un dramma dal taglio documentaristico in tre atti, scritto con mestiere e realizzato a regola d’arte. La prima parte della pellicola si preoccupa maggiormente di contestualizzare la violenza, e all’interno della ricostruzione storica vengono brevemente anticipati i personaggi principali che saliranno poi in cattedra nei restanti due atti. La contestualizzazione del momento storico rende tangibile una tensione vitale esplosa a seguito della condizione alla quale era costretta la popolazione nera in quegli anni. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Eppure è palese che non si tratti del blitz nella casa privata e neppure delle vetrine infrante, ma le scintille fanno luce su un fuoco che ardeva da tempo, alimentato dal pensiero come dalle azioni di una popolazione divisa in se stessa. Un patteggiamento è impossibile; la regista non cade nella banale spettacolarizzazione del dolore che distingue i buoni dai cattivi, il nero dal bianco. Ogni momento si trascina dietro un peso ideologico insostenibile che diventa la sconfitta del reale. La rabbia è forse l’unico sentimento distinguibile nella confusa guerra civile che si apre nella città di Detroit nella notte del 23 luglio 1967, i suoni armoniosi dei gruppi vocali lasciano il posto ad un rabbioso rumore.



Nel secondo atto vengono ripresi i pochi personaggi caratterizzati durante il primo e il contesto lascia il posto ad un’azione. La trama prende piede per raccontare una storia drammatica tra le molte tragedie di quei giorni. Una pistola da starter è il pretesto per scatenare la violenza omicida della polizia locale. La situazione iniziale, tranquilla sull’orlo della crisi, degenera sempre più mentre vengono scoperte le umanità dei ragazzi del motel e dei loro seviziatori. Il film si spinge all’apice del ritmo in una spirale di segregazione e massacri da togliere il fiato per la loro gratuità.



Il terzo ed ultimo atto dell’opera si slega da una ricostruzione storica aristotelica, abbandona il campo di battaglia e riprende la storia narrando brevemente gli eventi salienti dei mesi a seguire. Si tratta del momento della caccia ai colpevoli, il momento del processo e della (as)soluzione. Nelle ultime sequenze la regista abbandona il crescendo di ansia e disgusto, abbandona i colori forti, i rumori, la notte del dramma. Sembra un altro mondo, un’altra vita, perché la società ha voltato pagina e un processo messo in piedi dagli stessi torturatori sembra un buon compromesso per superare la crisi sociale. Ma questo processo agli uomini è la soluzione ideale per le concause che avevano acceso la miccia della situazione incipiale? Da quelle notti, immagine di un dolore ben più profondo e tornato in letargo, è rimasto in sospeso un conto umano e umanitario che ancora oggi continua ad incidere nella guerra razziale. Sminuire un sostrato ideale che fonda la violenza sociale con un processo ai colpevoli materiali è un insulto alla memoria di quei giorni e di ogni situazione di discriminazione della storia. È questo il momento esatto in cui, da film-reportage tendente alla ricostruzione storica, Detroit si spinge oltre, con uno sguardo al futuro. Il ragazzo che non è più in grado di cantare per gli uomini bianchi rappresenta il salto che ancora separa la realtà dall’immagine che pensiamo essa abbia acquisito in seguito ai nostri compromessi storici.


Detroit non è solo esercizio di stile, denuncia sociale o propaganda, si tratta di uno sguardo attento e posato sulle falle del nostro sistema, è un monito futuro che non deve essere sottovalutato né dimenticato. Riuscire a parlare di futuro in questo presente deragliato è un valore assoluto. Quando un messaggio sociale così alto incontra l’eccellenza tecnica e stilistica, si ottiene il capolavoro e il film più importante degli ultimi anni. 
Kathryn Bigelow riesce a far emergere la vergogna di essere questi uomini.

sabato 25 novembre 2017

MEZZA FETTA DI LIMONE

Mattia Labadessa appartiene ad una nuova tendenza pop del fumetto italiano che nasce da una mancanza editoriale ed esistenziale. Incarna la risposta ad una società vetusta e asfissiante che preme sulla vita quotidiana di una gioventù incastrata. Sulla scia di Zerocalcare, l’autore napoletano crea ormai da due anni situazioni realistiche attraverso un tratto fantasioso per dare voce ad un divertente disagio generazionale. Il percorso de Labadessa è allo stesso tempo particolare e usuale. Peculiare se analizzato nel suo complesso, del tutto naturale se calato ai nostri giorni. Il fenomeno dell’uomo-uccello rosso su sfondo giallo nasce dal web, da una pagina facebook diventata ben presto virale e arriva nelle librerie. Questo percorso editoriale coincide con una maturazione artistica che ha permesso all’autore ampliare il mezzo di trasmissione del messaggio di fondo. In questa espansione si cela anche la criticità di Mezza fetta di limone, primo inedito de Labadessa.


Nella prima graphic novel, che arriva dopo una fortunata raccolta di vignette, attorno all’uomo-uccello viene creato un contesto fin troppo usuale che comprende Wilson e Francuccio, un coniglio nano antropomorfo dedito all’uso di droghe leggere e un uomo-tucano nero. Le new entry sono il punto forte dell’opera, i colori pastello fanno il resto, ma la mole di sviluppo non è giustificata dal messaggio che l’opera tenta di trasmettere e il racconto di uno straordinario sabato sera come tanti si riduce a pochi siparietti comici, due concetti realmente sinceri e molti ricami. Mezza fetta di limone non riesce ad essere efficace come le singole vignette della pagina facebook, non coglie nel segno. Questa nuova tendenza artistica che si rivolge ad un pubblico giovanile si fa fregio di riuscire a far trasparire verità universali attraverso poche immagini, senza didascalie superflue. Labadessa invece non riesce ed asciugare alcuni intermezzi, si dilunga nella contestualizzazione e accompagna alle immagini descrizioni superflue nell’economia dell’opera. Il passaggio dalle vignette all’opera prima ha rappresentato un importante salto creativo da un format che l’autore aveva ormai fatto proprio ad un altro ben più complesso e rischioso da gestire. Concettualmente, la riflessione di Mezza fetta di limone si colloca invece in continuità con la linea tracciata dall’uomo-uccello e anzi entra nel dettaglio di un sentimento malinconico che prima muoveva solamente la comicità verso un impatto immediato e istantaneo, mentre ora tende a raggiungere un contatto con il lettore per condividere questa difficoltà, il muro della terra della nostra generazione, la socialità, il futuro. Elementi che vanno a costruire un quadro amaro e condivisibile, definendo ulteriormente i connotati di un personaggio iconico che è Mattia Labadessa, che siamo a anche noi.



Nonostante alcune difficoltà fisiologiche e strutturali, Mezza fetta di limone conserva diversi punti a favore, tra cui la capacità di trasporre su carta una certa napoletanità, che rappresenta un mondo di significati, da una particolare comicità a dei tempi propri della vita nei vicoli dei Quartieri Spagnoli. Riaffacciarsi alla meravigliosa cultura millenaria della civiltà partenopea è già un modo per incanalarsi verso un’identità artistica; un luogo dell'anima, come Rebibbia lo è per Zerocalcare. L’opera de Labadessa riesce ad intrattenere anche grazie alla semplicità con cui è in grado di far rivivere la nostra monotona quotidianità, grazie alla piacevolezza che si prova nella lettura. Il finale poi tira le fila del discorso con una certa poesia nell’aria. Pur non avendo centrato appieno il bersaglio, Mezza fetta di limone si distingue per la sua originalità, per la freschezza e la voglia di arrivare a questa stanca gioventù.

mercoledì 22 novembre 2017

JUSTICE LEAGUE - PER ANDARE DOVE DOBBIAMO ANDARE

Prima della sciagurata morte della figlia, Zack Snyder era il padre del progetto DC extended universe. Tre regie su cinque film, produttore e produttore esecutivo nei rimanenti due. La Warner aveva deciso di affidare nelle mani dell’eccentrico regista il futuro di un progetto nato all’ombra della coloratissima Marvel e Snyder si era dimostrato coerente con il suo percorso artistico: alcuni pregi, molti difetti, un’enorme spavalderia stilistica. Batman V Superman è stato il punto più basso raggiunto dal progetto fino alla scorsa settimana. Andai a vederlo al cinema e mi ritrovai di fronte al film più (involontariamente) comico dell’anno, lo aggiunsi alla flop del 2016 e, per rispondere ad un bisogno masochista, decisi di acquistare l’Ultimate Edition per verificare con mano la bontà della director’s cut da 182 minuti. Alcuni approfondimenti vitali non bastarono però a rivoltare un giudizio negativo, quanto più a mitigarlo e a far emergere il coraggio di alcune scelte. Indubbiamente il progetto DCEU aveva sposato una linea stilistica più matura, più complessa e carica di metafore a riempire una narrazione altalenante. Una linea sbagliata, inadatta, migliorabile, ma differente. C’è una sottile differenza tra la correzione e l’adattamento, e sta nell’originalità della proposta.


Il tragico dramma familiare di Zack Snyder ha allontanato per la prima volta il regista inglese dagli studi losangelini della Warner e ciò ha permesso ai responsabili del progetto di mettere in atto la mossa che probabilmente avevano in mente da tempo, ossia chiamare un caposaldo della concorrenza per competere sullo stesso piano del MCU. La scelta è ricaduta sul rinnegato Joss Whedon, famoso per aver mantenuto la giusta medietas nella trasposizione cinematografica dei più famosi Vendicatori. Il passaggio di testimone da Snyder a Whedon è quantomai visibile nella tendenza ad andare verso un’altra proposta d’intrattenimento.


Justice League si appiattisce attraverso uno sviluppo povero e ingiustificato. Fallisce nella creazione di un nuovo standard di competitor e inciampa ripetute volte nella corsa all’oro che la Marvel non ha la minima intenzione di condividere. La competizione sul modello che porta ormai la firma di Feige e Stan Lee è un suicidio dichiarato, lo zoppo che sfida il velocista. La gestazione confusa e un ambiente diffidente (con Ben Affleck sempre sul punto di abbandonare il ruolo di Batman) non hanno certo contribuito a sorreggere il peso di un nome pesante e il risultato è stato un miscuglio di già visto, poco originale, mal calibrato e superficiale, condito con una buona dose di computer grafica scadente. Il vero problema di Justice League è la mancanza assoluta di qualcosa di nuovo e se ad un cinecomic moderno sottraiamo la suspance, lo stupore e la novità, resta la noia, la morte dell’intrattenimento.



La Warner Bros è sempre un passo dietro la Marvel, perché è effettivamente arrivata dopo in questo specifico settore e non ha saputo fare tesoro dei successi targati Nolan. Noi siamo fruitori di un mercato che tende a convergere verso uno standard ormai superato anni fa. Avengers aveva riempito un desiderio latente, ma già con Avengers: age of Ultron qualcosa dello standard corale aveva iniziato a mancare il bersaglio. I Guardiani della Galassia ancora resistono perché non si tratta di supereroi, ma di personaggi sui generis coinvolti in meravigliose avventure intergalattiche; un modello molto più vicino a Star Wars che alla Marvel. La figura dell’uomo che scopre di avere dei poteri e combatte minacce sempre più temibili in una tutina attillata ha fatto il suo corso. Il MCU va avanti per l’inerzia emotiva che ha saputo inculcare nelle menti degli spettatori, gli X-Men stanno perdendo la loro carica sociale, la DC ha scelta di non battere nuovi territori per tornare alla via amica/nemica.


Thor: Ragnarok vira verso un preponderante umorismo basso alla cinepanettone spaziale. La Justice League di Whedon insegue il fantasma sepolto degli Avengers di Whedon. Non è nient’altro che un triste livellamento verso il basso di un intrattenimento che sta esaurendo il suo potenziale. Non resta che ammetterlo e smetterla di mentirsi: i film con i supereroi non sono più adatti a me

sabato 18 novembre 2017

RICK E MORTY 3 - ANCORA SULLA CRESTA DELL’ONDA?

La terza stagione è in calo rispetto alle precedenti due? L’opinione pubblica si è spaccata nella valutazione della terza stagione: da una parte la conferma di una serie superiore, dall’altra il primo passo falso. Dopo aver conquistato il pubblico mondiale - anche grazie alla diffusione capillare garantita da Netflix - ed essere entrata nell’olimpo delle serie cult, Rick e Morty era chiamata ad un salto di qualità per esprimere appieno alcune peculiarità appena accennate

Pickel Rick

Una terza stagione sulla falsa riga delle due precedenti avrebbe certo ridimensionato le possibilità future dell’intera serie. C’era bisogno di uno slancio verso qualcosa di più. E lo slancio è arrivato come contestualizzazione del passato di Rick e Beth e, di conseguenza, di quello che abbiamo visto in precedenza. In questo modo i personaggi principali vengono approfonditi in maniera più esplicita, mentre sullo sfondo della terza stagione si connotano le conseguenze della separazione di Beth dal marito Jerry. In generale cambiano alcuni rapporti di forza interni alla famiglia Smith e un Rick molto più umano appare allo stesso tempo il signore indiscusso del multiverso e legato a dinamiche familiari molto più basiche.


Quella dell’esplicitezza è una scelta narrativa attorno alla quale poi è stato sviluppato il delirio usuale della serie, il motivo che l’ha trainata al successo. La terza stagione non può dirsi riuscita appieno per non essere stata in grado di realizzare le potenzialità espresse nelle prime due stagioni, ma almeno ha prodotto uno sviluppo e posto delle buone premesse per una serie duratura e non più caratterizzata da una forte componente episodica - one-shot.


Indubbiamente la scelta di andare a spiegare alcune dinamiche emotive influenza anche il resto dello sviluppo: la terza stagione è meno divertente, meno imprevedibile delle due precedenti, eppure si percepisce uno spessore maggiore nel non-detto, che arriva sì da una costruzione pregressa ma che riesce, attraverso questa terza stagione, a crearsi la possibilità di uno costruzione futura. Nell’economia della serie, anche una stagione meno brillante nello specifico degli episodi può rivelarsi fondamentale.


Concentrandoci sulla riuscita degli episodi appunto, elemento maggiormente criticato dal pubblico, è impossibile non riconoscere la grandezza dell’episodio 7, “Tales from the Citadel”. Esperimento di fantapolitica realizzato con due soli personaggi e un intreccio incredibilmente reale. Non si ride, ma il livello d’intrattenimento semplicemente superiore. Come questo settimo episodio, anche altri lasciano il segno per inventiva e imprevedibilità. Il problema celato è forse una rivalutazione complessiva a posteriore, alla luce della mancanza di un finale emotivamente all’altezza. Certo, bissare il finale della seconda stagione, con "Hurts" dei Nine Inch Nails in sottofondo, era operazione quasi impossibile, però gli sceneggiatori non hanno neanche realmente tentato la strada del cliffhanger per una sciatta conclusione quasi come non si trattasse del memorandum per i mesi senza Rick e Morty. Questa sì, una scelta infelice, ma non possiamo riconoscere il giusto valore di un’intera stagione per dieci assenti minuti.



Rick e Morty colpiscono ancora con qualcosa che tenta di differenziare la proposta, approfondiscono il multi verso e i protagonisti, ma mancano ancora il salto di qualità definitivo che faccia dire a gran voce di aver visto compiuta la piena potenzialità della serie. Non tutto è perduto, questa terza stagione potrebbe aver solo rimpinguato le basi per il capolavoro che tutti noi aspettiamo da anni a questa parte. La prossima stagione non deluderà.

sabato 11 novembre 2017

AFMV - THE JACKAL RIMANDATI A SETTEMBRE

Addio Fottuti Musi Verdi, il film dei Jackal, un altro “Film del web”. Difficile scrollarsi di dosso questo appellativo quando anche la critica specializzata antepone il dettaglio dell’origine del gruppo di creativi all’effettivo progetto. I precedenti hanno inevitabilmente condizionato le aspettative verso l’opera prima di Francesco Ebbasta. Anni di Fuga di cervelli, Game Therapy e il meno disprezzabile film dei Pills hanno già condizionato un’opinione pubblica schizofrenica tra la voglia di novità e l’astio verso la bellezza dell’ingenuità. Mi ero ripromesso di mantenere basse le aspettative prima di entrare in sala, ma, dopo le varie proiezioni in anteprima sparse per tutto il paese, e dopo aver riscontrato nel pubblico un’accoglienza positiva, a tratti entusiasta, mi sono lasciato trascinare dalla curiosità e sono entrato in sala con una forte voglia di essere sorpreso.


Il progetto AFMV presentava delle difficoltà fin dalla sua ideazione. I Jackal hanno dovuto tradurre un linguaggio in un medium differente e adattare i tempi comici al grande schermo. Due elementi che insieme fanno la differenza tra la nuova comicità seriale in pillole e il cinema. Alla luce del risultato finale è possibile dire con certezza che il cinema, la settima arte, è in parte presente nel primo film dei Jackal, ma la traslitterazione mediatica ha lasciato indietro troppi elementi significativi perché il progetto possa dirsi riuscito.


I problemi risiedono in larga parte nelle scelte, non nei mezzi. Tecnicamente infatti il film raggiunge un livello invidiabile e la tanto osannata computer grafica rappresenta solo la ciliegina sulla torta della realizzazione complessiva. I difetti di uno script borderline però controbilanciano in negativo i picchi qualitativi. Dopo un esordio scoppiettante, lo sviluppo dell’intreccio va naufragando verso un livello alquanto mediocre, sia nella scrittura dei personaggi e delle loro relazioni che nel dipanarsi della trama principale. Il problema fondamentale del film è la profondità mancante, lo spessore promesso che non raggiunge, per fermarsi prima, nella terra di mezzo tra una riuscita commedia grottesca e un rivedibile film demenziale che lascia il tempo che trova. Il villain sui generis - interpretato dall’eccentrico Roberto Zibetti - risulta inoltre scritto male, pensato per una comicità che non rispecchia il target di riferimento del film, e mal calibrato nel corso dello sviluppo della trama. Questa disparità tra una realizzazione tecnica impeccabile e le succitate difficoltà nell’identificazione di una linea definita da seguire in fase di scrittura lascia l’amaro in bocca, perché per larghi tratti il film diverte e intrattiene, ma mai fino in fondo, perché è l’intero progetto a non spingersi fino in fondo nelle diverse strade tastate con quest’opera prima.


Oltre alcune mancanze, l’errore: il modello è indubbiamente la trilogia del cornetto di Edgar Wright, ma, a differenza di questa, AFMV subisce passivamente troppi salti da un registro comico all’altro. Si passa in pochi secondi dal demenziale alla satira sociale, dal nonsense alla parodia; gli ambiti toccati sono molti e le differenze tra le trovate più originali e quelle meno riuscite è eccessiva. La caratterizzazione di Ciro ad esempio è surreale, ma reale, credibile, vera. Brandon invece è finto, sopra le righe, terribilmente forzato. Le risate arrivano spesso di gusto, ma non si entra mai appieno nel clima e nel ritmo della battuta, perché cambia di continuo il contesto e una scena successiva arriva a smorzare l'ilarità di quella precedente. In questa costruzione psichedelica più che nello sviluppo di una trama lineare si nota il punto di partenza degli autori.



Parlare di cinema è però già un enorme passo avanti nell’ambito della creatività multimediale. AFMV nasce da una grande idea - quella del ragazzo italiano costretto ad emigrare nello spazio per trovare lavoro -, ottiene il suo sviluppo attraverso alcune buone trovate ed altre rivedibili, ma non punge come dovrebbe, come i Jackal sono in grado di fare. Ma, nonostante ciò, la colonizzazione del grande schermo da parte di Ciro e compagni risulta incredibilmente credibile e un’analisi come questa, cinematografica e metacinematografica, ne è la riprova. Il progetto nel suo complesso è da sposare, sostenere e promuovere, anche se, nello specifico di AFMV, i Jackal passano l’esame cinematografico con alcune, forse troppe riserve. Eppure il collettivo di Napoli merita l’esame di riparazione con il seguito di quest’opera prima, un film annunciato e atteso per colmare alcune lacune e confermare la nuova era di questo nostro vecchio cinema. Io aspetto con la stessa voglia che mi aveva preso prima di entrare in sala a vedere AFMV, la voglia di essere stupito.

lunedì 6 novembre 2017

STRANGER THINGS - COSA ACCADRÀ NELLA TERZA STAGIONE?

Lo specchietto per le allodole sta in una scena similare alla prima stagione in cui viene mostrata la minaccia che farà da traino per la prossima stagione. Stranger Things 2 nasconde in realtà un sottobosco di indizi rivelati in corso d’opera che lasciano lavorare la fantasia nell’immaginazione di una terza stagione. Analizziamo per punti cinque elementi che costituiranno, a mio parere, la spina dorsale della trama della terza stagione. È doveroso avvisare coloro i quali non hanno ancora visto la seconda stagione che questo articolo vive di spoiler, attenzione quindi a proseguire nella lettura.



THE MIND FLAYER
Come non cominciare dalla scena conclusiva della seconda, quella in cui siamo resi partecipi che la minaccia del mostro d’ombra non sia in realtà sconfitta, ma limitata nell’upsidedown. Sarebbe un errore confondere i poteri dimensionali di El (Jane) con la capacità di annullare l’essenza del mondo negativo, la materia oscura che governa le azioni e i pensieri dell’intera realtà parallela. Lo sforzo compiuto da El è servito a ripristinare una condizione di equilibrio tra le due dimensioni, ma la scena finale che vede il Mind Flayer scrutare la scuola, nonostante esso sia relegato all’upsidedown, denota una consapevolezza certamente maggiore; e la sola Eleven potrebbe non bastare contro un’offensiva ragionata delle forze d’ombra.



I NUOVI VECCHI ESPERIMENTI
Ed è qui che entrano in gioco gli esperimenti precedenti - ed eventualmente successivi - ad El. Nella seconda stagione abbiamo fatto la conoscenza di Kali (Eight), ragazza dotata di poteri, scampata alle grinfie degli esperimenti governativi e finita nel giro di losche azioni vendicative. È presumibile che insieme a lei altri ragazzi siano riusciti ad evadere da un futuro già scritto e potrebbe essere proprio grazie all’intervento di queste nuove forze paranormali che il Mind Flyer torni ad essere una minaccia contrastabile. Una scelta narrativa di questo tipo potrebbe però replicare l’esperienza dell’episodio 7, collocato al di fuori dei confini di Hawkins e universalmente bistrattato per essere troppo lontano dalla linea stilistica della serie. Starà agli sceneggiatori far convivere queste due anime, contro la nostalgia della nostalgia.
 
Joker


UN RITORNO ANNUNCIATO
Che il Mind Flayer sia in grado di riaprire un varco per il nostro mondo o avrà ancora bisogno dell’intervento delle tecnologie umane per scatenare la sua ira subdola? Un ritorno gradito potrebbe essere fare al caso del mostro d’ombra, si tratta del Dr. Brenner, solamente citato nell’episodio 7, sul quale aleggia ancora un alone di mistero. Matthew Modine è un attore di spessore che nella prima stagione veniva ridotto al villain umano della serie, ma un ritorno del suo personaggio potrebbe restituire all’attore lo spazio che egli merita. Inoltre il personaggio di Brenner non è mai stato realmente collocato in uno scacchiere più definito, rimanendo sempre in una zona grigia tra operazioni federali antiterrorisstiche e mire personali. La sua posizione di ritorno potrebbe coincidere con un nuovo punto di contatto tra il nostro mondo e l’upsidedown.
 
Guarda mamma, come Will!


EPIDEMIA DI MASSA
Arrivati a questo punto della narrazione, con un gruppo che ha imparato a dare il meglio di sé proprio nel momento di coesione massima, è prevedibile una scissione forzata per tornare poi nuovamente a ricreare di slancio l’atmosfera dell’unità. I due personaggi che hanno dimostrato di avere un’integrità assoluta nel corso delle prime due stagioni sono sicuramente Dustin per il gruppo dei ragazzi e Jim Hopper per quello degli adulti. I due condividono la scomoda casualità di essere entrati in contatto con le spore dell’upsidedown, le quali - come sappiamo - contengono una parte dell’essenza assoluta del luogo e rispondono alla volontà del Mind Flayer. Abbiamo visto come il mostro d’ombra sia in grado di controllare la mente di coloro che sono entrati in contatto con la vegetazione viva del mondo negativo e quello dei voltagabbana inaspettati sarebbe un ottimo espediente per rimescolare le carte in tavola pur mantenendo pressoché identico il parco interpreti. Siete preparati ad un Dustin malvagio? E se l’epidemia di massa non si limitasse ai soli personaggi citati ma si espandesse come in un zombie movie?



PUBERTÀ
Come dimenticare la componente propriamente seriale che riguarda i personaggi e il loro sviluppo? La scena conclusiva del ballo invernale con le varie coppie che si ritrovano, i Police e Dustin laccato ha rapito tutti; la crescita di ciò a cui siamo affezionati ha sempre un posto speciale nei nostri cuori, crea empatia, fidelizza. E il luogo ideale dove siamo diretti e proprio quello degli ormoni incontrollabili, dei primi amori e di Big Mouth. Prevedo una terza stagione ancor più focalizzata sui rapporti tra i ragazzi del gruppo dei protagonisti, con un occhio di riguardo al triangolo amoroso Nancy-Steve-Weirdo. Io ve lo dico, tifo per Steve, ha la lacca migliore.

Epic lacca guy


Le speculazioni cominciano a delinare una trama ben definita, ma, se queste si rivelassero anche solo in parte vere, cosa ne sarebbe dell’effetto sorpresa? Le premesse gettate nel corso della seconda stagione sembrano accantonare sempre più l’effetto sorpresa per lasciare spazio allo sviluppo dei protagonisti. In realtà questa tendenza arriva a compimento di un percorso intrapreso già nella seconda stagione. Dalla progettualità che ne è stata fatta, sarebbe forse più corretto riferirsi a Stranger Things come ad una stagione autonoma più una trilogia ideale che lima se stessa per rientrare nei canoni della serialità televisiva. Riusciranno i Duffer a replicare la magia della prima stagione o dovremo accontentarci di una bellissima serie normale?

venerdì 3 novembre 2017

STRANGER THINGS 2 - SU E GIÙ DALL’UPSIDEDOWN

Chiariamo subito: la prima stagione di Stranger Things non era il capolavoro che il pubblico ha osannato, ma una grande serie capace di sfruttare appieno i suoi punti di forza, seppur non esente da difetti. Il più grande punto di forza della prima stagione era indubbiamente l’effetto nostalgia mischiato ad una buona dose di novità nel panorama delle serie tv. Il merito dell’esordio dei Duffer Brothers è stato invece quello di scrivere una storia caratterizzata da una spiccata coerenza narrativa dall’inizio alla fine. Il fil rouge sono infatti la scomparsa di Will e le indagini che scoprono un mondo fatto di materia oscura nel tentativo di ritrovare il ragazzino. Una trama orizzontale e lineare che ha sempre guidato i personaggi nelle loro azioni organizzate con piccole ricompense lungo il cammino per poi giungere alla ricompensa definitiva del ritrovamento di Will. Nulla è lasciato al caso nella prima stagione e l’effetto imbuto delle varie storyline appare quanto più naturale possibile per via del fatto che tutto in origine era pensato per terminare in un dato punto.


Con quali aspettative ci siamo approcciati alla seconda stagione? Fraintendendo le reali possibilità della prima stagione, abbiamo inconsapevolmente assecondato l’effetto collaterale della nostalgia, ossia quello di fagocitare il resto della costruzione narrativa, richiedendo a gran voce altra nostalgia. Un circolo vizioso destinato ad estinguere prima lo sviluppo di nuove idee, infine la nostalgia stessa. I Duffer, al contrario delle aspettative errate del pubblico, hanno saputo sostenere con compostezza il peso del ritorno ad Hawkins, Indiana, ma appare evidente fin da subito che la seconda stagione non era nelle corde degli sceneggiatori all’epoca dell’ideazione della prima. I creatori della serie non sapevano come Stranger Things sarebbe stata accolta e avevano strutturato la prima stagione come un unicum narrativo compatto e completo. Abbiamo già ampiamente discusso della posticcia presenza delle ultime scene dopo il salvataggio di Will nella prima stagione, sequenze che aprivano le possibilità degli sceneggiatori, piuttosto che indirizzarle sulla falsa riga della linearità della prima stagione.


La seconda stagione rivoluziona la struttura narrativa, passando dall’orizzontalità ad uno schema ad albero i cui intricati rami dispersivi tendono infine a tornare verso una conclusione unitaria. In questo modo, gli sviluppi narrativi che avevamo lasciato in una situazione di quiete si allontanano sempre più durante lo svolgimento della trama, rischiando spesso di perdere il centro focale dell’opera. Si perde così l’unicum che aveva legato tutte le storyline della prima stagione - la scomparsa di Will Byers - per andare in contro ad una costruzione più tipicamente seriale. Qual è l’unicum della seconda stagione? Gli strascichi della permanenza di Will nell’Upsidedown, la ricerca personale di El o ancora lo svelamento della verità sulla morte di Barb?  È probabilmente su questo dubbio che si gioca la più grande differenza tra le due stagione di Stranger Things.


Se da una parte abbiamo dovuto rinunciare alla grande coerenza narrative della prima stagione, dall’altra la struttura tipicamente seriale assunta da Stranger Things ha spalancato le porte ad una riqualificazione dei personaggi, che sono diventati il fulcro attorno al quale la serie ha cominciato a gettare la basi di una continuità più a lungo termine. E proprio questa programmazione porta alcuni personaggi a risaltare più di altri, magari invertendo il trend della prima stagione, grazie alla certezza di uno sviluppo nel tempo. Le new entry sono ad esempio perfette, così come Dustin e Lucas. Calano invece, soprattutto nella prima metà di questa seconda stagione, Mike e Eleven.

Bob Newby, superhero

La posizione di Eleven rispetto agi eventi narrati è un argomento cardine per la valutazione della serie: l’assenza forzata del personaggio interpretato da Millie Bobby Brown è negli interessi della serie, ma in questo modo i Duffer mostrano il fianco ad una trama fiacca e balbettante, che, senza l’attesa del deus ex-machina finale, si sarebbe ridotta ad una miniserie di quattro episodi. Il ritardo di El allunga palesemente il brodo in un calderone di eventi che tendono troppo spesso a complicare pochi momenti significativi, ma al contempo è fondamentale per l’evoluzione della serie, sia in termini televisivi che dal punto di vista della scrittura per le prossime stagioni.



Il bilancio finale parla di una maturazione che evita disfatte clamorose rispetto alla prima stagione e all’attenzione che essa aveva generato; la seconda stagione sceglie volutamente di non riproporre un banale more-of-the-same della prima, ma differenzia abilmente struttura e sviluppo, pur rimanendo ancorata ai capisaldi che avevano fatto grande la prima caccia al demogorgone. Stranger Things 2 è quello che noi fan di “vecchia” data desideravamo e non possiamo che gioire per questo ritorno, perché l’anima della serie è rimasta la stessa. Restano dei difetti, si perde forse la magia della prima stagione, ma tornare ad Hawkins con quei cinque ragazzi è sempre un’emozione fantastica.